Ci provano, ci riprovano, ma non ci riescono. E come sarebbe possibile uno scempio del genere?
Vorrebbero costruire un Paolo Borsellino Nero.
Un Paolo Borsellino in camicia nera, che indossava l’orbace e calzava gli stivaloni.
Un magistrato dell’era fascista, quando i fascisti di una volta, per un attimo, furono posseduti dal demone insano di volere cancellare la mafia dall’Italia. E con quale risultato, per il povero Cesare Mori, “il prefetto di ferro” spedito a Palermo da Mussolini, gli storici sono ancora in condizione di ricordare.
Un Paolo Borsellino di tal fatta non è mai esistito.
Ma si capisce che oggigiorno i simboli scarseggiano.
E chi non li ha, se li vorrebbe dare.
Tutto nasce dal fatto che ai tempi dell’Università, Paolo Borsellino era iscritto al Fuan, l’organizzazione di estrema destra, negli anni delle rivolte studentesche, e che quelle simpatie si trasformarono, negli anni successivi, in amicizie nostalgiche, forse non sempre ricambiate.
“Un amico mi ha tradito”, ebbe modo di confidare ai suoi colleghi Alessandra Camassa e Massimo Russo poco tempo prima di essere ridotto a brandelli in via d’Amelio. Il discorso sul Paolo Borsellino “fascista” noi lo chiuderemmo qui. Altri spunti, avendolo conosciuto e frequentato per ragioni di lavoro, non ne vediamo.
Il “pool antimafia” diretto da Antonino Caponnetto non era un circolo di notabili e nobili palermitani. Quei circoli, magari come il circolo “Unione”, dove oggi si scopre - e lo scopre persino il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, che ne è socio – che le donne sono sempre state escluse dall’elettorato attivo e passivo. 
No, il “pool antimafia” non era un circoletto che si affacciava sul mare della Conca d’oro. Se ne facciano una ragione gli esponenti della odierna palude palermitana.
Era una struttura, con caratteristiche di segretezza quasi militare, della quale facevano parte un pugno di magistrati, incoscienti e coraggiosi, che volevano sconfiggere la mafia portandola per la prima volta davvero in processo. E non erano uomini in frac.
In quel pool, ognuno aveva le idee politiche o il credo religioso che preferiva. Tutte convinzioni che si lasciavano alle spalle appena entravano in ufficio (di solito all’alba).
Vogliamo ribadirlo proprio oggi, a pochi giorni di quel tremendo 19 luglio di 34 anni fa, per ricordare ad alcuni, informare altri, che la cosa peggiore sarebbe tirare, da una parte o dall’altra, le giacche di eroi e martiri, immeritati dall’Italia, che oggi non ci sono più.
Dicevamo che è tempo di caccia ai simboli. Constatazione evidente. Ma a tutto c’è un limite.
A noi, per esempio, infastidisce che Giorgia Meloni, la presidente del consiglio, non faccia altro che ripetere che decise di scendere - darsi, o dedicarsi alla politica -, proprio nel giorno di quella strage.
Brava. Complimenti. Folgorata al momento giusto.
Ma sia conseguente, allora, ogni qual volta il suo ministro della giustizia, Carlo Nordio, sembra volersi intestare provvedimenti giudiziari che fanno a pugni con l’Abc della lotta alla mafia.
Impari a rispettare i magistrati simbolo di quella lotta alla mafia che la “folgorazione” la ebbero decenni prima di quel 19 Luglio. 
Quegli stessi magistrati che la commissione parlamentare, per iniziativa di una signora da lei voluta e imposta su quella poltrona di presidente, vorrebbe cacciare per un preteso “conflitto di interessi”.
Medesima presidente, diciamo en passant, che al solo sentir parlare di un’ipotesi investigativa di “pista nera” per via d’Amelio, scuote il capo sconsolata.
E noi restiamo freddini, poco accalorati, non folgorati per andare in prestito, dal grido della premier, in queste ore da Palermo: “Manderemo l’esercito contro la mafia”.
Sarebbe meglio che la Meloni prendesse l’abitudine di ordinare ai suoi gruppi parlamentari di concedere le autorizzazioni a procedere che richiedono i magistrati, anche quando riguardano iscritti e dirigenti di Fratelli d’Italia.
E ci piacerebbe che la Meloni dicesse agli italiani che idea si è fatta dell’agenda rossa che custodiva Paolo Borsellino nei suoi ultimi giorni.
Quella agenda rossa sulla quale, gli esponenti del suo governo, mantengono il più tetragono silenzio.
Questa è la folgorazione dalla quale ci piacerebbe vedere colpita la nostra presidente del consiglio.
Lasci perdere l’esercito, le forze armate.
Si fa prima a fare pulizia dentro certa politica.
I palermitani vorrebbero sapere cosa contiene l’agenda rossa, piuttosto che vedere le parate e sentire le trombe d’ordinanza.
Cose già viste, già sentite.
La rubrica di Saverio Lodato
ARTICOLI CORRELATI
Una strage nera tira l’altra
Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino
La corda in casa dell'impiccato
Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino
Dimenticate l'Agenda rossa
Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino
Il segreto prima si crea e poi si conserva
Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino
Cosa scopriremmo sull'agenda rossa?
Saverio Lodato intervistato da Silvia Camerino
L'Agenda Rossa? Non aprite quella porta
di Saverio Lodato












