L’impero nel caos. La sconfitta Usa con l’Iran apre la guerra dentro l’America
Il petrodollaro trema, con la pace l’élite dei 500 guadagna centinaia di miliardi, ma i neocon sionisti vogliono sabotare gli accordi

Solo una firma digitale. Nessuna stretta di mano, nessun cerimoniale a favore di telecamere. Così è stato siglato il Memorandum d'intesa tra Stati Uniti e Iran, mentre il presidente Donald Trump teneva una cena con il presidente francese Emmanuel Macron alla Reggia di Versailles, in accordo con l’omologo presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
Tutto è rimasto confinato nell’etere. È stato imperativo evitare qualunque contatto fisico da immortalare per il mondo intero che certifichi l’umiliante sconfitta strategica subita dagli Stati Uniti.
Guardiamo al Memorandum d’intesa. ll punto centrale è un "cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti, compreso il Libano", con la rinuncia reciproca ad azioni militari future e la garanzia della sovranità libanese.
Sul fronte economico, gli Stati Uniti si impegnano a revocare immediatamente le sanzioni petrolifere e a rimuovere il blocco navale entro 30 giorni, mentre l'Iran garantirà la libera navigazione commerciale nel Golfo Persico e nel Mare di Oman entro 60 giorni, con il pieno ripristino del traffico entro 30 giorni dalla bonifica delle mine. I beni iraniani congelati (24 miliardi di dollari) saranno sbloccati secondo procedure concordate, con piena autorizzazione della Banca Centrale iraniana ad accedere ai fondi esteri. Il pezzo più sorprendente dell'accordo è forse il piano di sviluppo economico per l'Iran da "oltre 300 miliardi di dollari USA", che gli Stati Uniti e i partner regionali si impegnano a elaborare entro 60 giorni.
Tra i punti essenziali, ne trova spazio uno che certifica ora Teheran come un nuovo attore geopolitico di rilievo nell'area. Esso stabilisce che "l'Iran e Oman discuteranno della futura gestione e degli accordi marittimi nello Stretto di Ormuz, in consultazione con gli Stati della regione e in conformità con il diritto internazionale".
Sul nucleare, l'Iran conferma che non svilupperà armi nucleari. La questione delle scorte di uranio arricchito sarà risolta tramite un meccanismo concordato, che prevede "almeno la diluizione in loco sotto la supervisione dell'AIEA". Fino alla firma dell'accordo definitivo, Teheran congelerà la propria posizione nucleare, mentre Washington non imporrà nuove sanzioni né dispiegherà ulteriori forze nella regione.
La sconfitta strategica
Con un conflitto costato, complessivamente 200 miliardi di dollari, gli Stati Uniti non sono riusciti a ottenere un cambio di regime in Iran, e l’assetto del potere a Teheran è rimasto sostanzialmente intatto nonostante mesi di guerra e pressioni internazionali. Sul piano militare, gran parte delle capacità offensive e difensive iraniane è sopravvissuta ai bombardamenti: le valutazioni di intelligence convergono sul fatto che almeno una quota significativa dell’arsenale missilistico (almeno il 70%) e dei mezzi convenzionali resti operativa, consentendo a Teheran di mantenere un potere di deterrenza e di interdizione regionale.
Neppure il programma nucleare è stato neutralizzato: l’Iran conserva scorte consistenti di uranio arricchito, inclusi centinaia di chilogrammi a livelli prossimi all’uso militare, e le agenzie internazionali segnalano che la capacità tecnica di riprendere rapidamente la produzione rimane intatta. Parallelamente, il blocco dello Stretto di Hormuz ha sottratto dal mercato circa 20% dell'offerta mondiale di petrolio, con Brent che ha toccato 112,57 $/barile il 27 marzo, facendo esplodere i costi energetici globali, innescando una nuova fiammata inflazionistica che ha spinto le proiezioni sull’inflazione statunitense a sfiorare il 4,2% annuo a maggio, ben al di sopra delle stime precedenti alla guerra, conducendo il mercato azionario Usa al rischio di un crollo senza precedenti. 
Basti pensare che l’indice S&P 500 aveva già perso l’8% nelle prime settimane di conflitto, toccando un minimo il 30 marzo, mentre il drawdown medio dei singoli titoli S&P 500 era già del -21% da inizio anno, nonostante l'indice generale apparisse più stabile grazie alla concentrazione del rialzo in pochi titoli AI ed energia.
L’impero del petrodollaro era in pieno crollo. Vista la necessità di coprire i costi energetici molti Paesi alleati hanno iniziato ad operare un’ondata di vendite sui Treasury USA a lunga scadenza sui 10 e 30 anni, che ha fatto impennare i rendimenti dei titoli del tesoro Usa, portando il trentennale stabilmente sopra il 5% e il decennale intorno al 4,4–4,6%. Washington stava compromettendo la capacità di finanziare il suo deficit colossale.
Il Memorandum che ha salvato le grandi famiglie
Era dunque necessaria una pausa operativa. E infatti, non a caso, non appena è stata annunciata la tregua, per quanto umiliante, alla chiusura delle contrattazioni a New York le 500 persone più ricche del mondo hanno incrementato il proprio patrimonio di 336 miliardi di dollari in un solo giorno — "il maggiore aumento mai registrato in un solo giorno." Il patrimonio complessivo dei miliardari inclusi nel Bloomberg Billionaires Index ha raggiunto i 13.300 miliardi di dollari. Elon Musk, che guida la classifica, ha visto il suo patrimonio crescere di 164 miliardi di dollari in 24 ore, portandolo a 1.270 miliardi di dollari — anche grazie alla quotazione in borsa di SpaceX, già sesta azienda al mondo per capitalizzazione.
Mark Zuckerberg ha guadagnato 9,16 miliardi di dollari, Larry Ellison 8,92 miliardi, Larry Page 7,61 miliardi, Sergey Brin 7,01 miliardi e Jeff Bezos 6,96 miliardi. Il Dow Jones ha segnato un nuovo massimo storico con un +0,92%, mentre il Nasdaq tecnologico ha guadagnato il 3,07%.
È la fotografia di un sistema in cui la pace era diventata necessaria per salvare il patrimonio finanziario delle grandi famiglie più ricche del mondo.
Ma ora il grosso problema per Trump è che esiste un’altra fazione che la pace non la vuole per nessun motivo.
Israele sabota il memorandum
In questo contesto di totale sconfitta strategica Usa, il primo ministro Israeliano Benjamin Netanyahu non può accettare un ritiro umiliante dal Libano che decreterebbe la parola fine sulla sua carriera politica e si sta adoperando con tutte le sue forze per sabotare l’intesa.
La tregua annunciata venerdì pomeriggio con il Libano – la cui pacificazione è tra i punti principali del Memorandum – è durata meno di un battito di ciglia. Poco prima delle 16:00 ora libanese, un alto funzionario statunitense aveva comunicato, sotto anonimato, che Israele e Hezbollah avevano raggiunto un cessate il fuoco elaborato dai negoziatori di Washington e Doha con il contributo di Teheran. La speranza diplomatica si è dissolta nell'arco di secondi.
Il Canale 12 israeliano ha offerto, con disarmante cinismo, la chiave di lettura ufficiale: "Un cessate il fuoco non significa cessare il fuoco. Significa non intensificare gli attacchi." Una precisazione lessicale che ha trovato immediata, brutale conferma nei fatti.
Esattamente alle 16:00 — nell'istante stesso in cui la tregua doveva entrare in vigore — il Libano meridionale è stato investito da una sequenza serrata di raid aerei. Kfar Reman alle 16:00, Nabatieh al-Fawqa alle 16:05, Kfar Sir alle 16:10 e poi ancora, con colpi reiterati sulle stesse località: un secondo attacco su Kfar Sir alle 16:14, le zone Nabatieh–Zibdin–Choukin alle 16:17, altri due attacchi su Nabatieh al-Fawqa alle 16:20 e 16:25. Alle 16:25 viene colpito anche Jabal al-Rafie, poi al-Rayhan alle 16:36, Adshit e Masir Habboush alle 16:41, un terzo raid su Kfar Sir alle 16:45. Dalle 16:48 in avanti, fuoco di artiglieria continuo su Nabatieh e dintorni. Il bilancio: almeno 12 attacchi aerei in meno di 45 minuti, e almeno 32 civili uccisi.
La risposta Iraniana: Hormuz come arma
Il messaggio di Teheran non si è fatto attendere. Il Comando Centrale Khatam-al Anbiya ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico navale, definendo i bombardamenti israeliani "una violazione degli impegni assunti dalla controparte" nel quadro dell'accordo provvisorio siglato da Trump e Pezeshkian. "Qualora l'aggressione dovesse proseguire, saranno pianificate e adottate ulteriori misure", ha precisato il comunicato diffuso dalla televisione di stato iraniana.
Il professor Abdulla Banndar Al Eltaibi dell'Università del Qatar ha inquadrato la mossa all'interno di quella che ha definito la "strategia del fine settimana": colpire quando i mercati sono chiusi, massimizzare la pressione su Trump e i mediatori. L'equazione è semplice nella sua brutalità — Hormuz in cambio del Libano. Eppure l'Iran ha poi confermato l'invio di una delegazione in Svizzera, con l'obiettivo esplicito di chiedere agli Stati Uniti di "adempiere agli impegni assunti".
Netanyahu e la trappola reciproca con Trump
Israele non ha agito soltanto con gli aerei, bombe e missili. Secondo fonti citate dalla CNN, il premier Netanyahu ha attivato parallelamente una campagna di pressione politica a Washington, mobilitando commentatori conservatori — tra cui Mark Levin di Fox News, che ha definito l'accordo "privo di senso" — e senatori repubblicani alleati, con l'obiettivo di plasmare l'esito finale dei negoziati sul nucleare iraniano.
La Casa Bianca ha risposto in modo insolitamente netto. Il vicepresidente JD Vance, con parole che il quotidiano Yedioth Ahronoth ha descritto come capaci di "scioccare gli ambienti israeliani", ha avvertito: "Se fossi nel governo israeliano, probabilmente non attaccherei l'unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo", ricordando che due terzi dell'arsenale israeliano degli ultimi anni è stato finanziato con denaro dei contribuenti americani. Trump, dal canto suo, aveva già scritto sui social di aspettarsi "un cessate il fuoco completo su tutti i fronti". Secondo il Wall Street Journal, il presidente avrebbe persino iniziato a verificare in autonomia le affermazioni di Netanyahu durante le loro telefonate — un segnale inequivocabile di fiducia in erosione.
Il corrispondente di Al Jazeera da Burgenstock ha sintetizzato efficacemente la regressione in corso: "La situazione sta regredendo rispetto a quando il protocollo d'intesa fu firmato da Trump a Versailles e da Pezeshkian a Teheran." I colloqui in Svizzera, già rinviati, hanno ora un ordine del giorno completamente riscritto — non più come proseguimento di un accordo, ma come tentativo di recuperare ciò che Israele ha già fatto a pezzi.
Di fatto, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran segna il fallimento del memorandum, reso inattuabile dal proseguimento delle operazioni israeliane in Libano. Trump tenta di forzare Netanyahu a fermare il conflitto, ma il premier israeliano non può permettersi un ritiro senza rischiare il collasso politico interno. Allo stesso tempo, il tycoon non può avanzare nei negoziati con Teheran senza ottenere concessioni da Israele,
La questione si potrebbe risolvere alla fine facendo cadere la testa di Netanyahu, ma questo avrà comunque un prezzo anche per Trump. Yedioth Ahronoth, il quotidiano israeliano di proprietà della miliardaria israelo‑statunitense, Miriam Adelson, già sta accusando il presidente USA di tradimento. E la Adelson è la maggiore finanziatrice di Trump, colei che ha contribuito alla sua campagna elettorale con 250 milioni di dollari.
Nuovi tentativi di assassinio contro il presidente
E farsi nemico la lobby sionista potrebbe essere una trappola mortale per Trump che ora rischia di essere assassinato. Sono molti i falchi repubblicani contro l’inquilino della Casa Bianca che stanno schiumando violentemente di rabbia per gli accordi posti in essere.
"Reagan si starà rivoltando nella tomba. Le ambizioni nucleari dell'Iran non sono state frenate, e hanno imparato che minacciare lo Stretto di Hormuz funziona", ha dichiarato il senatore repubblicano Bill Cassidy su X, ricordando il bilancio umano ed economico per non ottenere nulla: "Prima della guerra, lo stretto era aperto, l'Iran era schiacciato dalle sanzioni e 13 militari erano ancora vivi. Ora, 13 americani sono morti, le famiglie hanno speso miliardi in benzina, le sanzioni saranno revocate."
Il senatore democratico Chris Murphy ha usato toni ancora più duri, definendo il protocollo "un accordo folle" e "un pagamento multimiliardario in cambio di nulla". "Questa è la prova inconfutabile che la guerra non ha portato alcun beneficio all'America. L'Iran ha vinto. Trump si è arreso", ha dichiarato. Il repubblicano Thomas Massie ha invece puntato il dito contro il piano da 300 miliardi di dollari, ricordando che si tratta di "cinque volte quanto il Congresso spende annualmente per strade e ponti." Anche Nikki Haley e Mike Pence hanno attaccato l'accordo: quest'ultimo lo ha paragonato all'"appeasement" del nucleare iraniano ai tempi di Obama.
In questo contesto, emergono sempre più indizi su possibili nuovi tentativi di attentato al presidente americano. Il direttore dell'FBI Kash Patel ha già annunciato pubblicamente di aver sventato un nuovo complotto contro Donald Trump. Tempistica impeccabile, quasi chirurgica.
Il Dipartimento di Giustizia ha classificato ufficialmente l'episodio come tentativo di assassinio: cinque individui incriminati — un diciannovenne di Cincinnati, due californiani, uno di Omaha e un presunto "reclutatore" di Kansas City — per aver pianificato di abbattere con droni carichi di esplosivo gli edifici adiacenti all'evento UFC tenutosi domenica scorsa nei giardini della Casa Bianca, provocare il caos, incanalare la folla verso una squadra di cecchini preposizionata e infine "assaltare il cancello della Casa Bianca". L'FBI ha identificato complessivamente 23 persone coinvolte. In tutto questo, le prime comunicazioni ufficiali non hanno rilevato "alcun nesso straniero". Curioso dettaglio, in un momento in cui un accordo con Teheran era a ore dalla firma. Anzi, i cospiratori avrebbero voluto colpire proprio i politici finanziati dall'AIPAC — il principale braccio lobbistico israeliano a Washington. Che coincidenza straordinaria!
Un copione già visto
Dal 2018 a oggi, le agenzie federali americane hanno dichiarato di aver sventato quasi mezza dozzina di complotti "orchestrati dall'Iran" contro gli Stati Uniti, la maggior parte dei quali riguardava l'uccisione di Trump. Teheran ha costantemente e categoricamente respinto queste accuse. Il precedente più rivelatore è quello di Asif Merchant, arrestato il 12 luglio 2024 — un giorno prima del comizio di Butler, Pennsylvania — con l'accusa di pianificare omicidi politici su mandato iraniano. Il clamore mediatico fu enorme. La connessione con l'imminente attentato a Trump divenne, ovviamente, narrativa dominante.
Come ha osservato il giornalista Ken Silva — autore di The Trump Assassination Plots: What the Investigations Missed and Why It Matters, quello che la stampa principale non ha mai raccontato con la necessaria attenzione è che “Merchant era stato lasciato entrare deliberatamente nel paese dai servizi, monitorato fin dal primo giorno, con il suo autista che era un informatore dell'FBI” e i presunti "sicari iraniani" che erano in realtà agenti sotto copertura.
Butler, Pennsylvania: Il proiettile che cambiò la storia
Ma torniamo al 13 luglio 2024. Thomas Crooks, il ventenne che sparò a Trump durante il comizio di Butler, non corrispondeva al profilo del "lupo solitario radicalizzato" imposto dalla narrativa ufficiale: studente modello con una media di 4.0, piani universitari imminenti, un profilo psicologico poco compatibile con quello di un suicida-attentatore.
In quelle ore, il sistema anti-drone del Secret Service aveva smesso di funzionare proprio fino al momento in cui Crooks utilizzò un drone per la ricognizione. Le segnalazioni di un individuo sospetto con un telemetro laser furono ignorate o disperse nei canali radio sbagliati. E il colpo stesso — oltre 130 metri di distanza, con precisione quasi da biathlon — difficilmente si concilia con un dilettante. Il cecchino federale David King ha fornito versioni contrastanti: al Congresso ha dichiarato di non aver visto Crooks prima degli spari, mentre nei suoi appunti immediati lo descriveva chiaramente armato sul tetto. Nonostante questo fallimento documentato, King è stato celebrato da Trump come suo salvatore. Chi ha invece davvero fermato Crooks — il poliziotto locale Aaron Zalaponi — non è mai stato citato né riconosciuto pubblicamente.
Il collegamento più inquietante è con quanto avvenuto il giorno prima: fu proprio la minaccia iraniana costruita attorno al caso Merchant a convincere il Secret Service a inviare cecchini federali a Butler per la prima volta nella storia della protezione di un ex presidente, togliendo il controllo delle postazioni ai cecchini locali che avrebbero probabilmente reagito più prontamente all'avvistamento di Crooks sul tetto. A completare il quadro, il New York Times — ripreso da Max Blumenthal — ha confermato che l'intelligence iniziale su questo presunto complotto iraniano proveniva da Israele.
Dalla sparatoria alla guerra
L'attentato avvenne due giorni prima della Convenzione Repubblicana, mentre Trump non aveva ancora scelto il suo vice. Tutti i candidati in corsa — tranne JD Vance — erano neoconservatori. Dopo Butler, arrivarono le endorsement a valanga, i procedimenti legali contro il presidente si sgonfiarono, e il tycoon che per un decennio si era opposto alle guerre di cambio di regime e aveva criticato apertamente l'interventismo in Iran si trasformò — nelle parole dello stesso Carlson — in "non solo un neocon, ma il neocon più attivo del mondo. Molto più di quanto siano mai stati Bob Kagan o Bill Kristol."
Il resto è storia. A febbraio, Trump ha avviato una guerra congiunta con Israele contro l'Iran, culminata nell'eliminazione dell'Ayatollah Khamenei, riconoscendo lui stesso pubblicamente che i presunti tentativi iraniani di ucciderlo hanno influenzato quella decisione. La rete neoconservatrice della Vandenberg Coalition — rifondata da Elliott Abrams nel 2021 in attesa di un secondo mandato Trump — ha rivendicato di aver influenzato direttamente la politica mediorientale dell'amministrazione. Il punto di demarcazione storico sembra coincidere con quel proiettile del 13 luglio 2024. E ora che la pace torna a farsi strada, il copione si ripropone con fedeltà sospetta.
Ora sia Trump sia Netanyahu si trovano in una trappola simbiotica, mentre negli Stati Uniti infuria la lotta di potere tra i neocon sionisti e le grandi famiglie della finanza, i grandi fondi d’investimento che non vogliono la guerra e preferiscono salvaguardare il risparmio privato, da destinare fin dove possibile a gonfiare gli indici azionari delle ultime compagnie ancora in grado di trainare, per un po’, l’economia stagnante dell’impero Usa.
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