I pezzi mancanti nel nuovo libro di De Lucia e Palazzolo
Le domande che non sono state poste al Procuratore capo di Palermo

Nel gennaio 2010 usciva "I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia" (edito da Laterza) scritto dal giornalista di "La Repubblica" Salvo Palazzolo. Una pubblicazione, poi divenuta anche blog, in cui con grande cura venivano messe in fila le prove sparite dopo i delitti eccellenti: dagli appunti di Peppino Impastato, alle bobine su cui erano registrate alcune telefonate del padrino latitante Bernardo Provenzano; l'agenda del commissario Ninni Cassarà, le due videocassette girate dal sociologo Mauro Rostagno, gli appunti dell'agente Nino Agostino, alcuni file del computer di Giovanni Falcone, l'agenda di Paolo Borsellino, il dossier del maresciallo Antonino Lombardo.
Il lettore veniva invitato a farsi domande, a pretendere verità e si accendeva anche un faro sulla presenza dei mandanti occulti e di troppi infedeli servitori dello Stato. E poi ancora sulle complicità nella politica, i patrimoni ancora custoditi da insospettabili tesorieri e l'esistenza di "talpe istituzionali al servizio di Cosa nostra" che hanno permesso impunità e ultradecennali latitanze.
Ricordo quella pubblicazione dopo aver letto tutto d'un fiato il nuovo libro, di Palazzolo, ben scritto assieme al Procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia: “La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin. Cosa nostra oggi”, edito da Bur.
Certamente può essere importante analizzare le trasformazioni della mafia, capace di adattarsi alla modernità finanziaria alla tecnologia (con l'uso del darkweb, chat criptate ed interessi nelle criptovalute), anche per far capire come la battaglia contro le mafie sia tutt'altro che vinta. C'è il ritorno al traffico di stupefacenti, il rispetto delle regole, il pizzo che viene ancora utilizzato come forme di controllo del territorio. E poi ancora il ricordo dei martiri delle stragi e dei delitti che hanno segnato la Sicilia e non solo.
Eppure, nella lettura, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa. L'assenza di quesiti su temi che restano ancora aperti.
Domande a cui il Procuratore avrebbe potuto anche non rispondere, ma porre l'argomento è a mio avviso essenziale, ancor di più dopo la morte dei grandi boss, Totò Riina, Bernardo Provenzano e da ultimo quella di Matteo Messina Denaro.
Restano in vita capimafia storici come Salvatore Biondino, Leoluca Bagarella, Filippo e Giuseppe Graviano, oltre ad altri esponenti di rilievo. Alcuni di questi capi, pur trovandosi in carcere, mantengono un controllo significativo sul territorio e detengono i segreti delle stragi di Stato.
Spesso viene ribadita l'esistenza della "borghesia mafiosa" che con Cosa nostra dialoga ancora oggi. E storicamente sappiamo che tra mafia ed istituzioni vi sono sempre stati punti di contatto e non dimentichiamo i ruoli che in passato hanno avuto soggetti come Marcello Dell'Utri, Tonino D'Alì, Totò Cuffaro e così via.
Oggi quali sono i nuovi legami della mafia con il potere? Chi sono i nuovi Dell'Utri e Cuffaro? Chi ha preso il loro posto?
E poi ancora: cosa pensa il Procuratore capo di Palermo di ciò che è emerso nel processo trattativa Stato-mafia, ribadito in sentenze definitive, al di là della decisione della Cassazione e le assoluzioni degli imputati?
Agli atti di quel processo vi sono le parole dell'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano che evidenziava come non solo il governo, ma tutte le più alte istituzioni dello Stato avessero ben compreso la minaccia e le finalità del ricatto in corso in quegli anni.
Le sue parole, riportate nero su bianco agli atti del processo in corso a Palermo, spazzano via qualsiasi perplessità sull’effettiva esistenza di un braccio di ferro tra Stato e mafia, il primo per far cessare le stragi, il secondo per vedere esaudite le richieste del ‘papello’ di Totò Riina e sopravvivere così alla pioggia di ergastoli del maxiprocesso.
Nelle sentenze vi sono poi le responsabilità di uomini di Stato che con dialogo avviato con il sindaco mafioso Vito Ciancimino instillarono in Cosa nostra la convinzione che la logica delle bombe pagasse.
Avremmo voluto sapere dal Procuratore capo se quando si è trovato di fronte a Matteo Messina Denaro abbia avuto modo di chiedere perché nel dicembre 2012, con una lettera letta dal fratello di Salvatore Biondino ai boss di Palermo, aveva chiesto di uccidere il pm di punta di quel processo, Nino Di Matteo.
Un progetto di morte che è stato svelato nel 2014 grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vito Galatolo, membro di una famiglia che di recente è tornata protagonista negli affari di mafia proprio con lo zio Raffaele.
Vito Galatolo parlò dell'arrivo di 150 chili di tritolo a Palermo, acquistati in Calabria. Quel tritolo fa ancora oggi parte dell'arsenale di Cosa nostra, tornata ad armarsi come rivelato proprio dalle inchieste più recenti? Si sta continuando a cercare?
La richiesta di esecuzione proveniente da Messina Denaro (e successivamente anche da parte del capo dei capi Totò Riina) veniva effettuata per conto di altri soggetti. "Gli stessi di Borsellino”, aveva assicurato Galatolo parlando proprio con il pm di Palermo e descrivendo i dettagli del progetto omicidiario di cui il boss dell’Acquasanta era coordinatore organizzativo. Nino Di Matteo “si è spinto troppo oltre” con le sue indagini, aveva scritto l'ex primula rossa di Castelvetrano in quella missiva indirizzata alle famiglie palermitane e per questo deve essere eliminato.
Cosa pensa di tutto questo il Procuratore capo di Palermo?
E poi ancora avremmo voluto approfondimenti sulle grandi latitanze. Sappiamo che la Procura di Palermo sta lavorando per ricostruire la rete di protezione del boss trapanese e che sono anche arrivate le prime condanne per i favoreggiatori.
Ma perché non si approfondisce anche quel che è avvenuto rispetto alle dichiarazioni di Salvatore Baiardo, gelataio di Omegna, già pregiudicato come favoreggiatore della latitanza di Giuseppe Graviano ed oggi a processo a Firenze?
Come è riuscito Baiardo ad affermare, praticamente dando anche una data, che Matteo Messina Denaro sarebbe stato catturato nel giro di poco tempo?
Un fatto che è davvero avvenuto grazie allo straordinario lavoro della Procura di Palermo e delle forze dell’ordine.
Baiardo era un profeta? Un visionario? Difficile credere che quello del favoreggiatore dei Graviano sia stato un gioco d’azzardo.
Chi gli ha permesso di dire ciò che ha detto in diretta tv? Qualcuno lo ha informato delle indagini che i carabinieri, sotto il coordinamento della Procura di Palermo, stavano conducendo in maniera sempre più stringente?
Chi lo ha messo al corrente della malattia grave che il latitante trapanese aveva? Che fosse così gravemente malato non era certo un dato risaputo tra l'opinione pubblica. Quindi chi lo ha avvisato? Era in contatto con i mafiosi palermitani? O c'erano anche in questo caso figure istituzionali compromesse?
Tutti interrogativi che meritano risposte con altrettanti fatti.
Lo stesso si può dire anche per altri quesiti.
E a che punto si è sui grandi delitti eccellenti che proprio nei "I pezzi mancanti" venivano menzionati? Si sta lavorando su di essi? Potremmo mai raggiungere ulteriori verità?
Recentemente il procuratore capo di Palermo ha anche affermato che le carceri sono ormai in mano alle organizzazioni criminali e che da lì i boss continuano a comandare.
E’ un dato di fatto che la normativa antimafia è costantemente sotto attacco e tutte le norme, dal 41 bis, all'ergastolo ostativo, fino alla legge sui pentiti, sono ormai state rese una semi barzelletta.
Proprio "La Repubblica" ha raccontato lo scandalo dei permessi premio dati anche ai boss ergastolani ed ha mostrato l'esistenza di falle importanti.
A questo punto ci saremmo aspettati anche queste domande.
La mafia sta giocando una nuova partita? E' possibile che ancora una volta, mentre a livello politico vengono proposti giochi a ribasso a livello legislativo su intercettazioni, depenalizzazioni di reati, bavagli, censure e così via, vi sia un ricatto in corso da parte di quelle componenti mafiose che sanno la verità sulle stragi?
Domande che poniamo sul tavolo e che speriamo, ovviamente senza violare il segreto istruttorio, possano trovare prima o poi un riscontro, magari in una nuova pubblicazione.
Se “I pezzi mancanti” del 2010 resta una lettura di riferimento per chi cerca la verità in quest’ultimo libro si potrebbe aggiungere un sottotitolo: i pezzi mancati.
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