Paolo Borsellino e l'agenda rossa rubata in via d'Amelio - Trattativa e pista nera
Le domande mai risolte
Pagina 3 di 5: Trattativa e pista nera
Trattativa e pista nera
Nel mese di luglio il giudice aveva raccolto anche le importanti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Gaspare Mutolo e Leonardo Messina. Il primo, tra le altre cose, "anticipò che avrebbe parlato dell'ex Sisde Bruno Contrada". Il secondo riferì del piano segreto di destabilizzazione discusso a Enna nel 1991 dai vertici regionali della mafia. Un piano iniziato proprio con la strage di Capaci.
Non solo.
Già nel processo "Borsellino ter", mai oggetto di revisione, istruito dai pm Nino Di Matteo ed Anna Maria Palma, si parlava di quel dialogo intercorso tra gli ufficiali del Ros (Mori e De Donno) e il sindaco Vito Ciancimino.
È pressoché certo che Borsellino fu informato di quella “trattativa”.
Ad avvisarlo, in un incontro all'aeroporto di Fiumicino il 28 giugno, fu Liliana Ferraro (magistrato che aveva lavorato al fianco di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia), così come da lei stessa riferito vent'anni dopo i fatti, sentita nel processo Trattativa. “Adesso ci penso io” erano state le uniche parole del giudice che, secondo l'ex direttrice dell'ufficio Affari Penali, “non sembrava ancora informato sul punto”.
Una vicenda, questa, che è stata approfondita in più processi.
Di “trattativa” parlò anche alla moglie, Agnese Piraino Leto, a cui disse anche che il generale dei Carabinieri Antonio Subranni era 'punciuto'.
Il suo nome era contenuto nell’Agenda Rossa?
Tra gli elementi più recenti che riguardano le attività investigative di Borsellino nell’arco dei 57 giorni che separano la strage di Capaci e via d’Amelio ve ne è uno particolarmente significativo.
Riguarda la partecipazione di Paolo Borsellino ad una riunione tra la Procura di Palermo e quella di Caltanissetta per uno scambio di informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all'attentato di Capaci.
Non si tratta di un incontro banale. Perché Lo Cicero, che non era un mafioso ‘punciuto’ (ritualmente affiliato a Cosa Nostra n.d.r), era cugino del boss Armando Bonanno e autista del boss di San Lorenzo e membro della Cupola di Cosa Nostra Mariano Tullio Troia.
Egli aveva riferito di aver visto Stefano Delle Chiaie "un paio di volte a Capaci" prima della strage.
In questi mesi anche altri elementi hanno messo in evidenza l’interesse di Paolo Borsellino su questa pista.
Ma la Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo non vuole approfondire in alcun modo.
E lo stesso avrebbe voluto fare il Procuratore De Luca, se non fosse che la Gip Graziella Luparello ha disposto nuove indagini.
Ovviamente, come dice Lodato, "nessuno può sapere cosa ci fosse scritto nell'Agenda Rossa. Ma è un fatto inspiegabile che le istituzioni, chiamate a indagare, abbiano fatto la scelta di calare una pietra tombale sull'argomento". "Se Borsellino fosse morto per 'mafia e appalti' - continua provocatoriamente Lodato - nell'Agenda se ne dovrebbe trovare conferma. Dunque sarebbe preziosa ancora oggi. E volerla trovare dovrebbe essere impegno di tutti. Tranne che nell'Agenda si parli di altro, di tutt'altro. E in quel caso - conclude - è preferibile che l'Agenda non si trovi mai".
Forse basterebbe partire dagli elementi fin qui acquisiti per dare un volto a chi ha compiuto la sottrazione.












