Paolo Borsellino e l'agenda rossa rubata in via d'Amelio
Le domande mai risolte
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Che fine ha fatto l'agenda rossa di Paolo Borsellino? Perché è stata fatta sparire in via d'Amelio 34 anni fa, appena un minuto dopo la strage che ha ucciso il giudice assieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina? Sono solo alcune delle domande che restano sulle stragi di Stato che hanno messo a ferro fuoco l'Italia intera nei primi anni Novanta.
Storie di "segreti" che, come dice Saverio Lodato nel dialogo con Silvia Camerino, studentessa di Giurisprudenza, componente del direttivo del Movimento Agende Rosse fondato da Salvatore Borsellino, che verrà pubblicato assieme ad altre testimonianze nel libro "Il filo nero del depistaggio dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino" (Iod Edizioni), in uscita a luglio, "chiamano in causa esseri umani che quei 'segreti' hanno fatto di tutto perché restassero tali".
"Segreti" che "nascondono le colpe, le responsabilità, e, molto spesso, esseri umani che sono ancora vivi, che stanno fra noi, che tirano le fila per tenere in buona salute il Potere di ieri e il Potere di oggi".
La scomparsa dell'agenda rossa di Paolo Borsellino è senza ombra di dubbio la prima azione del depistaggio sulla strage. Ed è un dato di fatto che a rubarla non possono essere stati i boss di Cosa nostra.
Saverio Lodato e Silvia Camerino
Quel che non si vuol vedere
E' un momento storico delicato. Si sta vivendo un tempo in cui si cerca di riscrivere la storia, cancellare la memoria e rassegnare all'oblio quei fatti che hanno segnato irrimediabilmente la storia della nostra Repubblica.
E ciò avviene attraverso le più alte istituzioni. Lo abbiamo visto nel lavoro della Commissione parlamentare antimafia che in questi anni ha tenuto una serie di audizioni per scandagliare un'unica pista processuale della strage di via d'Amelio ovvero l'interesse di Paolo Borsellino per l'inchiesta “Mafia-appalti”.
Un'operazione di parcellizzazione ed atomizzazione dei fatti che rischia davvero di allontanare dalla verità sulle stragi.
Il tutto avviene con il beneplacito della Procura di Caltanissetta. Il Procuratore capo Salvatore De Luca in Commissione antimafia ha pontificato le proprie conclusioni sulla pista mafia-appalti ("Riteniamo che la gestione delle indagini su mafia e appalti presso la procura di Pietro Giammanco sia stata la concausa della strage Borsellino e anche di quella Falcone") ed abbatterne altre, definendo la pista nera uno "zero tagliato".
Audizioni che ora dovranno essere valutate dal Csm e dalla Procura di Roma dopo gli esposti presentati dall'avvocato Luigi Li Gotti che ha denunciato il magistrato per "reiterata falsa testimonianza" per aver omesso importanti elementi che riguardano le risultanze sulla cosiddetta pista nera.
Sempre Lodato, rispondendo a Silvia Camerino, sostiene che parlare di "pista nera" in Italia significhi toccare uno dei nodi più irrisolti della storia repubblicana. A suo giudizio, il problema non è tanto il fascismo storico del Ventennio, quanto il ruolo svolto da ambienti neofascisti, apparati deviati dello Stato e servizi segreti nelle strategie della tensione e nelle principali stragi che hanno segnato gli ultimi ottant'anni.
"Lo stragismo data dalla strage di Portella della Ginestra del 1947, in nome della guerra fredda, della divisione del mondo in blocchi, dell’anticomunismo.
Una partita durata decenni e decenni e che vide sedere al tavolo da gioco molti degli stessi fascisti che avevano avuto il loro battesimo del fuoco nella Repubblica Sociale Italiana di Salò - ricorda Lodato - Queste forze eversive fecero parte, a vario titolo, dei governi paralleli che si alternarono alla guida del Paese, spesso godendo delle generose complicità della CIA.
Di tutto questo non si parla, o si parla troppo poco. È questa la 'corda in casa dell’impiccato' alla quale faccio riferimento ogni qual volta si tira in ballo la 'pista nera'". E certamente "non è un caso che sin dal suo atto di nascita la Commissione parlamentare Antimafia abbia aprioristicamente e categoricamente escluso un approfondimento delle trame criminali che hanno segnato gli ultimi ottant’anni".
C'è chi vuole dimenticare le parole di Giovanni Falcone in Commissione parlamentare antimafia nel novembre 1988 quando espresse precise valutazioni sul delitto Mattarella: "L’indagine è estremamente complessa - aveva affermato - perché si tratta di capire se e in quale misura 'la pista nera' sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro paese, anche da tempi assai lontani”.
Parole che pesano come macigni e che possono essere proiettate anche su tutto ciò che è avvenuto dopo.
Falcone aveva parlato a Saverio Lodato di "menti raffinatissime" dietro al fallito attentato all'Addaura. Falcone aveva riferito a Pino Arlacchi e a Roberto Scarpinato che si sarebbe voluto occupare di Gladio, cioè l’organizzazione paramilitare clandestina che aderiva a Stay Behind, l’operazione promossa dalla Cia in Europa in chiave anti comunista.
La prova è anche nei diari pubblicati post mortem su “Il Sole 24 Ore” dalla giornalista Liliana Milella dove vi erano diversi riferimenti a questi scenari. Ulteriori tracce si sarebbero potute trovare proprio negli appunti di Giovanni Falcone se non fosse che qualcuno (certo non uomini di Cosa nostra) riuscì a manomettere i supporti informatici del giudice (un personal computer che si trovava presso il suo ufficio al Ministero di Grazia e Giustizia).
Argomenti che, ne siamo certi, ha affrontato anche nei dialoghi con Paolo Borsellino, il quale ha sicuramente lasciato traccia nell'agenda rossa sparita. Perché era lì che annotava i suoi pensieri e le sue considerazioni. Anche sulle indagini.













