
di Giorgio Bongiovanni
La nuova mistificazione della realtà su via d'Amelio
Nei giorni scorsi, su Rai 3, a “Far West”, programma nato per essere "l'anti-Report", condotto da Salvo Sottile, è andata in scena la solita mistificazione della realtà sulla strage di via d'Amelio.
Ancora una volta grande valore è stato dato al filone investigativo sul dossier mafia-appalti che, come abbiamo spiegato già in altre occasioni, non può essere considerato come decisivo nella ricostruzione per comprendere ciò che avvenne oltre trent'anni fa con le stragi del 1992 e quelle del 1993 (gli attentati di Firenze, Roma e Milano).
Le intercettazioni tra l'ex magistrato Gioacchino Natoli ed il senatore Roberto Scarpinato vengono gettate in pasto all'opinione pubblica senza contestualizzazione, ed agitate come una muleta per distrarre e al contempo si denigrano quei magistrati che ancora oggi sono impegnati nella ricerca della verità su quella terribile stagione.
Sembra di essere tornati indietro di secoli, ai tempi della rivoluzione francese, quando c'erano i libellisti (una sorta di “giornalisti" del XVIII secolo) pagati profumatamente da Re e Cardinali per scrivere menzogne volte a ridicolizzare e perseguitare personaggi sgraditi al potere, pensatori illuministi e filosofi che stavano portando avanti una vera e propria rivoluzione culturale e filosofica in favore del popolo.
I nuovi libellisti hanno il volto di figure come Filippo Facci, ospite in studio ieri assieme al vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ed al giornalista Lirio Abbate.
Con arroganza e viltà, Facci, "figlio spirituale" di Lino Jannuzzi, fa parte di quella squadra di servi del potere di turno (ieri rappresentati dal pregiudicato Silvio Berlusconi, oggi da questo governo di natura fascista), che annovera tra le proprie file personaggi come Giuliano Ferrara (uno che per sua stessa ammissione fu a libro paga della Cia), Vittorio Sgarbi (a cui auguriamo di riprendersi in salute), Alessandro Sallusti, Giuseppe Sottile e così via.
A Far West è tornato a gettare palate di "fango" ed un'accusa infamante e calunniosa contro il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo asserendo che fu "protagonista" di depistaggi.
E' stato ampiamente dimostrato che Nino Di Matteo non c'entra in alcun modo con il depistaggio di via d'Amelio.
Nonostante non sia neanche mai stato iscritto nel registro degli indagati, viene continuamente tirato in ballo in maniera distorta e fuorviante.
Di Matteo, lo ricordiamo per l'ennesima volta a chi ci legge, è uno dei pochi magistrati che, come Tescaroli, Ingroia, Scarpinato ed altri, hanno cercato la verità sui mandanti esterni della strage di Via D'Amelio, senza fare sconti alle istituzioni.
Parlano le inchieste e le carte processuali.
Di Matteo è stato protagonista con il processo “Borsellino ter” dove ottenne la condanna di tutti i capi della Commissione provinciale e regionale. Un processo che ha aperto la strada a quella ricerca dei mandanti esterni delle stragi che si tradusse negli anni successivi, assieme al collega Luca Tescaroli, con le indagini sulla presenza di Bruno Contrada in Via D'Amelio, indagato per concorso in strage, o l'inchiesta su "Alfa e Beta" (ovvero Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri). Fino ad arrivare al processo sulla trattativa Stato-mafia che, nonostante l'esito, fu tutt'altro che un processo "farlocco".
Ed i libellisti e mercenari di turno rifiutano di misurarsi con sentenze definitive come quella della Corte d'Assise di Firenze sulle stragi '93, datata giugno 1998. In essa viene scritto che quella trattativa compiuta dagli ufficiali dell'Arma Mori e De Donno, che il vicepresidente della Camera Mulè ha definito perseguitati giudiziariamente, ebbe l'effetto sui capi mafiosi "di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione".
Anche per questo vi furono le stragi avvenute dopo il giugno 1992. A luglio morirono Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.
Nel maggio 1993 ci furono gli attentati di via Fauro, a Roma, e via dei Georgofili a Firenze. A luglio quelli di via Palestro, a Milano, e alle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano, a Roma. Non solo fu colpito il patrimonio artistico, ma morirono 15 persone, tra cui due bambine, una di 50 giorni e l'altra di nove anni, Caterina e Nadia Nencioni.
Solo un puro caso non ha permesso l'esecuzione della strage progettata e poi annullata allo stadio Olimpico di Roma nel gennaio 1994.
Mafia-appalti non spiega il perché di tutto questo.
I Facci di turno, libellisti mercenari del potere, lo sanno. Ma insistono con le loro menzogne e falsità.
Tutto come da copione, certo.
Ma se si vuole davvero la verità sulle stragi sarebbe anche ora di finirla.
Elaborazione grafica by Paolo Bassani
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