Guttadauro torna in libertà: l'antimafia da vetrina gli spiana la strada del comando
Un fallimento per lo Stato, una vittoria per l'antimafia da vetrina: Giuseppe Guttadauro, storico capomafia del mandamento di Brancaccio, è tornato in libertà senza aver mai collaborato con la giustizia. Non ha lasciato Cosa nostra. E, nonostante una carriera criminale che affonda le radici ai tempi del Maxiprocesso, oggi può ancora comandare, risolvere conflitti, fare da ponte con la politica e con gli ambienti dell’alta borghesia romana. Tutto questo grazie alla legge sul reato continuato, che tratta decine di reati gravi come se fossero uno solo.
Il tutto mentre i politicanti e non solo si danno appuntamento davanti alla macchina di Giovanni Falcone.
Le inchieste della Procura di Palermo, come quella del 9 dicembre 2021, ne hanno evidenziato la "perdurante intraneità al sodalizio di tipo mafioso, in particolare della famiglia di Roccella", inserita nel mandamento di Brancaccio-Ciaculli con proiezioni anche su Bagheria, come confermato dall’ex poliziotto della scorta di Giovanni Falcone, Pasquale Di Salvo, diventato poi killer di mafia.
Da libero, lo ripetiamo, non avrà problemi a reclamare quello che ha lasciato.
I Guttadauro “a mio avviso sono quelli che hanno un’influenza maggiore in Cosa Nostra oggi vista la parentela con Matteo Messina Denaro” disse a questo giornale a maggio del 2017 il testimone di giustizia Angelo Niceta.
Non a torto Guttadauro è stato reggente del mandamento di Brancaccio dopo l’arresto di Filippo e Giuseppe Graviano (1994); condannato in via definitiva per mafia la prima volta il 10 giugno 1996 e l’ultima il 22 maggio 2026. I giudici lo hanno definito più volte "irriducibile al rispetto delle regole dell’ordinamento giuridico".
Il “dottore” si era trasferito a Roma dopo avere finito di scontare la prima condanna, fingendo di essersi lasciato il passato alle spalle ma, di fatto, continuando a costruire una fitta rete di relazioni con esponenti della borghesia capitolina.
Però ogni tanto il boss scendeva a Palermo: quando a Brancaccio Giuseppe Giuliano, soprannominato “Folonari” stava cercando di ottenere maggiore potere si era reso necessario chiamare il “dottore” per risolvere la questione.
"Gli è stato detto tempo fa, quando è sceso il dottore, di preoccuparsi della sua zona…", diceva Giuseppe Greco, ultimo reggente del mandamento di Ciaculli.
Non manca il traffico di droga: Guttadauro avrebbe organizzato un commercio di droga con l’estero, finanziato da alcuni palermitani, aprendo un canale per l’acquisto della cocaina con il Sud America e con un albanese per il rifornimento di hashish.
"Mi cerca il figlio del dottore", diceva Salvatore Drago Ferrante, pezzo grosso del narcotraffico, nel 2015. Il figlio di Guttadauro è Mario Carlo, condannato in via definitiva a otto anni.
Ma il quadro diventa ancora più grave quando si parla di rapporti con la politica. Il ‘ministro dei lavori pubblici’ di Cosa nostra, Maurizio Di Gati, davanti ai magistrati ha raccontato: "Nell’anno 2001 mi interessai direttamente per le elezioni politiche nazionali e regionali… In sostanza Cosa nostra palermitana diede le direttive di fare convergere i voti su Cimino e Cuffaro e sul partito Forza Italia…". E ha aggiunto, spiegando il motivo di quell’appoggio: "L’interesse di Cosa nostra nell’appoggiare alcuni partiti e alcuni politici risiedeva non solo nell’aggiudicazione degli appalti… ma soprattutto per promuovere delle modifiche legislative".
Le somme per “comprare” voti – circa 100 euro a elettore – arrivavano, secondo Di Gati, "da Guttadauro della famiglia di Brancaccio".
Perché Cosa nostra sosteneva la politica e i politici? "L’interesse di Cosa nostra – ha spiegato il pentito – nell’appoggiare alcuni partiti e alcuni politici risiedeva non solo nell’aggiudicazione degli appalti, dei finanziamenti e, in genere, degli atti amministrativi, ma soprattutto per promuovere delle modifiche legislative".
E poi ancora: un anno prima della scarcerazione, nella seconda metà del 2000, i carabinieri del Ros installarono microspie nella sua abitazione: da quelle intercettazioni nacque il processo “Ghiaccio”, che portò alla luce una rete di talpe istituzionali. In casa di Guttadauro comparvero politici di primo piano, tra cui il medico ed ex allievo Domenico Miceli, poi condannato a sei anni e sei mesi. Negli ascolti emerse più volte anche il nome dell’allora candidato e poi presidente della Regione Siciliana, Totò Cuffaro. Fu proprio un’intercettazione del 15 giugno 2001 a fornire lo spunto decisivo: "Ragiuni avia Totò Cuffaro". La frase, registrata poco prima che Guttadauro scoprisse la cimice, portò alla ricostruzione di una rete di informatori che avvisavano il boss delle indagini in corso. L’ex governatore fu condannato a sette anni, interamente scontati in carcere. Anche Guttadauro ricevette una nuova condanna e rimase a lungo detenuto, prima di tornare in libertà e, anni dopo, nuovamente operativo fino all’arresto del 2022.
Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, erano i magistrati di Palermo coordinati dal pm Nino Di Matteo.
Tra i discorsi si parlò anche dell’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuto il 3 settembre 1982 quando, in via Carini a Palermo, venne ucciso a colpi di kalashnikov assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Mentre parlò con Salvatore Aragona, anche lui medico e mafioso, Guttadauro disse: "Salvatore… ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. “E perché glielo dovevamo fare qua questo favore…”.
Solo un boss dotato di certe conoscenze poteva dire queste parole.
E per finire: i legami famigliari. Sono questi che completano il quadro di una delle dinastie più radicate in Cosa nostra. Il fratello Filippo è sposato con Rosalia Messina Denaro, sorella dell’ex superlatitante arrestato nel gennaio 2023. Trasferitosi a Castelvetrano, Filippo ha trascorso 18 anni in carcere, è stato destinato alla casa di lavoro e poi è tornato libero. Rosalia è stata arrestata per aver agevolato il latitante. Nei pizzini sequestrati dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, il boss lo chiamava "Mela" e chiedeva notizie su di lui: "Mela ormai è libero da tutto, ma è in zona o all’estero?".
Questa è la mafia che non muore mai: capace di rigenerarsi, di tessere reti nella borghesia, di organizzare traffici internazionali di droga (con canali in Sud America e Albania) e di intervenire persino in contenziosi milionari con la minaccia della violenza. Tutto mentre lo Stato applica norme pensate per attenuare le pene a chi non ha mai mostrato alcun segno di ravvedimento.
Guttadauro è un altro boss ‘borghese’ che torna per le strade, un altro passo indietro verso una Palermo sempre più violenta. Piccola nota: le bande dei kalashnikov e le intimidazioni aumenteranno. Con buona pace dei propagandisti di governo.
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