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| Giorgio Bongiovanni

Bob Dylan e il patto con il Diavolo

Giorgio Bongiovanni

Joan Baez, la stella immortale

Bob Dylan non è più il cantore della protesta. Non è più la voce che accompagnava le marce pacifiste degli anni Sessanta, né il poeta che dava forza a chi lottava contro la guerra e l’ingiustizia. Oggi Dylan è l’ennesimo artista che ha piegato la testa davanti al dio denaro.
Dicembre 2020: “Dylan vende alla Universal Music Publishing Group l’intero catalogo delle sue canzoni - oltre 600 brani scritti in quasi sessant’anni di carriera - per una cifra che oscilla tra i 300 e i 400 milioni di dollari”. Un patrimonio che comprende brani eterni, simboli della rivolta e della speranza. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2022, consegna a Sony Music anche i diritti di tutte le sue registrazioni. Risultato: il cuore della sua arte è oggi proprietà delle major. È questo il destino della musica di chi ci aveva insegnato a ribellarci al sistema? Dylan, il simbolo della rivoluzione culturale, ha finito per svendere quella stessa rivoluzione. Le sue canzoni continuano a emozionare, ma ora risuonano come reliquie svuotate: inni di libertà consegnati al mercato. Chi non ha cantato almeno una volta Blowin’ in the Wind, chiedendosi dove fosse la risposta alle ingiustizie del mondo? Chi non si è lasciato trascinare da The Times They Are A-Changin’, sentendo che davvero i tempi stavano cambiando? O non ha provato rabbia e indignazione ascoltando Hurricane, la denuncia di un uomo innocente schiacciato dal razzismo e dal potere? Quelle canzoni erano bandiere, erano armi. Oggi, dopo la svendita del suo catalogo, hanno un altro suono: non più il grido della protesta, ma l’eco lontana di un’epoca tradita, trasformata in merce da collezione. Il paragone con Joan Baez è inevitabile. Lei, la voce immortale della protesta, continua a portare avanti con coerenza e umiltà la sua battaglia civile, senza tradire il senso originario delle sue canzoni. Dylan invece ha scelto la via opposta: il silenzio di fronte alle guerre di oggi, l’assenza di denuncia sulle dittature e sul genocidio in corso in Palestina, l’incasso miliardario che lo ha trasformato in un simbolo di resa.
Questo non è solo un affare discografico: è un tradimento. Un tradimento verso chi, per decenni, ha creduto nelle sue parole come in un manifesto di pace e di giustizia. Dylan, il rivoluzionario, ha firmato un patto col diavolo del denaro. Ecco la lezione che non possiamo ignorare: il denaro corrompe, inganna, illude. Ti fa credere vincitore quando in realtà sei stato comprato. E ti riconsegna, sconfitto, nelle mani dello stesso sistema che avevi giurato di combattere. Bob Dylan non è più il profeta della libertà. È il Giuda della rivoluzione.

Elaborazione di copertina by Paolo Bassani

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