Sono giorni in cui si allestiscono pulpiti improvvisati, a ogni angolo di strada, perché ognuno vuol dire la sua. Nessun vuol mancare all’appuntamento con la Storia, per ripulirsi i panni professionali nell’Arno della cronaca e dell’attualità.
La vicenda si è fatta avvincente, ci piace. Perbacco.
Grandi opinioni sotto il cielo, verrebbe da dire, se avesse qualche senso storpiare il grande Mao Zedong.
E che spettacolo vedere l’eccellenza del giornalismo italiano, di destra, di centro e di sinistra, dedicare pagine e pagine alla vicenda Report. L’avessero fatto quando Report andava in onda.
Che goduria leggere il fior fior di giornalisti dire la loro, spiegare e congetturare, spaccare il capello in quattro, ricordare e non ricordare, sermoneggiare e celiare sul pescato del giorno, che come lo saltava in padella il grande Valterino, nessuno come lui.
Smettiamola di scherzare. E andiamo alle cose serie, e se questa volta la tireremo un po’ per le lunghe, il buon lettore vorrà portare pazienza.
Vediamo.
La notte fra il 16 e il 17 ottobre 2025, appena avuta notizia, mi recai alle porte di Pomezia, sul luogo dell’agguato di fronte all’abitazione di Sigfrido Ranucci che trovai, visibilmente scosso, in compagnia dei familiari e del suo collega Mottola.
Arrivai intorno alle 3 di notte, in taxi, convinto di essere in ritardo per l’appuntamento con la cronaca.
Mi aspettavo di trovare gran ressa di inviati dei giornali, esponenti della politica, tutti lì a portare solidarietà al famoso e famigerato giornalista Ranucci che, sino a prova del contrario, aveva appena corso il rischio di finire in brandelli. E chi non sapeva chi fosse Ranucci in quei giorni? Macché.
Non c’era anima viva.
Tutti quelli che oggi pontificano dai pulpiti, dei quali parlavamo prima, avevano preferito continuare il sonno beato, non disturbato dall’emergenza del fattaccio fuori orario? E magari qualcuno di loro aveva tirato in lungo al Bistrò “Cefalù”, mentre il Lavitola portava le portate? Vai a sapere.
A decine, invece, raggruppati da una parte della strada prospiciente l’abitazione dei Ranucci, gli uomini in divisa e in borghese. Impettiti e taciturni. 
Ultimo dettaglio: di fronte casa, nessuna telecamera. Lo trovai strano. Curioso, inspiegabile.
Considerazioni sul punto. Parafrasando Flaiano: l’attentato è grave, ma non è serio. O meglio: non va preso sul serio. E questo lo avrei capito dopo.
Già. E come mai non si era messo in moto il tam tam che parte in casi del genere?
Ora dirò una cosa che farà arricciare il naso ai portatori dell’arte della “falconeide”, e spero che Maria Falcone non si risenta.
Non dimentichiamo mai che, dopo l’attentato fallito dell’Addaura, il tam tam fu che Giovanni Falcone se lo era commissionato e fatto da solo. Insomma, certi attentati son bestie difficili da decifrare sino in fondo.
Son cose che i grandi e illustri opinionisti dell’antimafia - alcuni a suo tempo indagavano sulla mafia alla Perry Mason -, non ignorano, e dovrebbero sempre ricordare.
Andiamo a un altro aspetto, che sta facendo discutere parecchio.
L’affaire Travaglio.
La storia la sapete. Travaglio ha scritto che Falcone stava, in qualche modo, nel governo Andreotti. Frase sbrigativa, tagliata rudemente. Apriti cielo. 
A quel punto si è creato un miscuglio di ipocrisia e malafede, disonestà intellettuale e dabbenaggine.
Cerchiamo di capire: come si può cercare di demolire Ranucci e la sua trasmissione Report? Affermando che non doveva frequentare e diventare amico di un “lestofante faccendiere” come Lavitola.
Ora, fermo restando che Travaglio sa benissimo difendersi da solo, la domanda è: Travaglio, con quella frase, intendeva criticare Falcone? Saremmo portati a dire di no, visto che Travaglio non è fra quelli che contestano a Ranucci la sua frequentazione con Lavitola.
E qui, mi sovviene qualche ricordino.
Vogliamo andare a rileggere cosa diceva di Giovanni Falcone Eugenio Scalfari, all’epoca direttore di Repubblica, quando proprio Falcone accettò l’incarico a Roma della direzione degli affari penali del ministero di grazia e giustizia? Visto che il procuratore di Palermo dell’epoca, Vincenzo Pajno, gli aveva fatto terra bruciata in Sicilia? O quando lo stesso Falcone telefonò ad Andreotti in persona per comunicargli, quasi in tempo reale, che aveva appena incriminato per calunnia aggravata il falso pentito catanese, Giuseppe Pellegriti, che accusava il “Divo Giulio” di essere il mandante dell’omicidio di Salvo Lima.
O vogliamo andare a rileggere l’editoriale devastante di Sandro Viola (poi venuto a mancare) in cui Falcone venne demolito - mentre era ancora vivo - sulle colonne di Repubblica? Era fuoco amico. Eccome se era fuoco amico.
Sono cose che auree personalità dell’antimafia del calibro di Luciano Violante, Piero Grasso e Giuseppe Ajala - tutti accuratamente scelti dal “Foglio”, come creme da creme, per dire la loro sul Ranucci - non dovrebbero fare fatica a ricordare. E neanche Maria Falcone, a nostro modestissimo avviso.
In altre parole: è lecito parlare di Giovanni Falcone, in una vicenda come quella di cui ci stiamo occupando? Certamente.
Le Statue lasciamole nelle case museo. Alle fondazioni. Alle reliquie collezionate dalla Commissione antimafia.
Insomma.
Facciamolo bene il lavoro. Cerchiamo di capire chi c’era davvero dietro il “botto” di Pomezia. E tutti quelli che vogliono che Ranucci sia cacciato, abbiano il buon gusto di aspettare che i magistrati mettano la parola fine a questa indagine. Mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco...
La rubrica di Saverio Lodato
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