Il folle Trump fermato dai generali che non vogliono lo sterminio dell'umanità

Guerra all’Iran e minaccia atomica: i vertici militari si mettono di traverso al tycoon
Ci sono voluti i generali del Pentagono guerrafondai, personaggi che vivono col desiderio di guerra, a fermare la follia del presidente degli Stati Uniti Trump.
La ragione è che Trump voleva usare l'arma nucleare, possibilmente contro l'Iran.
L'accusa arriva dall'ex ufficiale della CIA, Larry Johnson: durante un'apparizione del 20 aprile sul podcast Judging Freedom ha affermato che nel corso di una riunione d’emergenza della Casa Bianca del 18 aprile, il generale Dan Caine, presidente dei capi di stato maggiore congiunti, si è opposto a una direttiva presidenziale che coinvolgeva i cosiddetti codici nucleari.
Nonostante le smentite ufficiali della Casa Bianca, non si può più nascondere l’esistenza di una congiura interna alle decisioni sempre più scellerate ed instabili di un presidente ora assoggettato più che mai ai poteri più guerrafondai del complesso militare industriale.
Il delirio violento e sconsiderato del presidente statunitense, tra l’altro, era già emerso quando ha formulato, poco prima dell’annuncio della tregua di due settimane, la minaccia “di cancellare ‘un’intera civiltà’, con un chiaro riferimento all’Iran e al cinico genocidio del suo popolo.
Molti generali, evidentemente, non ci stanno ad assecondare la sua follia perversa. Persino il Wall Street Journal ha riportato come il tycoon sia stato "intenzionalmente escluso dalla Situation Room" durante la recente operazione di Washington per salvare gli aviatori statunitensi in Iran. Fonti hanno rivelato che era in uno stato così instabile che urlava contro i suoi aiutanti "per ore" e gli ufficiali militari hanno scelto di limitarne l'accesso, "credendo che la sua impazienza non sarebbe stata utile".
Nel frattempo, il segretario alla difesa, Pete Hegseth, sta portando avanti una rapida e ampia rimozione dei vertici militari statunitensi, culminata con l’estromissione immediata, poche ore fa, del Segretario alla Marina John Phelan, annunciata senza spiegazioni ufficiali. Questo provvedimento si inserisce in una serie crescente di siluramenti che ha già colpito oltre una dozzina di figure di alto livello, tra cui il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il presidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti C.Q. Brown, e diversi comandanti simbolici come Lisa Franchetti e Linda Fagan, prime donne a guidare rispettivamente Marina e Guardia Costiera.
Sono stati rimossi anche il direttore della Defense Intelligence Agency e i principali consulenti legali delle forze armate, segno che l’intervento non riguarda solo il comando operativo ma anche le strutture di intelligence e controllo legale.
I segnali di una guerra interna negli Stati Uniti sono sempre più evidenti, mentre Trump ha chiaramente perso il conflitto con Teheran. Washington era entrata in guerra con quattro richieste cardine: fine dell’arricchimento nucleare iraniano, distruzione dell’arsenale missilistico, stop al sostegno a Hamas, Hezbollah e Houthi e cambio di regime a Teheran. Tutti questi tentativi sono falliti. L’Iran continua ad arricchire uranio, conserva e perfeziona la propria forza missilistica, mantiene i legami con gli alleati regionali e il governo iraniano è ancora al suo posto, con una postura più assertiva sullo Stretto di Hormuz rispetto a prima della guerra.
I freddi numeri sui costi e sulle scorte militari completano il quadro. Secondo il CSIS, nei 39‑40 giorni di campagna aerea e missilistica prima del cessate il fuoco, gli Stati Uniti hanno consumato una quota enorme delle loro armi di precisione di fascia alta: circa il 20–30% dei Tomahawk, oltre il 20% dell’inventario di JASSM/JASSM‑ER e almeno il 45% dei nuovi Precision Strike Missiles, con centinaia di Tomahawk e più di un migliaio di JASSM lanciati contro obiettivi iraniani. Ogni Tomahawk costa intorno ai 2 milioni di dollari e un JASSM circa 1,5–3,5 milioni, il che significa che in poco più di un mese sono stati bruciati decine di miliardi solo in missili da crociera e munizioni stand‑off, senza ottenere i risultati strategici voluti.
Sconfitto e ricattato, il tycoon ha perso l'amministrazione americana e non vuole né essere ucciso come minacciato – come avvenuto quando il ventenne armato Austin Tucker Martin, irruppe impunemente e clamorosamente a Mar a Lago, uno dei luoghi più sorvegliati al mondo, riuscendo a puntare il fucile verso la tenuta del presidente – né vuole che i file Epstein vengano alla luce. L'unica strada che può salvarlo da morte certa, politica o fisica, è dimettersi, rinunciare come fece Nixon. E così si salva la vita, si gode i suoi miliardi che ha e se ne va a casa, e speriamo che venga eletto un presidente degli Stati Uniti che almeno ragioni con la testa.
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