Strumenti di accessibilità
Skip to main content
| Saverio Lodato

Il segreto prima si crea e poi si conserva

Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino

AMDuemila

Prosegue con la seconda di cinque puntate il dialogo tra Silvia Camerino e Saverio Lodato sul libro Il filo nero del depistaggio dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino (Iod Edizioni), in uscita a luglio. In questa nuova intervista, la domanda affronta il tema dei segreti custoditi dal potere e del ruolo dell'Agenda Rossa come possibile strumento di ricatto. Lodato ripercorre le inquietanti sparizioni delle carte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, delineando un filo nero che attraversa decenni di storia italiana. Una riflessione lucida sul rapporto tra verità negate e poteri che si perpetuano nel tempo. Per non dimenticare e per continuare a pretendere verità e giustizia.



 

Lei crede che l'Agenda Rossa rappresenti lo strumento del ricatto, capace, come scrive, di tenere in buona salute il Potere di ieri e il Potere di oggi?

A voler essere più precisi, dovremmo parlare di ricatti, più che di un singolo ricatto.

Oggi non tutti sanno, perché sono molto giovani; molti non ricordano, perché la memoria spesso evapora; tanti invece, colpevolmente, preferiscono non ricordare, che di «agende rosse» è costellata la storia della mafia e della lotta alla mafia negli ultimi decenni.

Ricorderò solo i casi di cronaca più eclatanti che si portarono dietro discussioni interminabili. E inconcludenti.

I diari del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato a Palermo il 3 settembre 1982. Stiamo parlando di quarantatré anni fa.


lodato camerino 2 pbassani

Saverio Lodato e Silvia Camerino


Qualcuno – mentre i killer in Via Carini massacravano lui, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente autista Domenico Russo – svaligiava indisturbato la cassaforte nella residenza privata di Villa Pajno, dove il generale custodiva, nella convinzione che fossero al sicuro, i diari dei suoi cosiddetti «cento giorni a Palermo».

Dei diari invece attribuiti a Giovanni Falcone, che lui trascriveva quotidianamente nel suo database, durante gli anni in cui a giocare la partita erano entrate in campo quelle che Falcone stesso definì «menti raffinatissime» che dirigevano la mafia dall'esterno, vennero pubblicate, dopo la strage di Capaci, solo alcune paginette.

Salvo scoprire poi che il suo ufficio, al Ministero di Grazia e Giustizia, era stato violato dall'intrusione dei soliti ignoti.

Naturalmente nulla è mai stato ritrovato, a spiegazione della mia frase: «Il segreto prima si crea e poi si conserva».

Fermiamoci un attimo.

Ancora prima di Paolo Borsellino, investigatori del calibro di Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giovanni Falcone avvertirono la necessità di lasciare per iscritto le scoperte, i segreti, le complicità di innominabili esponenti delle istituzioni nei quali si imbattevano investigando, quando ormai avevano capito che la loro uccisione era solo questione di tempo.

Vale per tutti loro: quelle carte sono esistite, sono state trafugate, non sono state rese pubbliche, ma quelle carte esistono ancora.

 

 
Chi le possiede – e non stiamo ovviamente parlando di un singolo individuo – le custodisce gelosamente.

E vuole che si sappia che il Potere da quelle carte non ha nulla da temere.

Concludiamo ripetendo il mantra che concludeva la risposta precedente: ci vuole molta pazienza.

Continua

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La rubrica di Saverio Lodato


ARTICOLI CORRELATI

Cosa scopriremmo sull'agenda rossa?

L'Agenda Rossa? Non aprite quella porta
Di Saverio Lodato

Saverio Lodato: ''Si nasconde via D'Amelio per nascondere la storia delle stragi d'Italia''

Se 33 anni vi sembran pochi...
Di Saverio Lodato

Un Vietnam chiamato Caltanissetta
Di Saverio Lodato
  

Foto di copertina © Paolo Bassani