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De Luca, il procuratore di Caltanissetta, ci è o ci fa?

Giorgio Bongiovanni
antimafiaduemila

Quando i giudici bocciano ripetutamente le scelte di un procuratore capo, mentre certi ambienti politici sembrano apprezzarle, porsi certe domande diventa inevitabile. Non è retorica da bar: è il nodo che emerge, nudo e crudo, dall’andamento delle indagini sulle stragi del 1992 a Caltanissetta.
Salvatore De Luca, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta, aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo contro ignoti sui mandanti esterni della strage di via D’Amelio.
La prima richiesta di archiviazione risale al 2021, mentre la seconda fu presentata il 28 novembre 2024.
La Gip Graziella Luparello respinse entrambe le richieste, disponendo nuove indagini, comprese attività “a sorpresa” e approfondimenti sulla cosiddetta pista nera e sui collegamenti con le stragi del Continente.
Va ricordato che la Gip indicò ben trentadue punti sui quali approfondire i contorni di una strage come quella di via D’Amelio.
Non pochi: le indagini, scrisse Luparello, “non possono ritenersi complete” nel momento in cui “non risultano avere esplorato e approfondito dei temi investigativi di particolare interesse, alcuni dei quali già noti al momento della formulazione della richiesta di archiviazione, altri sopravvenuti e divenuti ‘fatti notori’”.
Le indicazioni, come ricordavamo, andavano oltre via D’Amelio. Si chiedeva di acquisire elementi sull’omicidio di Nino Gioè e sul ruolo di Paolo Bellini, quest’ultimo indagato in due filoni a Caltanissetta.
L’indagine, aperta nel 2022, lo riguarda per aver partecipato, quale concorrente morale, all’organizzazione e all’esecuzione della strage di Capaci del 23 maggio 1992, nella quale morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Successivamente gli è stato contestato anche un ruolo nella strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, nella quale morirono Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Esiste inoltre un collegamento con il fascicolo a carico di ignoti sui possibili mandanti esterni della strage di via D’Amelio.
Tuttavia, le indicazioni della Gip non bastarono: la Procura chiese nuovamente l’archiviazione, che fu ancora una volta respinta.
De Luca impugnò quindi l’ordinanza in Cassazione, qualificandola come “abnorme”. La Quinta sezione penale della Suprema Corte dichiarò il ricorso inammissibile con una motivazione durissima: "Il ricorso del Pubblico Ministero è inammissibile in quanto proposto fuori dei casi previsti dalla legge non ravvisandosi profili di abnormità con riferimento al provvedimento impugnato nel suo complesso, né in relazione alle specifiche indagini indicate dal Giudice per le indagini preliminari, come condivisibilmente prospettato nella requisitoria del Procuratore generale".
In uno dei punti di censura si contestava che l’ordinanza della Gip, nel suo insieme, avesse sostituito la valutazione del Pm e inciso sull’autonomia dell’Ufficio.
Ma i giudici evidenziarono come "alcun profilo di abnormità s'appalesa sussistente anche in riferimento alla supposta ingerenza del Giudice per le indagini preliminari nella scelta stessa del frazionamento investigativo, che l'ordinanza impugnata avrebbe violato, disponendo investigazioni anche sui fatti oggetto dei diversi procedimenti iscritti in riferimento all'individuazione dei mandanti esterni delle stragi e, in particolare, dei fatti di Via D'Amelio".
La Procura generale aveva già bacchettato la posizione nissena, ricordando che il Gip esercita poteri previsti dal codice e non trasforma il processo in qualcosa di estraneo all’ordinamento.
Bocciatura netta, quindi. Ma non l’ultima.
Negli ultimi giorni è arrivata la notizia che un altro Gip, Santi Bologna, ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura per altri due personaggi: Marcello Dell’Utri, ex delfino del pregiudicato piduista e pagatore della mafia Silvio Berlusconi, e Paolo Bellini, ex avanguardista condannato per essere uno degli esecutori della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Santi Bologna, per quanto riguarda Dell’Utri, vuole prima sentire il capomafia di Brancaccio Giuseppe Graviano che, in base a quanto riferito dal suo legale, vorrebbe parlare dei suoi rapporti con l’ex premier e con l’ex senatore di Forza Italia.
Per quanto riguarda invece la posizione di Bellini, indagato per Capaci e via D’Amelio, la Procura aveva chiesto l’archiviazione; l’opposizione di Salvatore Borsellino e del suo legale Fabio Repici ha portato il Gip a fissare un’udienza camerale per il 14 settembre.
Una decisione presa anche in virtù della sonora bocciatura della Cassazione al ricorso di De Luca.
Intanto, De Luca, in Commissione parlamentare Antimafia, ha raccolto, a suon di audizioni vergognose (tre in tutto), consensi politici.
In primis perché ha rivelato delicatissimi dettagli di indagine che avrebbero dovuto essere riferiti solo in seduta segreta e, in secondo luogo, perché ha definito la pista nera come “zero tagliato” o “aria fritta”.
Ennesima figura, dal momento che, come ricostruito dall’avvocato Luigi Li Gotti, proprio De Luca aveva chiesto l’arresto e, in seguito, il rinvio a giudizio per Domenico Romeo e Stefano Menicacci, storico avvocato di Stefano Delle Chiaie, estremista di destra, golpista e fondatore di Avanguardia Nazionale.
L’accusa?
Nell’ordinanza si faceva riferimento alle intercettazioni delle conversazioni tra Stefano Menicacci e il suo uomo di fiducia Domenico Romeo, durante le quali Menicacci, appunto, invitava i suoi interlocutori a negare che Delle Chiaie fosse stato nell’isola nel periodo vicino alle stragi del ’92.
Menicacci, si legge nell'ordinanza, avrebbe detto a Romeo di "mentire su circostanze che riguardano i rapporti tra lo stesso Romeo e il Delle Chiaie, negando anche la circostanza che 'la cosa su cui devi insistere assolutamente! E' che tu in Sicilia con Delle Chiaie non ci sei mai stato...'".
Altro che “aria fritta”. L’ordinanza di custodia cautelare venne successivamente accolta dal Gip e il procedimento per Stefano Menicacci si chiuse a causa del suo decesso.
L’avvocato Li Gotti ha poi depositato un esposto al Csm e, in seguito, alla Procura di Roma, segnalando omissioni nelle audizioni del procuratore.
Nella denuncia si contesta al magistrato il reato di falsa testimonianza reiterata in relazione alle dichiarazioni rese nelle audizioni davanti alla Commissione parlamentare Antimafia del 9 dicembre scorso, del 10 febbraio e del 14 aprile. Li Gotti sottolinea in particolare le affermazioni di De Luca "sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, e sulle piste (dossier mafia-appalti, pista nera), quali causa o concausa degli eventi criminosi, oggetto delle indagini, dirette dallo stesso", rilevando che "l'audizione è stata di particolare importanza, in quanto idonea a trasferire conoscenza alla Commissione antimafia e di indirizzare gli approfondimenti, al fine di consentire la redazione della relazione conclusiva, da approvare con voto dei commissari parlamentari".
Il Csm si è chiamato fuori, ma intanto i pm capitolini stanno continuando a indagare.
I fatti restano.
Ecco il cortocircuito. Un procuratore che insiste sull’archiviazione di filoni sui mandanti esterni e sulla pista nera, mentre i giudici – Luparello, la Cassazione e ora Santi Bologna – gli dicono di indagare ancora.
Gli unici che gli danno ragione sono i membri della maggioranza di governo in Commissione Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, spingendo con forza sulla gestione del dossier mafia-appalti come concausa delle stragi.
Circostanza già smentita innumerevoli volte da sentenze passate in giudicato.

Abbiamo già scritto in altre occasioni che continuare a spingere questa tesi unica significa fare un torto alla memoria di Falcone e Borsellino e alle vittime, che meritano la ricerca di tutti i mandanti, interni ed esterni.

Ma la Procura nissena in questi ultimi anni ha accolto tutti gli input e desiderata di Governo.

Una sponda politica che si è concretizzata nella vicenda dell'invio all’Antimafia di intercettazioni coperte da segreto e penalmente irrilevanti fra Natoli e l’attuale senatore Roberto Scarpinato, ex Pg di Caltanissetta e Palermo, che hanno portato al centro-destra a presentare una legge per escludere l’ex magistrato dalla stessa Commissione parlamentare.

Alla luce delle nuove mancate archiviazioni investigative di chiediamo perché il Procuratore capo nisseno agisce in tal modo?

Ci è, o ci fa?
Se ci è, allora – con tutto il rispetto per la carica – scarseggia nell’esercizio del pubblico ministero sulle indagini più delicate: quelle che riguardano non solo Cosa nostra, ma la zona grigia, i possibili concorrenti esterni, l’eversione nera, i servizi, la continuità tra le stragi del ’92 e quelle del ’93. Indagini che esigono metodo, non chiusure premature.
Se ci fa, allora il problema è ancora più grave: si tratterebbe di una gestione che privilegia certe piste (mafia-appalti) e ne deprime altre, in un momento in cui la Commissione parlamentare e il quadro politico sembrano premiare proprio quella lettura.
Questione di opportunismo?
Vogliamo credere che all’interno della Procura di Caltanissetta vi siano anche magistrati seri, non ‘allineati’ al vertice dell’ufficio.
Speriamo che la critica costruttiva, se c’è, riesca a riportare il fuoco dove serve: sulle indagini, non sulle difese di posizione.
E nel caso più estremo ci auguriamo che la Procura generale di Caltanissetta eserciti i propri poteri di avocazione sulle indagini più delicate. Non per ostilità personale, ma per garantire che sulle stragi non prevalga né la fretta di archiviare né la tentazione di assecondare la narrazione più gradita al potere del momento.
Perché nella storia abbiamo già avuto procuratori che impedivano ostinatamente gli accertamenti della verità (vedi Giammanco a Palermo su Gladio e non solo). E sinceramente non c’è bisogno di eredi.

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