
La forza è quella dei numeri. La legge è quella dei codici. Che bella scoperta, verrebbe da dire. Ma in questa semplice constatazione sta tutto l’odierno dramma del governo di Giorgia Meloni. Prendiamola alla lontana. E partiamo dai numeri.
Frase fatta del politichese afferma: chi vince le elezioni ha il diritto (e il dovere, naturalmente) di governare. Non cambia nulla se si vince per molto o si vince per poco. I numeri in Parlamento sono quelli che decidono.
E se la tua coalizione è più forte dell’altra hai di fronte una strada spianata. Molti ormai da tempo obiettano che un conto è governare un conto è comandare, ma così facendo entrano nel campo dell’opinabile non riuscendo però a modificare il corso delle cose. Cioè il corso dei numeri.
Risultato: in Italia, dove nulla è meno sacro, sotto il profilo democratico, delle leggi elettorali – prova ne sia che ognuno pretenderebbe un abito su misura per il proprio interesse e il proprio tornaconto- in nome del risultato, si può giustificare qualsiasi nefandezza.
Nefandezza - che ciascuno magari poi “populisticamente” chiamerà “porcata” o “decisione scandalosa e vergognosa” - che avrà però il sugello, e il sigillo dei numeri. È così. Non si scappa. Non se ne viene fuori.
L’esempio quantitativamente più macroscopico di ciò che intendiamo dire, a nostro personalissimo giudizio, è rappresentato dal “Caso Almasri”, il torturatore libico restituito ai libici con tanto di volo di Stato, che ha visto un intero governo salvare se stesso, ricorrendo ai numeri schiaccianti della sua maggioranza. E analogo scudo di immunità, sempre su misura, si sta adesso cercando di forgiare per chi non ne avrebbe alcun diritto, visto che ministro non è. 
Volendo rinforzare il discorso, sarebbe perdonato al cittadino normale, al cittadino comune, al cittadino semplice, il cumulo di reati che non impediscono al ministro di fare il ministro o al parlamentare di fare il parlamentare?
E se il cittadino, forte della lettura dei giornali, intendesse cavarsela dicendo: “Non lo sapevo”, “non l’avevo capito”, "avveniva tutto a mia insaputa”, “ne riparleremo a sentenza definitiva”, avrebbe l’occhio di riguardo riservato a lorsignori scudati, blindati all’infinito, tutelati a norma di regolamento, e, se del caso, in forza delle votazioni a maggioranza? Certo che no.
Crediamo di avere reso l’idea. Della forza dei numeri intendiamo.
L’unico ostacolo alla forza dei numeri sta nella forza della legge.
Il governo, intelligentemente, lo aveva capito sin dal giorno del suo insediamento.
Quando la premier Giorgia Meloni, appena nominata, aveva messo in guardia i suoi alleati, e di riflesso il suo elettorato, additando nella magistratura l’unico potere che avrebbe potuto minare e far cadere il governo.
Si dirà: non aveva tutti i torti.
Il governo sott’inchiesta per il mancato soccorso ai naufraghi o il sequestro delle navi o per il giro dell’oca per e dall’ Albania; per lo stesso Caso Almasri o per l’avveniristico Ponte di Messina mentre la rete ferroviaria siciliana è ferma all’era della “littorina”; per le truffe all’Inps in periodo Covid o per peculati passati magari in giudicato…
Però, se queste fossero le prove provate della persecuzione cui sarebbe sottoposto il primo governo della storia d’Italia a “premier underdog”, si capisce perfettamente perché si è fatto il referendum sulla giustizia.
Non lo diciamo noi, lo hanno detto gli italiani con il loro voto.
Si trattava di dare una lezione esemplare ai magistrati non disposti ad accettare che i politici non solo devono governare ma devono- soprattutto - comandare.
Il racconto finisce qui.
I politici di centro destra, che andarono per suonare furono suonati, come il pifferaio di cui parlava quel testone di Antonio Gramsci. Inutile affondare il dito nella piaga.
Lo aveva capito, ancora una volta, Giorgia Meloni, per prima.
Infatti, le piacerebbe una legge elettorale su misura, per continuare a usare il potere dei numeri. Siccome però, l’aria nel paese è cambiata, ora preferisce rompere traumaticamente (?) con Trump e Netanyahu, pur di restare a galla sino a fine mandato. Si vedrà.
I fini giuristi, alla Nordio, alla Mantovano, alla Fazzolari, - se l’impressione non è errata-, hanno iniziato a sfilarsi, meno presenti ora che il referendum è andato come sappiamo. Non appaiono, dichiarano molto di meno, forse riflettono di più.
A tener il punto su ciò che resta delle barricate anti giudici, si segnalano gli ultimi ragazzi della via Pal, i Gasparri e le Colosimo, che continuano a lanciar sassi ( metaforici s’intende ) contro gli Scarpinato e i Di Matteo, perché non condividono il loro modo di fare lotta alla mafia.
Il che vale anche per il coro dei giornali di destra e centro destra – se l’impressione non è errata- il cui ventaglio sembra essersi fatto più ristretto.
D’altra parte, quando l’intera categoria forense entra in rotta di collisione con un governo che vorrebbe dare il bonus di 615 euro agli avvocati che assistono i propri clienti immigrati nel rimpatrio volontario, non c’è più che vedere. E fra l’altro il governo non li aveva neanche informati.
E anche al “Foglio”, da sempre assai caloroso con la componente avvocatizia italiana, sono stati costretti ad alzare le mani. Chi l’avrebbe mai detto?
E questo è il potere dei numeri, quello rappresentato dai cittadini.
S’intende: quando hanno l’occasione di andare a votare.
Foto © Paolo Bassani
La rubrica di Saverio Lodato
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