Falsa testimonianza per omissione: al Csm il caso De Luca dopo esposto di Li Gotti

di Giorgio Bongiovanni
Il Procuratore capo nisseno rischia l'incompatibilità ambientale
"Chiunque, deponendo come testimone innanzi all'Autorità giudiziaria o alla Corte penale internazionale [244-245; c.p.p. 194-198, 468, 497-499], afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni". Con il codice penale in mano (art. 372 c.p.p.) che il mese scorso l'avvocato Luigi Li Gotti, legale di diversi collaboratori di giustizia, aveva presentato un esposto al Consiglio superiore della magistratura chiedendo di valutare "ai fini della ipotesi di reità" il "grave comportamento del dott. De Luca" durante le molteplici audizioni avvenute in Commissione parlamentare antimafia.
Audizioni che già in altre occasioni avevamo definito vergognose per modalità e contenuti, non solo per la mancata secretazione dell'audizione, rispetto ai riferimenti fatti su indagini in corso, ma anche per le considerazioni scellerate sulla cosiddetta pista mafia-appalti, considerata come l'unica capace di spiegare l'accelerazione della strage di via d'Amelio, senza tenere in considerazione tutte quelle prove emerse su mandanti e concorrenti esterni che dimostrano in maniera chiara come le stragi vadano ben oltre quel "confine".
Nell'esposto Li Gotti aveva messo in evidenza “ha taciuto, impedendone la conoscenza alla Commissione antimafia, l’esistenza della richiesta di rinvio a giudizio, a sua firma”, ed accolta, “di Romeo Domenico, in concorso con l’ex parlamentare dell’Msi, Stefano Menicacci (avvocato di Stefano Delle Chiaie, poi deceduto, ndr)”, con l’accusa di false dichiarazioni ai pm con le aggravanti di aver mentito in un procedimento per strage e di voler agevolare Cosa nostra “impedendo il proficuo svolgimento” delle indagini sui rapporti tra la mafia “ed esponenti della estrema destra nel periodo antecedente e coevo alle stragi del 1992”.
Tutt'altro che "aria fritta" o "zero tagliato", così come De Luca si era espresso a proposito della "pista nera".
E' notizia di questi giorni che la Prima commissione, ricevuto l'atto, sarà presto chiamato a valutare il caso.
Il che significa che gli elementi presentati con l'esposto sono tutt'altro che campati in aria, ma solidi e concreti.
Per prima cosa si dovrà chiarire se il Procuratore De Luca abbia o meno assunto comportamenti “non dolosi” ma che appannano l’immagine di indipendenza e di imparzialità della magistratura. Anche perché l'ipotesi di reato penale sarebbe di competenza della magistratura ordinaria.
Inoltre si deve decidere se vi sia il presupposto per una istruttoria che porti alla proposta di trasferimento oppure di archiviazione da sottoporre al voto del plenum del Consiglio superiore della magistratura.
Il Csm dovrà anche esprimersi in merito al linguaggio usato dal magistrato, nel suo ruolo di procuratore. Potrebbero anche essere valutati profili disciplinari, di competenza del Pg della Cassazione e del ministro della Giustizia dato che nel corso delle audizioni il procuratore, come ricordato in precedenza senza aver chiesto la secretazione, ha parlato a tratti anche di indagini ancora in corso nei confronti degli ex magistrati Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, persino manifestando le proprie conclusioni sulle stesse. Una scelta quantomeno irrituale. 
Luigi Li Gotti © Paolo Bassani
A nostro giudizio da tempo il Procuratore capo nisseno sta compiendo una serie di errori gravi che dimostrano come non sia all'altezza del compito di direzione di un ufficio così delicato come quello che si dedica alla ricerca della verità sulle stragi degli anni Novanta.
Ricordiamo la vicenda dell'invio all’Antimafia di intercettazioni coperte da segreto e penalmente irrilevanti fra Natoli e l’attuale senatore Roberto Scarpinato, ex Pg di Caltanissetta e Palermo, che hanno portato al centro-destra a presentare una legge per escludere l’ex magistrato dalla stessa Commissione parlamentare presieduta da Chiara Colosimo.
O ancora la bocciatura della Cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso che De Luca aveva presentato contro l’ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari Graziella Luparello la quale aveva rigettato per la seconda volta la richiesta di archiviazione e disposto nuove indagini sui mandanti esterni della strage di via d’Amelio.
E poi ancora la mancata acquisizione iniziale di elementi importantissimi nel procedimento sui mandanti esterni, riemersi solo grazie all'intervento del legale di Salvatore Borsellino, Fabio Repici.
Ci riferiamo al verbale del 7 dicembre 1992 in cui il magistrato Vittorio Teresi sull'interesse di Borsellino per i possibili sviluppi di un'indagine che il magistrato riteneva rilevante "per una migliore comprensione della strage di Capaci e voleva che io lo tenessi assiduamente informato” anche rispetto “un collaboratore di giustizia che riferiva o poteva riferire fatti estremamente interessanti che riguardano il territorio di Palermo”.
Chi era questo collaboratore? Molto probabilmente Alberto Lo Cicero, che fu tra i primi a fare i nomi di mafiosi che avevano materialmente partecipato all’esecuzione della strage di Capaci, come Antonino Troia e Salvatore Biondino.
Lo Cicero, il primo giugno 1992, davanti al pubblico ministero Vittorio Teresi, aveva parlato della presunta contiguità tra l’onorevole Guido Lo Porto – amico personale di Paolo Borsellino – e il boss Troia, indicandolo tra i protagonisti della strage di Capaci.
Teresi redasse un'informativa a seguito della quale vi fu anche una riunione avvenuta il 15 giugno 1992 tra i vertici della procura nissena e di Palermo.
Da un verbale è emerso che a quell'incontro vi era anche Paolo Borsellino e che l'argomento era la strage di Capaci e la disposizione di intercettazioni telefoniche e ambientali a carico del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, in cui si accennava proprio all’attentato di Capaci.
E' evidente che qualcosa, in quel di Caltanissetta, non torna. La speranza è che il Csm trovi il coraggio di intervenire.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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