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Nell'abitazione della moglie e della figlia dell’ex superpoliziotto prelevati diversi documenti, ma dell’agenda nessuna traccia

L’agenda Rossa di Paolo Borsellino è stata nascosta a casa dei familiari di Arnaldo La Barbera. A sostenerlo, come riporta stamani La Repubblica, è un testimone vicino alla famiglia dell’ex capo della Mobile di Palermo deceduto nel 2002. I magistrati della procura di Caltanissetta, titolari dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio di cui il furto dell’agenda rossa rappresenta l’architrave, hanno raccolto e messo al vaglio il racconto “molto dettagliato”, scrive Salvo Palazzolo su La Repubblica, del testimone. Il mese scorso la Dda ha quindi disposto perquisizioni e i carabinieri del Ros si sono recati a casa della moglie e di una delle figlie del superpoliziotto. L’agenda rossa del magistrato non è stata trovata ma il Ros ha raccolto una mole considerevole di documenti appartenuti a La Barbera.

Nel decreto di perquisizione, segnala Palazzolo, si parla di un fotogramma e di nuove testimonianze: Arcangioli avrebbe consegnato la borsa di Borsellino, dove era contenuta la preziosa agenda, a un ispettore di polizia, che rivendicava la titolarità dell’indagine, essendo arrivato prima dei carabinieri.

Sui movimenti della borsa ci sono state diverse testimonianze e versioni. L’unica cosa certa, però, è che venne ritrovata dalla Squadra Mobile, sul divano dell'ufficio di La Barbera. Ma la relazione di servizio sul movimento del referto venne redatta soltanto il 21 dicembre 1992, cinque mesi più tardi, su esplicita richiesta di La Barbera ed unicamente in vista dell’audizione (pochi giorni dopo) del teste davanti al Pm di Caltanissetta Fausto Cardella. “Sta relazione non so perché non... non la feci al momento, l'ho fatta successivamente e la consegnai al dottor La Barbera personalmente”, ha dichiarato il sovrintendente della Polizia di Stato Francesco Paolo Maggi al pm Domenico Gozzo al processo “Borsellino Quater”. “Rimane il dubbio - hanno proseguito i giudici nisseni - se il ritardo in quella relazione sia stata una negligenza nella tecnica investigativa, l’ennesima accertata, o se vi sia di più”. Per certo, scrive il tribunale di Caltanissetta, “il capo della squadra mobile La Barbera ebbe un comportamento veramente inqualificabile: dapprima disse alla vedova Borsellino che la borsa del marito era andata distrutta e incenerita nella deflagrazione, salvo poi restituirgliela diversi mesi dopo, negando in malo modo l’esistenza di agende rosse”. Si ritiene, infatti, che La Barbera, che oltre ad essere stato capo della Squadra Mobile fu anche agente Sisde (nome in codice “Rutilius”) fosse la mente del depistaggio delle indagini sulla strage del 19 luglio 1992. Depistaggio che i giudici del processo “Borsellino quater” hanno definito come “il più grande della Storia della Repubblica”. Del resto, che a sottrarre l’agenda rossa fosse qualcuno o qualcuna appartenente alle istituzioni e non Cosa Nostra lo certifica anche la corte d’Assise di Caltanissetta nell’ambito del processo per il depistaggio contro gli agenti del “Gruppo Falcone e Borsellino” guidati da La Barbera per la costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino (uno è stato assolto, per due è scattata la prescrizione, adesso è in corso il processo d’appello).


agendarossa frame mano


“Può ritenersi certo che la sparizione dell'agenda rossa non è riconducibile a una attività materiale di Cosa nostra […] E’ indubbio che può essersi trattato solo di chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel determinato contesto spazio-temporale e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre".

Anni fa era finito sotto inchiesta per furto l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, inquadrato dalle telecamere Rai il pomeriggio della strage in via d’Amelio, mentre teneva in mano la borsa del magistrato tra le auto ancora fumanti.

Ora, nell’ultimo provvedimento, i magistrati spiegano che l’agenda rossa la stanno cercando esclusivamente lungo un altro percorso, che porta a La Barbera. Dagli ambienti dell’Arma, dunque, ora i pm nisseni sembrano aver spostato la bussola verso ambienti della Polizia di Stato. L’importanza del ritrovamento dell’agenda è essenziale per l’accertamento della verità sulla bomba che il 19 luglio di 31 anni fa strappò la vita a Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Eddie Walter Cosina.

In quell’agenda il magistrato aveva annotato probabilmente tutto ciò che aveva sentito, visto, appreso, e dedotto della morte del suo amico e collega Giovanni Falcone avvenuta con la strage del 23 maggio. Borsellino, con buona probabilità, rappresentava una minaccia per lo Stato-mafia. Nei 57 giorni che lo separavano dall’attentato aveva appreso notizie dirompenti su Capaci: “In questo momento, oltre che magistrato, sono un testimone”, disse il 25 giugno ’92. Con quelle parole Borsellino firmò probabilmente la sua condanna a morte. Ma ucciderlo non bastava. La strage di via d’Amelio sarebbe stata vana se l’agenda rossa del magistrato fosse rimasta incustodita. Andava rubata, e così avvenne. Il 25 luglio 1992 un affranto Antonino Caponnetto, padre del pool antimafia, lanciò l’allarme: l’agenda di Paolo è sparita. Da trentuno anni magistrati, investigatori, giornalisti la cercano in tutto lo stivale. Ogni tanto spunta qualcuno che dice di averla intravista o di sapere dove si trovi: ora in mano ai capi mafia, ora in mano ai servizi segreti. Si aprono piste, si aleggiano ipotesi, ma dell’agenda nessuna traccia. Adesso un nuovo testimone riporta tutto al questore Arnaldo La Barbera. L’agenda l’avrebbe avuta lui, il padre del depistaggio di Stato. Ma è ancora tutto da vedere e riscontrare.

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