La trattativa Mafia-Stato di Gasparri
Tipica ipocrisia fascista ad “uso e consumo”
Un processo scomodo per il Potere, osteggiato dall’intera classe politica, da destra a sinistra, perché ha squarciato il velo di Maya su una stagione, quella delle bombe degli anni Novanta, mettendo in evidenza manovre torbide, silenzi e responsabilità dei più alti vertici delle istituzioni.
E’ la storia del processo trattativa Stato-mafia che vedeva imputati accanto ai boss mafiosi alcuni ufficiali dei Carabinieri (Mori, De Donno e Subranni), e l’ex Senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri (già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) con l’accusa di minaccia o attentato a Corpo politico dello Stato.
Ognuno aveva interesse a screditare il lavoro dei magistrati di Palermo.
La destra “sbraitava” contro i pm Nino Di Matteo ed i membri del pool ogni volta che emergevano elementi inerenti il 1992, rispetto a quel dialogo avviato dagli ufficiali del Ros con il sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, o la mancata perquisizione del covo di Riina, il mancato blitz a Mezzojuso per la cattura di Bernardo Provenzano e così via.
E sempre la destra inveiva rispetto agli approfondimenti sul 1994, gli incontri tra il boss Giuseppe Graviano e Marcello Dell’Utri e la “magica” fine delle stragi in contemporanea alla nascita di Forza Italia e l’ascesa del primo governo di Silvio Berlusconi.
Ma anche la sinistra dimostrava di essere insofferente rispetto a quel che emergeva sul 1993, ovvero il periodo in cui, a colpi di bombe, fu avviato un percorso di ammorbidimento del regime carcerario 41 bis, con responsabilità precise di figure come l’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso o l’ex Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
Quando scoppiò il caso delle intercettazioni tra l’allora indagato Nicola Mancino (finito a processo e poi assolto dall’accusa di falsa testimonianza) e l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano tutti si sollevarono in “coro” accusando anche di eversione i magistrati che conducevano l’accusa.
Oggi, tre anni dopo le assoluzioni definitive della sentenza di Cassazione che ha passato il colpo di spugna su ogni tipo di responsabilità penale, la trattativa Stato-mafia torna alla ribalta con l’ipocrisia fascista ad “uso e consumo” di chi vorrebbe raccontare una storia solo a metà e non nel suo complesso.
E’ la logica che viene messa in campo da Maurizio Gasparri, da sempre in prima linea contro il processo trattativa da lui definito come "infondato" o "farneticante", che in un articolo su “Il Tempo”, citando sentenze e documenti, parla solo del 1993, puntando il dito contro Scalfaro, rispetto all’ammorbidimento del regime carcerario 41 bis e la scarcerazione di oltre 300 mafiosi.
Nella sua lettura degli atti Gasparri parte dall’incontro tra Scalfaro e i cappellani delle carceri nel marzo del ’93, dopo che un mese prima fu inviata una lettera anonima al Quirinale, con toni minacciosi, da parte di "sedicenti familiari dei detenuti mafiosi". 
Mario Mori © Imagoeconomica
“La vicenda – scrive Gasparri – è stata confermata da Fabbri (uno dei due cappellani, ndr) in occasione di importanti processi e anche le sentenze parlano di questa vicenda”.
Viene richiamata la pagina 2585 della sentenza del processo d'appello sulla trattativa Stato-mafia in cui il presidente della Corte d’Assise d’Appello Pellino ed il consigliere Vittorio Anania (entrambi estensori della sentenza) mettono in evidenza proprio il "ruolo propulsivo" di Oscar Luigi Scalfaro, "nella decisione di sostituire" Nicolò Amato (allora capo del Dap) "con una personalità di altro stampo che non aveva certo fama di essere uno strenuo difensore del carcere duro".
E’ risaputo che Oscar Luigi Scalfaro, deceduto nel gennaio 2012, fu uno degli imputati mancati del processo.
Proprio il pm Nino Di Matteo, durante la requisitoria in primo grado, aveva parlato di “evidente reticenza e falsità” rispetto alle dichiarazioni rilasciate alla Procura di Palermo il 15 dicembre 2010 quando dichiarò di non sapere nulla sull’avvicendamento ai vertici del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) tra Amato e Capriotti e di non aver avuto nulla da dire su Parisi “su una possibile trattativa o connessione tra 41 bis e gli episodi stragisti del 1993”. “C’è un contrasto netto ed insanabile tra Scalfaro e le dichiarazioni di Napolitano che ha riferito che tra le alte cariche dello Stato – aveva anche aggiunto - dopo gli attentati del’93, era chiara la convinzione che quelle bombe rispondessero ad una sorta di ricatto dell’ala corleonese di Cosa nostra per migliorare il regime carcerario”.
Ma Gasparri ovviamente tace questi elementi perché altrimenti dovrebbe parlare proprio di quei magistrati che ancora oggi denigra.
Tra le prove del mendacio vi erano gli stralci delle agende di un altro capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi.
Proprio quelle agende la cui acquisizione aveva indignato Gasparri nel 2016: “Ridicolo leggere dell’utilizzazione di testimonianze, parziali e incomplete, di Ciampi nell’ambito del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. È inutile andare a scartabellare agende o cercare misteri” aveva detto il 20 settembre 2016, quando il processo trattativa dava fastidio al potere di sinistra e di destra e i magistrati che conducevano il processo venivano accusati persino di eversione.
Oggi Gasparri, nella sua finta giravolta, sembra aver cambiato idea: “Anche le note di Ciampi, i suoi diari, testimoniano questa imbarazzante situazione per le Istituzioni”. E in un passaggio successivo si legge: “Il 6 giugno del ’93, Ciampi registra queste preoccupazioni di Scalfaro riferite anche al ruolo del vicecapo eventuale del Dap. Si trattava di Giovanni Falcone”. Ma all’epoca, come ha ricordato anche Pipitone, è noto che Giovanni Falcone era già stato ucciso da un anno. Il Falcone delle agende, infatti, altri non era che Giuseppe Falcone, magistrato in servizio al Dap.
Un errore tecnico che dimostra tutta l'ignoranza di Gasparri in materia.
Tornando a Conso Gasparri parla di “resa dello Stato” quando l'allora ministro della Giustizia “ha ammesso che la decisione fu presa per ‘smussare la tensione’. Il che vuol dire che era una sorta di ‘concessione’ alla mafia per frenare l’ondata di attentati della stagione ’92-93”.
Addirittura in uno slancio emotivo abbandona ogni indugio e quella trattativa da lui sempre definita "presunta" diventa certa (“Questa è stata la vera trattativa tra lo Stato e la mafia (…) Questa è la verità dei fatti. Che si trova nelle carte giudiziarie (…) Lo Stato si piegò alla mafia. Si possono anche indignare parenti e questuanti”).
Ciò vuol dire che Gasparri, come ha ben evidenziato Giuseppe Pipitone su Il Fatto Quotidiano, è un "convertito alla Trattativa dell'ultima ora"?
Non crediamo proprio. Perché Gasparri, fascista ex Msi, ed ex An, oggi in Forza Italia, con strafottenza, da sempre slega i fatti e separa quanto avvenuto nel 1992 quando Mario Mori e Giuseppe De Donno avviarono un'interlocuzione (cioè la trattativa) con il sindaco mafioso Vito Ciancimino, con ciò che avvenne nel 1993 e proseguì nel 1994.
Nino Di Matteo © Paolo Bassani
E' lo stesso metodo usato in Commissione Parlamentare antimafia dove la strage di Borsellino viene slegata in parte da Falcone, da quelle di Firenze, Roma e Milano e dal fallito attentato allo Stadio Olimpico del gennaio 1994, per seguire l'unica pista "mafia-appalti" come spiegazione dell'attentato.
Invece tutto va guardato nella sua interezza.
Le stragi come la trattativa Stato-mafia che ha un inizio dopo la morte di Giovanni Falcone (con gli uomini del Ros che vanno a chiedere a Ciancimino cosa fosse “il muro contro muro” e se “si potesse parlare con questa gente” come disse lo stesso Mori nel processo di Firenze), si sviluppò nel 1993 a colpi di bombe, ed arrivò ad una sua fine nel 1994 con l’arrivo di una nuova forza politica (Forza Italia) capace di offrire nuove garanzie.
E’ quella di cui ha parlato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.
Pochi giorni prima del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma, dove obiettivo era l’uccisione di quasi cento carabinieri in servizio e se fosse riuscito sarebbe stato il più grave della storia repubblicana, si incontrò al Bar Doney di Roma con il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano.
Quest’ultimo entrò raggiante e gli riferì che grazie a un accordo con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri aveva “il Paese nelle mani”.
L’attentato all’Olimpico, previsto per il 23 gennaio 1994, fallì per un malfunzionamento del telecomando.
Il 26 gennaio, nelle case degli italiani entra il discorso che inaugura la Seconda Repubblica. Il giorno successivo verranno arrestati i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano a Milano presso il ristorante “Gigi il Cacciatore”.
Chi ha tradito i fratelli Graviano? Come mai con il loro arresto si fermano le bombe? Perché Spatuzza e gli altri non hanno più tentato di replicare l’attentato allo stadio Olimpico?
Domande che restano ancora oggi aperte.
Non sono state accertate le responsabilità penali, ma i fatti emersi nel processo mettono in evidenza questa verità. Piaccia o non piaccia ai detrattori.
Per Gasparri la trattativa Stato-mafia c'è stata, ma solo fino a un certo punto. E' valida quando i protagonisti citati riguardano le componenti di centrosinistra. E' farlocca se ad essere accusati sono loschi figuri come il generale Mario Mori (che lui vorrebbe senatore a vita), il capitano Giuseppe De Donno (assolti nel processo ma autori di gravissimi fatti); o ancora il suo amico, Marcello Dell'Utri.
Quindi no, Gasparri non si è convertito lungo la strada di Damasco. Continuerà indegnamente ad occupare lo scranno in Parlamento e l'amicizia di criminali che sono stati in rapporti con la mafia.
Lo abbiamo detto anche urlando nella strada dei martiri in via d’Amelio il 19 luglio.
Le stragi del ‘92-’93, le altre stragi fasciste (Bologna, Piazza Fontana, Piazza della Loggia e tante altre); le stragi rosse di via Fani con il rapimento di Aldo Moro, ecc.. hanno un’unica matrice. Sono state eterodirette, e a volte hanno visto anche la partecipazione nelle fasi esecutive, dai servizi segreti della Cia, per gli sporchi interessi delle varie amministrazioni americane. Ciò è avvenuto per tenere sempre sotto scacco come colonia conquistata il nostro amatissimo e martoriato Paese. Quindi i vari Mori, De Donno, che hanno trattato, i Riina, Provenzano, Matteo Messina Denaro, Graviano e le altre mafie e le organizzazioni terroristiche fasciste, non sono state altro che lo zerbino dei veri mandanti che dobbiamo prima o poi andare a trovare oltre oceano e finalmente processarli e condannarli per liberare l’Italia dai vari fascisti, tiranni e dominatori.
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