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| Giorgio Bongiovanni

Taglio alle intercettazioni: il governo di destra fascista non accetta la sconfitta al referendum

Di Matteo: “Il potere avrà sempre paura della cronaca giudiziaria”

Giorgio Bongiovanni

Il potere, non soltanto la politica, avrà sempre paura della cronaca giudiziaria fino a quando vorrà difendere una gestione del bene pubblico contraria alle regole”. 
Il sostituto procuratore nazionale antimafia e già consigliere togato al Csm Nino Di Matteo è tornato qualche giorno fa a lanciare l’allarme – raccolto dal ‘Fatto Quotidiano’ - sui danni alla libertà di stampa nel nostro Paese causati dagli ultimi governi fascio-affaristi (Draghi-Meloni).  
Partiamo dall’anno scorso: a marzo 2025 questo governo ha avuto la ‘brillante’ idea di imporre un limite di 45 giorni alle intercettazioni fregandosene altamente degli avvisi lanciati dai magistrati antimafia che rischiano la vita (Scarpinato, Tescaroli, Lombardo, Ardita e altri). Le indagini sulla mafia, dati alla mano, hanno subito un danno irreparabile mentre boss e sodali di qualsivoglia genere e tipo festeggiano. 
Quarantacinque miseri giorni per intercettare, per indagare, per provare a tirar fuori la verità in un Paese dove la verità è sepolta sotto montagne di omertà, di depistaggi, di complicità altolocate. Quarantacinque giorni per reati come omicidi, sequestri, corruzione, peculato, pedopornografia, traffico di esseri umani. Reati che, lo sappiamo bene, non si risolvono in un mese e mezzo. Lo sanno i magistrati, lo sanno i poliziotti, lo sanno anche i mafiosi, che ora possono dormire sonni tranquilli: il governo gli ha regalato l’immunità. E gli effetti a distanza ormai di oltre un anno si vedono e si sentono. Dicono: "Ma per mafia e terrorismo non ci sono limiti!". Bugie. Bugie spudorate, perché sanno che le indagini antimafia non partono mai con l’articolo 416-bis in mano. Partono da un’estorsione, da una corruzione, da un abuso d’ufficio, da un reato "spia" che, solo dopo mesi di ascolti, di pedinamenti, di incroci di dati, svela il legame con il clan. Ma già da un anno, se dopo 45 giorni non hai ancora trovato il filo che collega il piccolo pesce al grande squalo, devi smettere. Davanti a questo scenario il buon senso imporrebbe una auto-correzione; ma nonostante i segnali chiari espressi dagli elettori, questo governo persiste nel perseguire riforme dannose in materia di giustizia ignorando i risultati del referendum, quando gli italiani hanno ripetutamente espresso una posizione chiara: non intendono che alcun governo – di destra, centro o sinistra – alteri in modo sostanziale uno dei tre poteri dello Stato, quello giudiziario, intaccandone l'autonomia e l'indipendenza costituzionalmente garantita. 
Nonostante questo l’esecutivo meloniano sembra non voler capire ed è notizia recente che il Csm vorrebbe varare un testo con cui si potrebbe arrivare a mettere un doppio bavaglio ai pubblici ministeri - in nome della presunzione di innocenza – che limiterà drasticamente la possibilità per i magistrati di spiegare ai cittadini il senso delle indagini e dei procedimenti più delicati. In questi giorni è arrivata la notizia di un possibile passo indietro da parte del Consiglio Superiore della Magistratura: il testo potrebbe essere rivisto.
E a ben vedere, verrebbe da dire: non si sarebbe trattato di un semplice intervento tecnico sulla comunicazione giudiziaria, ma, come ha spiegato Di Matteo al Fatto, “dell’ultimo passaggio” di un percorso che rischia di comprimere sempre di più “il diritto dei cittadini a essere informati su questioni d’interesse pubblico”. 


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Secondo il magistrato il problema nasce da lontano, precisamente dalla riforma Cartabia sulla presunzione d’innocenza. Ricordando il suo intervento al Csm nel 2021, il magistrato ribadisce con forza quanto sostenuto allora: “Confermo quello che dissi all’epoca: con la scusa della presunzione d’innocenza si provocò una gravissima limitazione della comunicazione dei magistrati”. Il riferimento storico evocato da Di Matteo è pesantissimo: “Con queste regole, Giovanni Falcone sarebbe finito sotto procedimento disciplinare”: il fatto che concedeva “interviste o addirittura scrivesse libri sulle dichiarazioni di Tommaso Buscetta è stato fondamentale per creare consapevolezza su un fenomeno come Cosa nostra”. E ricorda come tutto ciò avvenne “prima che la sentenza del Maxiprocesso diventasse definitiva”. Da qui la conclusione che “con le regole di oggi, Falcone e Paolo Borsellino sarebbero sottoposti a procedimento disciplinare e condannati”.
Per ora il Csm si è impegnato (speriamo) a correggere i suoi stessi errori.
In conclusione le riforme da fare sarebbero altre: riduzione della burocrazia e della durata eccessiva dei processi (uno dei principali problemi cronici della giustizia italiana); Eventuale inasprimento delle pene per reati gravi quali corruzione, concussione, associazione mafiosa, stragi e delitti di criminalità organizzata. Al contrario si creano interventi che riducono gli strumenti investigativi a disposizione della magistratura, favorendo l'impunità di soggetti potenti piuttosto che tutelare il cittadino comune. Come al schiforma Cartabia e, appunto, l'introduzione del massimo di 45 giorni per le intercettazioni.
Insistere su queste linee nonostante i risultati referendari e le opposizioni diffuse rappresenta un atto di arroganza.  Com’è arrogante il disegno di legge del deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, che prevede sanzioni fino a 100mila euro per chi pubblica atti di procedimenti penali e il divieto di pubblicare il nome del pm titolare delle indagini.
Anche su questo punto Di Matteo è intervenuto nell’intervista ribadendo che queste iniziative rappresentano una precisa volontà di limitare il controllo pubblico sull’esercizio del potere: “Lo stesso è avvenuto con la norma, varata dal ministro Nordio, che vieta la citazione delle ordinanze di custodia cautelare: così si rischia anche che la sintesi operata dal giornalista possa essere incompleta o strumentale”. E conclude con un riferimento inquietante alla storia della loggia P2 e al Licio Gelli: “Vorrei segnalare una coincidenza: il divieto di pubblicare i nomi dei pm titolari delle indagini era previsto già dal Piano di rinascita democratica di Licio Gelli. Dopo la separazione delle carriere, bocciata dal referendum, le coincidenze continuano”. I fascisti, non c’è da stupirsi, sono sempre stati dalla parte del potere; non dalla parte della Costituzione, non dalla parte dei magistrati che ogni giorno rischiano la pelle nella lotta alle mafie. No, loro - Meloni, Nordio, Zanettin - con le loro leggi scelgono di stare dalla parte dei colletti bianchi, dei mafiosi in giacca e cravatta, dei politici che tremano perché sanno di avere scheletri negli armadi. Scheletri che puzzano di stragi, di appalti truccati, di patti scellerati con la criminalità organizzata.  Ma il popolo non dimentica. L’anno prossimo, buonsenso permettendo, li manderemo a casa. E speriamo per sempre. Perché una cosa è certa: chi è amico della mafia, non può essere amico dell’Italia. 

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