Il tradimento della Rai: il servizio pubblico inginocchiato al potere abbandona Ranucci
È uno scandalo che grida vendetta civile. La Rai ha deciso di voltare le spalle a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, uno dei pochi giornalisti rimasti in quel servizio pubblico che ancora osa guardare in faccia il potere – tutto il potere – senza distinzione di colore politico.
Tutta la vicenda è un atto che sa di resa di complicità, di quel patto trasversale: un attacco alla libertà di stampa che vede, soprattutto la destra fascista come principale protagonista. Non è un segreto che il consiglio d’amministrazione della Rai sia composto da sette persone di cui quattro sono stati scelti direttamente dal partito di Giorgia Meloni.
I fatti sono noti: Ranucci durante una partecipazione a Cartabianca su Rete 4 aveva riferito su di un presunto soggiorno del ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch uruguaiano di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Il Guardasigilli smentii in diretta, e Ranucci in seguito si scusò. Cipriani jr ha poi avviato un’azione civile, invitando il giornalista a una procedura di mediazione.
Il conduttore di Report ha successivamente chiesto la tutela prevista dal contratto per i dipendenti Rai. Di fronte al silenzio dell’azienda, nonostante i solleciti, ha nominato un proprio legale e ha scritto al consiglio di amministrazione: "I fatti che mi vengono contestati, pur detti in altra emittente scrive - sono stati riportati nella mia funzione di conduttore di Report, come facilmente verificabile dalle trascrizioni. In tale funzione - continua - avrei diritto, come dice chiaramente il contratto, io e i miei eredi, alla tutela legale. Non sono abituato a ‘implorare’ e mi difenderò da solo. Tuttavia per la mia storia personale in quest’azienda credo di avere diritto alle motivazioni che hanno portato alla decisione di non tutelare me e la mia famiglia. Da parte mia continuerò a essere coerente con la mia storia, a difendere la libertà di stampa all’interno del servizio pubblico, come mi hanno insegnato tutti i direttori e i dirigenti che hanno attraversato quest’azienda. Lo farò per me, per i miei figli e anche per i vostri". La Rai ha replicato che l’autorizzazione alla partecipazione alla trasmissione era limitata alla presentazione dell’ultimo libro di Ranucci e non riguardava altri argomenti. "La Rai - fa sapere l’azienda in una nota - aveva autorizzato il dipendente Ranucci alla partecipazione alla trasmissione al solo e limitato scopo di presentare l’ultimo suo libro. La tutela legale è invece naturalmente garantita in relazione ai servizi giornalistici che settimanalmente vanno in onda su Report, inclusi quelli relativi al caso Minetti-Cipriani".
Il conduttore contesta questa ricostruzione, sostenendo di aver parlato del tema mentre promuoveva proprio una puntata di Report dedicata all’imprenditore. Altra nota critica è che non si tratta di un caso isolato. Cipriani ha lanciato cause milionarie: 250 milioni di dollari a il Fatto Quotidiano e a Report-RAI davanti a un tribunale di New York. L’Osservatorio Ossigeno per l’informazione ha giustamente alzato la voce, parlando di possibili Slapp, cause strategiche e intimidatorie, e sollecitando l’attuazione della direttiva europea contro questi abusi.
Questo è il cuore del problema: un tentativo di intimidazione trasversale per silenziare chi fa luce sulle zone grigie del potere economico e politico. Ma d’altronde cosa ci si poteva aspettare da un Paese come il nostro: in cui da oltre 150 anni vige lo Stato-Mafia, in cui uomini delle istituzioni hanno fatto Trattative mentre i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero uccisi. Cosa ci si poteva aspettare da una classe dirigente amica dei terroristi neri, responsabili dal secondo dopoguerra ad oggi di attentati e omicidi politici? Oggi non ci sono bombe, ma c’è il lodo Cipriani, ci sono i ricorsi milionari, c’è l’azienda pubblica che volta le spalle al proprio giornalista. È la stessa logica: colpire chi indaga, isolare chi non si piega, normalizzare la censura sotto forma di “procedure” e “limitazioni contrattuali”.
Per questo chiediamo con forza che intervengano tutti i partiti di opposizione: come il Partito Democratico guidato da Elly Schlein e tutta la leadership del Movimento 5 Stelle composta dal Presidente Giuseppe Conte, dall’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato, dall’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho; e poi la Vigilanza Rai con la sua Presidentessa Barbara Floridia e la collega Dolores Bevilacqua; e con loro tutti i parlamentari che ancora credono nel valore del giornalismo di inchiesta. Chiediamo che intervengano in Parlamento, denunciando l’azione di sabotaggio che i partiti di governo stanno facendo a danno del servizio pubblico. Alcuni deputati del Movimento 5 Stelle in commissione di Vigilanza Rai si sono già espressi ed hanno definito l’episodio un tentativo di indebolire il programma: "Cercavano da tempo un’occasione e pensano di averla trovata con questo espediente. È un atto infame”; con loro Walter Verini, Capogruppo PD in Commissione Antimafia che ha parlato di “un nuovo episodio di insofferenza e fastidio nei confronti di un suo giornalista d'inchiesta, di una sua trasmissione di punta che rappresenta un esempio importante di servizio pubblico televisivo”.
"La destra meloniana è ossessionata da Sigfrido Ranucci e dalla sua trasmissione d'inchiesta Report. Trasmissione che ha il gradimento del pubblico ed è una delle poche trasmissioni Rai che fa ancora ascolti a differenza dei tanti flop di TeleMeloni. Alla collezione di atti e fatti contro Sigfrido Ranucci, si è aggiunta anche la mancata tutela legale. Una cosa gravissima di cui chiederemo conto” ha detto invece il capogruppo di AVS Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama, componente della Vigilanza Rai. Ci auguriamo che le forze politiche che hanno denunciato l’infamia di questo abbandono, continuino a sostenere Ranucci senza tentennamenti. Perché questo è lo scandalo nello scandalo di un Paese dove corruzione, collusioni mafiose, fascismi striscianti e trame mai del tutto chiarite continuano a convivere. E chi ha tradito il servizio pubblico e la libertà di stampa dovrà rendersene conto: la storia, prima o poi, presenta sempre il conto.
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