Il folle e delirante discorso di Netanyahu all'Onu
La Russia sotto scacco: nemmeno Putin può fermarlo
Il capo della mafia russa si chiama Semion Yudkovich Mogilevich, il “capo dei capi”, nato a Kiev in una famiglia ebraica nel 1946 e laureato in economia a Leopoli. È il ricercato numero uno al mondo dei potenti boss e considerato dall'FBI il gangster più potente e pericoloso al mondo, il vertice finanziario della mafia russa post-sovietica. Dopo gli inizi nella criminalità moscovita e le truffe agli emigranti ebrei negli anni '80, costruì un impero di riciclaggio attraverso oltre cento società di comodo in ventisette paesi, diventando il "banchiere" della Solntsevskaya bratva. Secondo un’inchiesta del Village Voice del 1998, Mogilevich e alcuni suoi collaboratori si stabilirono in Israele all’inizio del 1990 e ottennero la cittadinanza. La stessa inchiesta sostiene che un rapporto dell’intelligence israeliana gli attribuisse un ruolo di “testa di ponte” nel paese e contatti politici influenti. A oggi vive ancora liberamente a Mosca, protetto dai legami con i vertici del potere politico russo.
Nemmeno i grandi potentati russi – primo fra tutti Vladimir Putin – può fermarlo. L'unica cosa che può fare Putin è difendere il territorio con le armi nucleari, nulla di più. Non deve nemmeno permettersi di parlare male di Israele, anche se lo vorrebbe fare. Perché i capi della mafia russa, quelli che investono miliardi e stanno tenendo in piedi l'economia russa, sono ebrei e mafiosi.
Semion Yudkovich Mogilevich
Senza quei fondi il leader del Cremlino non potrebbe mantenere operativo l’arsenale di armi nucleari, il cui costo di mantenimento è stimato in circa 800 miliardi di rubli nel 2026, pari a 26 milioni di dollari al giorno (10 miliardi di dollari all’anno).
Una perversa rete di potere che in Occidente ha portato il criminale di guerra numero uno al mondo a parlare al palazzo di vetro per dare lezione a tutti di diritto internazionale.
Il delirante Netanyahu all’Onu
"Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio!”, affermava durante l’81° sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale (CPI), emesso il 21 novembre 2024, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Con assoluta sfacciata spavalderia il leader israeliano ha addirittura alzato un dispositivo cercapersone chiedendo al pubblico: "Ve li ricordate?", per poi aggiungere, tra gli applausi di una parte della sala: "Certamente Hezbollah si ricorda di loro".
Frasi pronunciate in riferimento ad un efferato attentato terroristico che ha provocato 9 morti e circa 3000 feriti tra le fila di Hezbollah, coinvolgendo per lo più civili che miliziani armati. 
Benjamin Netanyahu con il mano un cercapersone © Imagoeconomica
L'atteggiamento spocchioso, arrogante di Bibi Netanyahu ha ricevuto comunque l’applauso corale di un Occidente compatto che è rimasto ad ascoltare non solo in tacito assenso. Gli Stati Uniti hanno ovviamente applaudito Netanyahu, mentre mantenevano religioso silenzio le delegazioni degli altri alleati come Italia, Francia, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti.
Solo il “sud” globale ha mancato all’appello nell’assistere al delirio pro-genocidio di un criminale di guerra. Secondo ricostruzioni riportate da diversi media, più di cento delegati provenienti da circa cinquanta Paesi avrebbero lasciato la sala all'inizio dell'intervento.
Ma come mai sembra così intoccabile questo personaggio in Occidente?
La realtà non è come sembra. Lui è solamente un pagliaccio ridicolo, un burattino, un fantoccio nelle mani di personaggi molto più potenti di lui.
Io sono ebreo, cristiano cattolico, e quindi voglio difendere da questi fascisti criminali al potere di Israele la mia terra, quella che accoglie e abbraccia il fratello palestinese, quella di Isacco che si sente fratello di Ismaele e non lo discrimina, quello che ha lo stesso padre Abramo, quello che ha lo stesso Dio di Mosè, e quella che ha come Messia, Gesù Cristo. Quella Israele voglio difendere, assieme a quella Palestina che ha Ismaele, Cristo come profeta, e Allah come Dio.
Per questo è necessario più che mai una demistificazione di questa farsa per arrivare alla realtà più profonda che si cela dietro al genocidio di Gaza. La lobby ebreo-sionista internazionale.
Vladimir Putin © Imagoeconomica
Netanyahu, i Rothschild e le origini di Israele
La libreria di Benjamin Netanyahu è nota a ogni israeliano, essendo servita da sfondo a innumerevoli messaggi sui social media. Per l'osservatore attento, i libri stessi costituiscono un messaggio politico: tra questi spicca la biografia in due volumi dedicata a Vladimir Jabotinsky, scritta da Shmuel Katz, riferimento ideologico del sionismo revisionista di cui Netanyahu si considera erede.
Per il suo mandato più recente da primo ministro, tuttavia, si è aggiunto un elemento nuovo. Sopra la sua spalla sinistra sono apparse nove piccole statue di figure sioniste, una collezione nata dal lavoro di Assaf Harari, titolare dello studio Piece of History, che ha iniziato la serie con una statuetta di Theodor Herzl, il padre fondatore del sionismo politico, ritratto mentre osserva dal balcone di Basilea, sede del Primo Congresso Sionista. Tra le nove figure scelte da Netanyahu spicca però quella di Edmond Rothschild, l'unico finanziere della serie e probabilmente il nome più carico di significato simbolico ed economico.
Il barone Edmond James de Rothschild (1845-1934), appartenente al ramo francese della celebre dinastia bancaria, è stato una delle figure più determinanti nella nascita dello Stato ebraico moderno. In Israele viene ricordato come "HaNadiv HaYadua" (il Benefattore Conosciuto) o come "il Padre del Yishuv", la comunità ebraica in Palestina.
Edmond James de Rothschild in Palestina nel 1914
Dopo i pogrom russi del 1881, Rothschild si avvicinò al movimento di rinascita nazionale ebraica finanziando l'acquisto di terre e la fondazione di villaggi agricoli in Palestina, tra cui Rishon LeZion, Zikhron Ya'akov ed Ekron. Il suo intervento non si limitò all'erogazione di fondi: inviò esperti agronomi francesi per insegnare viticoltura e tecniche agricole moderne, fondò cantine, scuole e infrastrutture, e supervisionò personalmente i progetti, imponendo standard di efficienza spesso in modo autoritario, ma con l'obiettivo esplicito di costruire le basi economiche di un futuro Stato ebraico.
Un aspetto poco noto della sua figura è la distanza formale che mantenne dal sionismo istituzionale: sebbene sia considerato il principale sostenitore finanziario del sionismo pratico, Rothschild rifiutò sempre il sionismo ideologico e organizzato come movimento politico, pur agendo concretamente per la colonizzazione ebraica della Palestina. Nel 1924 fondò la Palestine Jewish Colonization Association (PICA), che acquisì oltre 50.000 ettari di terra e avviò numerose iniziative economiche nella regione.
Dopo la morte del barone, il figlio James de Rothschild proseguì l'opera paterna, lavorando però più apertamente con il movimento sionista organizzato. Ampliò le proprietà della PICA, finanziò insediamenti lavorativi e istituzioni educative, negoziò trasferimenti di terra alla Jewish Agency e finanziò la costruzione della Knesset dopo l'indipendenza israeliana del 1948.
Alla fondazione dello Stato, la famiglia donò 500 km² di terreni a Israele; alla fine degli anni Cinquanta trasferì inoltre i circa 30 km² di terreni di Cesarea alla Rothschild Caesarea Foundation, invitando lo Stato a diventarne partner. L'Edmond de Rothschild Foundation (Israel) rimane attiva ancora oggi: nel giugno 2018 è stato firmato un accordo tra lo Stato di Israele, la Rothschild House e la Fondazione per estendere la cooperazione fino al 2032, con un impegno della fondazione a contribuire tra 750 milioni e 1 miliardo di shekel in tre anni per progetti congiunti nell'istruzione superiore. Le donazioni annuali della fondazione sono passate da circa 32 milioni di NIS nel 2015 a 86 milioni nel 2018.
Il riconoscimento pubblico del ruolo di Edmond de Rothschild è tangibile: David Ben-Gurion lo definì "Padre della Colonizzazione", il suo ritratto apparve sulla banconota da 500 shekel israeliani tra il 1982 e il 1986, e il celebre Rothschild Boulevard di Tel Aviv porta ancora oggi il suo nome.
La Dichiarazione Balfour e la svolta diplomatica
Il cammino politico verso la creazione dello Stato ottenne i primi successi internazionali quando la diplomazia britannica cominciò a esercitare pressioni a favore della causa sionista. La data simbolica è il 2 novembre 1917, quando il Segretario di Stato britannico per gli affari esteri, Lord Arthur James Balfour, manifestò appoggio a Lord Rothschild, presidente della Federazione sionista britannica.
Arthur James Balfour
La missiva, passata alla storia come "Dichiarazione Balfour", proclamava che il governo di Sua Maestà considerava favorevolmente l'insediamento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebreo, a condizione che nulla pregiudicasse i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della regione. Lo scrittore sionista-revisionista Arthur Koestler descrisse l'operazione con una formula divenuta celebre: una nazione prometteva solennemente a una seconda nazione la terra di una terza. La seconda parte della dichiarazione, quella a tutela delle comunità non ebraiche, si rivelò da subito impraticabile, e fu proprio il governo britannico a scontrarsi per primo con le milizie armate del movimento guidato da David Ben-Gurion, responsabili di attacchi contro soldati britannici. Alcune di queste organizzazioni paramilitari fecero anche uso di tecniche di depistaggio (false flag), per attribuire ad altri la responsabilità di determinati attentati.
Il resto è la storia di una grande opera di pulizia etnica apartheid contro il popolo palestinese che dal 1948 prosegue tutt’ora.
La grande finanza che oggi tiene in pugno Tel Aviv
Ma fatte queste premesse storiche, è necessario arrivare al punto della questione. Su cosa si regge oggi l’operato di Israele? Come fa a reggere la sua economia dopo 3 anni di guerre ininterrotte?
Sicuramente al primo posto dovremo citare Larry Fink, di origine ebraica, fondatore di BlackRock nel 1988. Il fondo d’investimenti, divenuto in pochi anni il più grande al mondo, nel secondo trimestre 2026 la società ha riportato 15,34 trilioni di dollari di asset in gestione, in aumento del 22% su base annua, dopo 868 miliardi di dollari di afflussi netti negli ultimi dodici mesi. Si tratta di una cifra quasi tripla rispetto al PIL nominale della Germania, la maggiore economia dell'Unione Europea. Di questo patrimonio, il 58% è investito in azioni (8,9 trilioni di dollari), il 22% in obbligazioni (3,4 trilioni), il 9% in strategie multi-asset e il 7% in strumenti di liquidità come i Treasury bill; il 41% del totale è allocato in ETF.
BlackRock non agisce da sola. Insieme a Vanguard e State Street forma quello che analisti e accademici chiamano il "drago a tre teste" o le "Tre sorelle" (Big Three), un blocco di potere finanziario senza precedenti storici. Le tre società sono legate da partecipazioni azionarie incrociate: BlackRock e State Street possiedono insieme circa il 20% di Vanguard, Vanguard e State Street detengono circa il 12% di BlackRock, mentre Vanguard e BlackRock controllano circa il 18% di State Street. Questo intreccio proprietario rende la concorrenza diretta tra i tre colossi quasi inesistente, configurando più una logica di partenariato che di competizione.
Oltre alle partecipazioni azionarie, BlackRock esercita un'influenza rilevante sui governi tramite la gestione del debito pubblico e attività di consulenza diretta. Durante la crisi finanziaria del 2008, arrivò a gestire per conto della Federal Reserve americana asset tossici per circa 5.000 miliardi di dollari in soli sei mesi, fornendo consulenza a nove delle dieci maggiori banche statunitensi e al programma di salvataggio bancario da 700 miliardi di dollari approvato dal Congresso. Un ruolo analogo fu svolto in Europa durante la crisi del debito sovrano in Irlanda e Grecia, e di nuovo nel 2020, quando la Fed richiamò BlackRock per gestire gli acquisti di obbligazioni corporate durante la pandemia.
In Italia, circa il 33% del debito pubblico è detenuto dal mercato finanziario internazionale, in larga parte dalle Tre sorelle; BlackRock detiene inoltre quote in società strategiche italiane come Leonardo (limitata al 3% con diritto di voto per statuto), Unicredit, Intesa Sanpaolo, Enel, Eni, Generali, Stellantis, Ferrari e Poste Italiane. Il 15 agosto 2025 Larry Fink è stato nominato Co-Presidente ad interim del World Economic Forum, dopo l'uscita del fondatore Klaus Schwab, un ruolo che consolida ulteriormente la sua centralità nella governance economica globale.
Larry Fink © Imagoeconomica
Ma veniamo al legame tra grande finanza internazionale ed economia israeliana. Questo rapporto simbiotico è diventato un tema di crescente attenzione dopo l'inizio della guerra a Gaza nell'ottobre 2023. La Borsa di Tel Aviv ha mostrato una performance sorprendente durante il conflitto: l'indice TA-35 delle blue chip è salito del 53% nel solo 2025, e a fine settembre 2026 risultava in crescita del 42,2% su base annua e del 17,7% da inizio anno. Il TA-125 ha guadagnato il 52% nel 2025, rendendo la Borsa israeliana una delle migliori performer al mondo nonostante il conflitto in corso. L'indice assicurativo israeliano (TA-Insurance) ha registrato un rendimento del 179% nel solo 2025, quello finanziario il 106% e quello bancario il 68%.
In questo contesto, BlackRock mantiene una presenza diretta nei mercati israeliani attraverso il fondo iShares MSCI Israel ETF, lanciato nel 2008, che replica un indice delle principali aziende quotate a Tel Aviv. Secondo un dossier del giugno 2025 del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ripreso da diverse organizzazioni internazionali, BlackRock viene citata tra i soggetti finanziari con esposizioni verso obbligazioni del governo israeliano emesse durante il conflitto, con cifre stimate attorno ai 68 milioni di dollari in titoli di Stato acquistati durante le principali emissioni belliche, oltre a partecipazioni in Elbit Systems, il principale produttore israeliano di armamenti e sistemi di targeting per i droni impiegati a Gaza, e in appaltatori della difesa statunitensi come Lockheed Martin (di cui BlackRock detiene circa il 7,4%), Boeing, RTX e Northrop Grumman. Lo stesso dossier segnala BlackRock come secondo maggiore investitore istituzionale in Palantir Technologies, fornitrice dei sistemi di targeting algoritmico impiegati nelle operazioni militari a Gaza.
Chi finanzia davvero il debito di guerra israeliano: le banche collocatrici dei "war bond"
Ma non finisce qui. Un'inchiesta del gruppo di ricerca finanziaria olandese Profundo, pubblicata dalle ONG BankTrack e PAX, ha ricostruito come sette grandi banche occidentali abbiano collocato titoli di Stato israeliani ("obbligazioni di guerra") tra il 7 ottobre 2023 e gennaio 2025, per un totale di 19,4 miliardi di dollari. Queste banche agiscono da underwriter, cioè organizzano e garantiscono l'emissione sul mercato primario, senza necessariamente trattenere i titoli nei propri portafogli.
La sede di New York della Goldman Sachs © Imagoeconomica
Goldman Sachs risulta la banca con l'importo sottoscritto più elevato, pari a 7,2 miliardi di dollari, corrispondente a circa il 37% del totale, e si conferma quindi di gran lunga il maggiore sottoscrittore tra le sette banche coinvolte. Segue Bank of America con una sottoscrizione compresa tra 3,5 e 3,6 miliardi di dollari, mentre Citigroup si attesta a 2,9 miliardi di dollari. Deutsche Bank ha sottoscritto 2,5 miliardi di dollari e BNP Paribas 2 miliardi di dollari. Chiudono il quadro JPMorgan Chase, con un importo compreso tra 690 e 700 milioni di dollari, e Barclays, con 500 milioni di dollari. Reuters ha confermato il ruolo di questi istituti come collocatori anche per l'emissione da 5 miliardi di dollari dei primi mesi del 2025.
I maggiori azionisti di queste Banche? Le tre sorelle ovviamente. In Goldman Sachs le quote principali sono di Vanguard (9,68%), BlackRock (7,80%) e State Street (6,65%). In Bank of America figurano sempre Vanguard (9,1%) e BlackRock (6,9%). E ancora in JPMorgan Chase, Vanguard detiene il 9,86% e BlackRock il 7,15%.
Chi acquista effettivamente i titoli
Apparentemente diverso è il gruppo di investitori istituzionali che compra i titoli di debito israeliano sul mercato secondario per i propri fondi o per i clienti. Secondo l'indagine di Profundo, BankTrack e PAX, circa venti investitori, in gran parte gestori patrimoniali statunitensi, hanno acquistato oltre 2,7 miliardi di dollari di obbligazioni israeliane dall'inizio del conflitto. Il maggiore singolo investitore è PIMCO, filiale statunitense della tedesca Allianz, con quasi 1 miliardo di dollari, seguita da Vanguard con circa 546 milioni di dollari e Wellington Management con 250 milioni di dollari. Franklin Resources ha acquistato 173 milioni di dollari e Capital Group 124 milioni di dollari, mentre BlackRock si ferma a circa 68 milioni di dollari. Tra gli investitori europei compare anche BPER Banca, che tra ottobre 2023 e gennaio 2025 ha acquistato 99 milioni di dollari di titoli israeliani.
E qui arriviamo ad un dettaglio rilevante che riguarda proprio la capogruppo di PIMCO, Allianz: pur senza controllo di maggioranza da parte di un singolo azionista, anche in questo caso sono le Tre sorelle a detenere le quote più consistenti della compagnia tedesca. BlackRock possiede l'8,42% di Allianz, circa 31,5 milioni di azioni per un valore di circa 14 miliardi di dollari, mentre Vanguard ne detiene il 4,12%, pari a 15,4 milioni di azioni e circa 6,8 miliardi di dollari . Si tratta della stessa dinamica di partecipazioni incrociate osservata nel resto dell'economia globale: la società che controlla PIMCO, a sua volta tra i maggiori acquirenti di titoli di guerra israeliani, è essa stessa parzialmente posseduta dalle altre due componenti della triade.
Quindi ci sono sempre loro, i grandi fondi d’investimento a tenere in piedi lo Stato di Israele.
Guardando invece a chi detiene oggi il debito, entrano in gioco altri sinistri personaggi di potere. A detenere maggiori quote è il fondo comune Ksm Mutual Funds, quotato a Tel Aviv, con un'esposizione di circa 3,6 miliardi di dollari.
Lo stesso fondo è emerso di recente nelle inchieste giornalistiche come il maggiore detentore mondiale di "war bond" israeliani: a novembre 2025 deteneva un'esposizione di poco più di 3,6 miliardi di dollari, davanti a Migdal e Allianz. Questo dato riguarda gli investimenti fatti dai fondi gestiti da KSM per conto dei propri sottoscrittori.
KSM è controllata da Phoenix Holdings Ltd. ("Phoenix Financial"), uno dei maggiori gruppi assicurativi e finanziari israeliani. A sua volta, fino al 2024 Phoenix era gestita da Centerbridge Partners e Gallatin Point Capital, due fondi di private equity statunitensi che avevano acquisito il controllo della società nel 2019 con una quota del 31,45%. Tra luglio 2024 e gennaio 2025 questi due fondi hanno venduto circa il 31% delle azioni a un gruppo di investitori internazionali e israeliani, restando poi con solo il 10% circa. Ed ecco che tra gli acquirenti principali figura Affinity Partners, il fondo di private equity statunitense legato a Jared Kushner, che ha acquisito quasi il 10% delle azioni. Quest'ultimo, secondo una fonte confidenziale citata in un rapporto FBI pubblicato negli Epstein files, è la vera mente dietro l’organizzazione e la presidenza di Trump.
Jared Kushner © Imagoeconomica
Trump e la famiglia Kushner che lo ha dirottato verso Israele
Arrivati al personaggio di Kushner è doveroso fare una breve premessa che racconta i legami indissolubili creati con l’attuale presidenza Usa. I primi legami di Trump con il mondo ebraico nascono agli inizi del 2000. Durante la costruzione del Trump World Tower (completato nel 2001), Trump attrae capitali da investitori legati a organizzazioni filantropiche ebraiche, tra cui Israel Englander, Ronald Lauder e Lev Leviev, mentre figure come Haim Saban, Michael Steinhardt e David Pecker facilitano l'accesso al credito attraverso circuiti di lobbying filo-israeliano. Nel 2003 Trump riceve il "Tree of Life Award" dal Jewish National Fund, consolidando un'immagine favorevole alla causa ebraica dalle ricadute politiche future.
Il legame con Charles Kushner, erede di una famiglia di ebrei ortodossi fuggiti dalla Bielorussia nazista e stabilitasi nel New Jersey, invece nasce a metà anni Novanta tra eventi immobiliari e serate comunitarie. Kushner fonda la Kushner Companies nel 1985, oggi valutata 7,1 miliardi di dollari secondo Forbes. Filo-likudista ma attivo nei circoli democratici, dona tra il 1996 e il 2003 centinaia di migliaia di dollari alla principale lobby ebraica negli Stati Uniti, l’IPAC, sostiene Al Gore e i Clinton. Condannato nel 2005 per evasione fiscale e corruzione di testimoni, sconta 14 mesi di carcere ma resta intoccabile agli occhi di Trump, che lo grazia nel primo mandato e lo nomina ambasciatore in Francia nel secondo. In quegli anni era già indissolubile il legame con Netanyahu: pensate che negli anni Novanta, da leader del Likud e premier a intermittenza, soggiornava spesso nella casa dei Kushner a Livingston, arrivando persino a dormire nella camera dell'allora adolescente Jared.
Quest’ultimo nel 2005 inizia una relazione con Ivanka Trump; l'anno dopo, a 25 anni, acquisisce per 10 milioni di dollari il New York Observer, piattaforma chiave per penetrare le élite politiche e culturali newyorkesi, poi orientata su posizioni filo-repubblicane sotto la direzione di Ken Kurson dal 2013. Il matrimonio del 2009, preceduto dalla conversione all'ebraismo di Ivanka presso il rabbino Haskel Lookstein, introduce Trump in un ambiente religioso e finanziario influente in Israele e Medio Oriente, sfociando nel ruolo di primo piano di Jared nella campagna 2016 verso i donatori del Likud americano e dell'AIPAC.
Donald Trump © Imagoeconomica
Il caso del 666 Fifth Avenue: la bestia che ringhia ai Paesi del Golfo
Uno degli episodi più inquietanti della famiglia, riguarda certamente il grattacielo al 666 della Fifth Avenue, acquistato nel 2007 da Jared attraverso la Kushner Companies per 1,8 miliardi di dollari (3 volte 600 milioni di dollari), il prezzo più alto mai pagato per un edificio a Manhattan. La crisi del 2008 trasforma l'operazione in un incubo finanziario: l'edificio resta parzialmente sfitto mentre il mutuo, superiore a un miliardo di dollari, si avvicina alla scadenza del 2019.
A questo punto, nel 2017, secondo The Intercept e The New Yorker, Charles Kushner tenta di ottenere finanziamenti dal fondo sovrano del Qatar (Qatar Investment Authority) per salvare l'investimento. La proposta viene respinta perché giudicata troppo rischiosa.
Pochi mesi dopo arrivano le rappresaglie: il 5 giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto impongono un blocco economico-diplomatico al Qatar, accusato di sostenere il terrorismo e di avere legami con l'Iran. Nonostante il Qatar ospiti la base militare americana di al-Udeid, una delle più importanti della regione, l'amministrazione Trump si schiera con i Paesi del Golfo, rompendo con la tradizionale neutralità USA tra alleati arabi, alimentando il sospetto di un collegamento con la frustrazione dei Kushner per il mancato salvataggio finanziario. Solo nel 2018, mentre Washington avvia una mediazione per porre fine al blocco, la canadese Brookfield Asset Management rileva un contratto di affitto a lungo termine per il 666 Fifth Avenue, salvando l'investimento Kushner. Tra gli azionisti di Brookfield Property Partners figura proprio il QIA, lo stesso fondo che un anno prima aveva respinto la richiesta di Kushner.
Francesca Albanese © Paolo Bassani
Affinity Partners e la politica mediorientale
Ed ecco che arriviamo al 2020, quando l’influenza di Kushner è determinante nella formulazione degli Accordi di Abramo, firmati il 15 settembre alla Casa Bianca, che normalizzano le relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco. Dietro l'annuncio diplomatico si cela una delle operazioni più sofisticate di architettura finanziaria dell'amministrazione Trump: dal 2017 Kushner tesse una rete di rapporti informali con Mohammed bin Salman e Mohammed bin Zayed, spesso bypassando i canali istituzionali statunitensi.
Un anno dopo Kushner fonda a Miami il fondo Affinity Partners, che oggi raccoglie oltre 6 miliardi di dollari, inclusi 2 miliardi dall'Arabia Saudita e 200 milioni da Qatar ed Emirati. Il fondo, investe in società israeliane come Check Point, OurCrowd, Wix, CyberArk e Nano Dimension, mentre mantiene una quota del 15% (110-150 milioni di dollari) nel gruppo Shlomo, che controlla i cantieri navali militari israeliani di Haifa. Il 29 gennaio 2025, in coincidenza con il cessate il fuoco a Gaza, Affinity raddoppia la quota, pensate un pò, in Phoenix Financial al 10%, società che, oltre a controllare KSM, è legata al finanziamento degli insediamenti in Cisgiordania e sul Golan. Nel luglio 2026 ne cede un quarto incassando quasi 350 milioni di dollari.
Questa è di fatto diventata Israele: una macchina da soldi per le élite, in un meccanismo perverso che Francesca Albanese ha individuato come “economia del genocidio”.
Un sistema di morte che alimenta i profitti dei granfi fondi che detengono quote del settore militare, dell’Ia applicata ai target militari e alla sorveglianza e, ovviamente, del settore immobiliare. A questo proposito ricordiamo il piano della Casa Bianca per il trasferimento "volontario" di circa due milioni di abitanti di Gaza, sostenuto da incentivi finanziari, con l'area posta per dieci anni sotto amministrazione statunitense e trasformata in hub turistico e tecnologico. Il progetto, denominato GREAT Trust (Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust), vede proprio Jared Kushner in un ruolo centrale: il 27 agosto 2025 ha partecipato a un incontro dedicato al futuro della Striscia, mentre nel gennaio di quest'anno ha presentato a Davos il piano New Gaza, con torri sul mare, aree residenziali, centri dati e parchi industriali.
Il contesto è aggravato dalle dichiarazioni di esponenti del governo israeliano: il 17 settembre 2025 il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha definito Gaza "una miniera d'oro immobiliare" davanti a una conferenza dell'industria immobiliare di Tel Aviv, mentre il 21 ottobre 2024 la leader del movimento dei coloni Nahala, Daniella Weiss, ha annunciato un accordo da milioni di dollari per unità abitative temporanee nella Striscia senza rivelarne gli investitori, durante una conferenza tenutasi in una zona militare chiusa con la partecipazione di membri del Likud.
Bezalel Smotrich © Imagoeconomica
Il caso cinese
Per la Cina, Israele è partner strategico in grado di fornire capacità tecnologica, stabilità politica e geografia privilegiata tra il Mediterraneo e il Medio Oriente. Il fine di Pechino è fare di Israele un punto d’appoggio per ridurre la dipendenza dal canale di Suez. A partire dal 2021 e fino al 2046, la compagnia statale cinese Shanghai International Port Group gestirà il Bayport Terminal del porto di Haifa. L’infrastruttura, dotata di un molo lungo 1500 metri, è capace di movimentare oltre 1,8 milioni di container all’anno.
Senza contare del fatto che gli stessi fondi implicati con Israele oggi investono anche su Pechino. Il 19 settembre 2026 la China Securities Regulatory Commission (CSRC) ha concesso a BlackRock Fund Management Co. Ltd. lo status di Qualified Domestic Institutional Investor (QDII), un evento che segna un punto di svolta nei rapporti tra il gigante americano dell'asset management (circa 13.900 miliardi di dollari di masse gestite globali a inizio 2026) e Pechino. Questa qualifica permette a BlackRock di raccogliere capitali direttamente dagli investitori cinesi sul mercato domestico e destinarli a investimenti in titoli esteri, sfruttando la crescente domanda di diversificazione globale da parte dei risparmiatori cinesi, in un contesto di cronica scarsità di quote QDII disponibili. BlackRock è così diventata la quarta società di gestione fondi interamente a capitale estero in Cina a ottenere questa licenza, dopo JPMorgan Asset Management, Manulife Fund Management e Morgan Stanley, ma con una differenza sostanziale: è la prima ad averla ottenuta essendo nata fin dall'inizio come entità a capitale straniero al 100%, mentre le altre tre l'avevano acquisita quando erano ancora joint venture con partner locali, prima della conversione. 
Il Genocidio palestinese per fermare ogni resistenza
Netanyahu non vuole schiacciare il popolo palestinese, per un movente ideologico o razziale. Il movente è il potere economico: un potere che vuole imporsi sull’intera umanità. La Palestina deve essere annientata non per ciò che è, ma perché rappresenta l’ultimo baluardo di resistenza a un sistema economico mondial criminale e mafioso.
I palestinesi chiedono l’indipendenza, che Israele potrebbe concedere rapidamente. Ma la loro lotta non riguarda soltanto l’indipendenza: esprimerebbe anche l’aspirazione a un mondo libero, in cui tutti abbiano diritti e possano vivere dignitosamente.
Un simile esempio non è tollerato dal sistema di potere mondiale. La Palestina viene colpita anche per scoraggiare altre forme di resistenza: giovani, nuovi partigiani, nuove idee e movimenti rivoluzionari in ogni parte del mondo.
Se la Palestina venisse schiacciata e annientata, altri giovani, rivoluzionari, leader e attivisti potrebbero desistere e sottomettersi a quella che considero una supremazia economica autoritaria. L’annientamento di Gaza serve a mostrare al mondo chi detiene il potere ed è Israele a svolgere questo ruolo di carnefice.
Solo noi abbiamo il coraggio di dirlo.
Nessuna delle nazioni più potenti al mondo, le sette potenze mondiali, ha la forza economica e la capacità di fermare i potentati e il governo fascista, estremista e nazista di Benjamin Netanyahu perché è finanziato dalle banche più potenti al mondo, dalle lobby finanziarie più potenti al mondo, che coinvolgono persino “i nemici” commerciali e militari di oggi degli Stati Uniti d'America, cioè la Cina e la Russia. Quindi: c'è un accordo mondiale, fatta eccezione per l'Iran, per i rivoluzionari yemeniti, per gli Hezbollah e per i partigiani palestinesi; tutto il mondo è coalizzato per sostenere Israele e commettere l'annientamento di Gaza come esempio a tutta l'umanità, come fece Hitler con i campi di sterminio.
Oggi tutto ciò che non rientra nel sistema economico-finanziario mafioso e criminale delle lobby mondiali deve essere schiacciato o annientato. Questa è la verità! Speriamo di non essere soli nel coraggio di gridarla e affermarla.
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