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| Saverio Lodato

La corda in casa dell'impiccato

Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino

AMDuemila

Quarta puntata del dialogo tra Silvia Camerino e Saverio Lodato tratto dal libro "Il filo nero del depistaggio dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino" (Iod Edizioni), in uscita a luglio.

Saverio Lodato sostiene che parlare di "pista nera" in Italia significhi toccare uno dei nodi più irrisolti della storia repubblicana. A suo giudizio, il problema non è tanto il fascismo storico del Ventennio, quanto il ruolo svolto da ambienti neofascisti, apparati deviati dello Stato e servizi segreti nelle strategie della tensione e nelle principali stragi che hanno segnato gli ultimi ottant'anni.

Secondo Lodato, il dibattito politico si è concentrato erroneamente sull'antifascismo come giudizio sul passato remoto, trascurando invece le responsabilità del neofascismo nello stragismo, dalla stagione della Guerra Fredda fino alla strage di Bologna. Egli richiama l'esistenza di una rete di poteri paralleli, favorita anche da complicità internazionali, che avrebbe inciso profondamente sulla storia italiana.

Per questo definisce la "pista nera" una "corda in casa dell'impiccato": un tema scomodo che le istituzioni, compresa la Commissione parlamentare Antimafia, avrebbero evitato di approfondire. Lodato evidenzia inoltre che Giovanni Falcone aveva già intuito possibili collegamenti tra ambienti eversivi di destra e servizi deviati, ma tali piste sarebbero state trascurate anche nell'analisi delle stragi di Capaci e via D'Amelio, privilegiando invece altre ipotesi investigative che, secondo lui, non hanno prodotto risultati decisivi.



Lei sostiene che parlare di “pista nera” in Italia voglia dire parlare «di corda in casa dell’impiccato». Cosa intende?

Siamo arrivati al cuore del problema. Se volessimo partire dalla fine, ce la caveremmo dicendo che siamo in presenza di un “cuore nero”. Ma non bisogna essere precipitosi.
Veniamo da quattro anni di governo pesantemente condizionato – nella migliore delle ipotesi solo propagandisticamente, nella peggiore, perché pesa un DNA antico non cancellabile con un tratto di penna – da tentativi di rivisitazione del passato.
In sintesi: ci fu il fascismo, ma ottant’anni fa. E gli attuali dirigenti di Fratelli d’Italia, anche quelli più sfacciati che esibiscono in casa il busto di Mussolini, a quei tempi o non erano nati o erano appena neonati.
Così dicono di sé stessi, così rispondono, così si spiegano.
Di conseguenza, il dichiararsi antifascisti è diventato, per l’opposizione a questo governo, una sorta di passaggio obbligato per chiudere per sempre con il ventennio della dittatura fascista. Un dialogo fra sordi.


stragi ditalia fr int

Forse l’opposizione ha commesso un errore.
Non si trattava e non si tratta, oggi, di prendere le distanze da quanto accadde ottant’anni fa.
La Storia, la Resistenza, la Liberazione e la Costituzione repubblicana hanno spiegato e ufficializzato, per i secoli a venire, quanto in Italia sia grande la distanza dagli orrori di allora.
E non averlo capito, ma qui torniamo a parlare del governo, è la ragione principale che spiega lo schianto rappresentato dall’esito del referendum sulla giustizia.
Lo schianto per chi voleva rovesciare il tavolo della storia: è a questo che ci riferiamo.
Ma torniamo all’errore dell’opposizione.


la mafia ha vinto

Andrebbe spiegato agli italiani cosa siano stati i fascisti negli ultimi ottant’anni di questa Repubblica. Quali furono le loro responsabilità nello stragismo nero.
Come si spiega, per fare solo l’esempio più clamoroso, la sentenza definitiva per la strage di Bologna, con il coinvolgimento a piene mani di fascisti – e questi erano nati e non erano neonati – e uomini degli apparati dei servizi, primo fra tutti il loro capo di allora, Umberto D’Amato?
Chiedere conto, è questo che vogliamo dire, del passato prossimo più che di un passato preistorico.
Lo stragismo data dalla strage di Portella della Ginestra del 1947, in nome della guerra fredda, della divisione del mondo in blocchi, dell’anticomunismo.
Una partita durata decenni e decenni e che vide sedere al tavolo da gioco molti degli stessi fascisti che avevano avuto il loro battesimo del fuoco nella Repubblica Sociale Italiana di Salò.


50 anni mafia def

Queste forze eversive fecero parte, a vario titolo, dei governi paralleli che si alternarono alla guida del Paese, spesso godendo delle generose complicità della CIA.
Di tutto questo non si parla, o si parla troppo poco.
È questa la «corda in casa dell’impiccato» alla quale faccio riferimento ogni qual volta si tira in ballo la “pista nera”.
Non è un caso che sin dal suo atto di nascita la Commissione parlamentare Antimafia abbia aprioristicamente e categoricamente escluso un approfondimento delle trame criminali che hanno segnato gli ultimi ottant’anni.
Peggio.
Siccome Giovanni Falcone, sin dall’uccisione di Piersanti Mattarella, aveva intravisto la mano di fascisti e servizi deviati, anche la strage di Capaci non è stata ritenuta degna di approfondimenti dalla Commissione Antimafia.
Con il risultato che, per scoprire quanto accadde cinquantasette giorni dopo in via D’Amelio, si è ricorsi alla cosiddetta pista “Mafia e Appalti” che sin qui ha portato solo – per dirla con il grande De Niro, nel film Gli intoccabili – a tante chiacchiere e tanti distintivi.
Se questa non è la corda in casa dell’impiccato, come vogliamo chiamarla?

Continua

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Foto di copertina © Paolo Bassani