Archiviato Dell'Utri per le stragi del '93. Una scelta senza senso
Per il Gip non ci sono legami con Cosa nostra, ma sbaglia. E il governo dimentica le sentenze
“Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. Al momento è solo questa la valutazione che è stata diffusa dalle agenzie sul provvedimento firmato dalla Gip del Tribunale di Firenze Patrizia Martucci con cui ha disposto l'archiviazione delle accuse nei confronti dell'ex senatore Marcello Dell'Utri, indagato nell'ambito dell'inchiesta sui mandanti esterni delle stragi di mafia del 1993.
Una sentenza di archiviazione che è stata firmata lo scorso gennaio. Immediatamente la famiglia Berlusconi, il centrodestra unito, i giornaloni di propaganda politica si sono attivati per osannare l'ex Premier pregiudicato, la cui posizione era già stata archiviata dopo il decesso nel 2023, e proclamare l'assoluta innocenza dei due fondatori di Forza Italia, nonché l'assenza di ogni legame con la mafia.
Un vero e proprio processo di santificazione mediatica che è stato rilanciato ogni dove, omettendo fatti conclamati da decenni.
In attesa di leggere il provvedimento del giudice per intero (se vi fosse solo quell'unica osservazione sui mancati rapporti con la mafia sarebbe davvero un grave errore), noi non dimentichiamo che Dell’Utri ha scontato una condanna per concorso esterno a Cosa Nostra a sette anni di carcere.
Eppure non una parola abbiamo sentito su quella sentenza definitiva in cui Dell'Utri veniva indicato come il garante “decisivo”, per diciotto anni (dal 1974 al 1992), dell'accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra (con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. Nero su bianco veniva ritenuta dimostrata la “continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”.
Lo abbiamo scritto anche altre volte.
In un Paese normale un uomo che pagava consapevolmente la mafia, anche per proprio tornaconto, non sarebbe mai stato per oltre vent'anni protagonista dello scenario politico.
Ma il nostro è un Paese osceno che oggi vede alla ribalta nuovi fascisti ed amici dei mafiosi che vogliono riscrivere la storia, depistando ed omettendo fatti che sono scolpiti.
Le indagini della Procura di Firenze
La ricerca della verità sulle stragi non è solo un atto dovuto, ma fondamentale se davvero vogliamo definirci liberi. La Procura di Firenze, nello svolgere questo compito, negli ultimi anni ha subito fortissime pressioni.
L'atto d'accusa nei confronti di Dell'Utri era precisa: “Dell’Utri (…) sollecitava Giuseppe Graviano quale rappresentante e referente di Cosa Nostra a organizzare e attuare la campagna stragista e comunque a proseguirla al fine di contribuire a creare le condizioni per l’affermazione del partito politico Forza Italia, fondato da Silvio Berlusconi, al quale ha fattivamente contribuito Dell’Utri”. Il tutto “nel quadro di un accordo consistito nello scambio tra l’effettuazione prima da parte di Cosa Nostra di stragi e, poi, a seguito del favorevole risultato elettorale ottenuto da Berlusconi, a fronte della promessa da parte di Dell’Utri, tramite di Berlusconi, di indirizzare la politica legislativa del governo verso provvedimenti favorevoli a Cosa Nostra (…) ricevendo altresì da Cosa Nostra appoggio elettorale in occasione delle elezioni del marzo 1994”.
E' evidente che il provvedimento del Gip debba muoversi su queste circostanze. E già da adesso comunque contestiamo con forza l'affermazione per cui mancherebbero “elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra” ed il duo Berlusconi-Dell'Utri.
Già un altro Gip, a Firenze, aveva dimenticato risultanze processuali su un altro indagato per le stragi del 1993. Ci riferiamo all'inchiesta su Paolo Bellini, archiviato nel febbraio 2025, in cui si asseriva che quest'ultimo non avrebbe avuto legami con la destra eversiva.
Dimenticanze o gravi omissioni?
Tra le anomalie che ci risultano vi è anche il fatto che alle parti offese (i familiari delle stragi dei via dei Georgofili) non è stata comunicata la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, come invece è previsto dall’articolo 408 del codice di Procedura penale. La notizia dell'archiviazione sarebbe stata appresa solo tramite le agenzie di stampa.
Un fatto grave.
Ma torniamo a Berlusconi e Dell'Utri e quei fatti che vorrebbero essere dimenticati anche a causa di una stampa prona e silente.
Un rapporto di “do ut des”
Nelle sentenze che riguardano Dell'Utri viene ritenuto provato l’incontro, riferito dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo (testimone oculare, oggi deceduto), negli uffici della Edilnord tra il costruttore di Milano 2, l’amico Marcello, e boss di primissimo piano come Stefano Bontate (all’epoca al vertice del triumvirato che reggeva l’organizzazione mafiosa siciliana), Gaetano Cinà e Mimmo Teresi.
E sempre le sentenze hanno spiegato la natura dell'assunzione di Vittorio Mangano, boss di primissimo piano del mandamento di Porta nuova. Non un semplice "stalliere" o “un eroe” così come Berlusconi e Dell'Utri lo hanno definito più volte dopo la morte.
Quello stesso Mangano che, a loro dire in un’intercettazione del 29 novembre 1986, metteva “bombe affettuose”. Tutte vicende che non sono delle semplici "dicerie" ma fatti comprovati e accertati da sentenze.
Cancemi e le “persone importanti”
L'inchiesta aperta nei confronti di Berlusconi e Dell'Utri per essere stati “mandanti esterni” delle stragi è una vicenda che non si spiega in poche battute.
Già a cavallo tra gli anni '90 e gli anni 2000 il pm Luca Tescaroli (lo stesso che oggi in qualità di procuratore aggiunto indaga a Firenze) aveva aperto un fascicolo sui “mandanti esterni” a Cosa Nostra nelle stragi del ‘92.
Dal ‘98 al 2001 in quella inchiesta, assieme al collega Nino Di Matteo, aveva iscritto nel registro anche Dell’Utri e Berlusconi.
Poi però l’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, aveva impedito a Tescaroli di poter proseguire il suo lavoro e contestualmente aveva avvisato i due indagati della richiesta di archiviazione, 24 ore prima che fosse depositata regolarmente (il 2 marzo 2001, ndr).
Quell'indagine traeva spunto dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia di primissimo piano (a cui è stata riconosciuta più volte l'attendibilità) come Salvatore Cancemi, reggente del mandamento di Porta nuova e dunque appartenente alla Cupola ed in contatto diretto con Totò Riina.
Il pentito raccontò in un verbale rilasciato all’ex procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini (ora in pensione) che Raffaele Ganci gli riferì dell’esistenza di contatti tra Totò Riina e “persone importanti” non affiliate a Cosa nostra.
E in un'altra riunione fu ancora più preciso.
“Ho il dovere di riferire queste circostanze che io ho vissuto in questi anni da protagonista. Nel 1990 o 1991, in questo momento non riesco a essere più preciso - raccontò ai magistrati - […], Ganci Raffaele mi disse che Salvatore Riina voleva parlarmi, ci incontrammo nell’ormai famosa villa di Girolamo Guddo. Riina cominciò parlando di Vittorio Mangano, persona che peraltro non era molto gradita allo stesso Riina perché in passato Mangano era vicino a Stefano Bontate. Riina mi disse di riferire a Mangano che non doveva più interferire nel rapporto che lo stesso aveva instaurato da anni con un tale Dell’Utri, collaboratore di Silvio Berlusconi, perché da quel momento i rapporti con il Dell’Utri li avrebbe tenuti direttamente Riina. Quest’ultimo precisò che, secondo gli accordi stabiliti con Dell’Utri che faceva da emissario per conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne (questa è l’espressione che usò Riina, ma ovviamente si riferiva a emittenti private, ndr)”.
Cancemi aveva aggiunto che quei soldi arrivavano in più “rate da 40-50 milioni”.
Ma tra le altre cose Cancemi disse anche che Riina nel 1991 gli riferì che “Berlusconi e […] Marcello Dell’Utri erano interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo e che lui stesso (Riina, ndr) si sarebbe occupato dell’affare, avendo i due personaggi ‘nelle mani’”.
Il foglietto di Falcone su Berlusconi e Mangano
Qualche anno fa Giovanni Paparcuri, uno dei più stretti collaboratori del magistrato, ritrovò un appunto di Giovanni Falcone, scritto su un foglio di block notes a quadretti, con appunti sulle dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia in cui era scritto: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano”.
Ufficialmente, non è mai risultata alcuna indagine di Falcone su Berlusconi ma perché Falcone aveva scritto quel riferimento sull'ex Presidente del Consiglio, allora imprenditore?
Dunque la storia di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri con la mafia non è confinata in qualche racconto di collaboratori di giustizia.
Il Paese nelle mani
Ovviamente, però, il contributo dei pentiti è fondamentale per ricostruire certe vicende. Gaspare Spatuzza, ovvero colui che ha permesso di scrivere un nuovo capitolo sulla strage di via d'Amelio, ha parlato di un incontro che avrebbe avuto con il boss Graviano all'interno del bar Doney di Roma, pochi giorni prima del fallito attentato all'Olimpico, che si sarebbe dovuto verificare il 23 gennaio.
"Aveva un'aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa - aveva raccontato in più occasioni - Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi - aveva proseguito - aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi - aveva concluso - mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l'Italia”.
E' possibile che Dell'Utri e Graviano si siano incontrati nei giorni precedenti? E' possibile. Come evidenziato durante i dibattimenti del processo Stato-mafia e 'Ndrangheta stragista proprio in quel periodo Marcello Dell'Utri si trovava nella Capitale presso l'Hotel Majestic, a poche centinaia di metri dal bar Doney, dove si svolgeva una convention di Forza Italia.
Le parole di Riina
Anche il Capo dei capi, Totò Riina, durante il passeggio nel carcere di Milano con il boss pugliese Alberto Lorusso aveva parlato di Berlusconi il 22 agosto 2013: “...si è ritrovato con queste cose là sotto, è venuto, ha mandato là sotto a uno, si è messo d’accordo, ha mandato i soldi a colpo, a colpo, ci siamo accordati con i soldi e a colpo li ho incassati’’. Quanti? “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”.
E sempre Riina aggiungeva: “I catanesi dicono, ma vedi di... Non ha le Stande, gli ho detto, da noi qui ha pagato. Così, così li ho messi sotto, gli hanno dato fuoco alla Standa. Minchia, aveva tutte le Stande della Sicilia, tutte le Stande erano di lui. Gli ho detto: bruciagli la Standa. A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi, 250 milioni ogni sei mesi. Quello... è venuto il palermitano... mandò a lui, è sceso il palermitano ha parlato con uno... si è messo d’accordo... Dice vi mando i soldi con un altro palermitano. Ha preso un altro palermitano, c’era quello a Milano. Là c’era questo e gli dava i soldi ogni sei mesi a questo palermitano. Era amico di quello... il senatore (ovvero Dell'Utri, ndr)”.
Certo, le parole del boss corleonese, oggi deceduto, non hanno a che fare con la sentenza Dell’Utri ma sono agli atti del processo Stato-mafia.
Il contributo “mancato” di Ilardo
Tra coloro che indubbiamente avrebbero potuto dare un grandissimo contributo nella ricerca della verità sulle stragi (e non solo) vi è Luigi Ilardo che da infiltrato era riuscito a far arrestare decine di mafiosi di primo livello e che nel 1995 aveva indicato al Ros di Mori quello che era il covo di Bernardo Provenzano a Mezzojuso. Il blitz non scattò e nel maggio 1996, prima che fosse ufficializzata la sua collaborazione con la giustizia venne ucciso.
Ilardo, vice capo mandamento a Caltanissetta, nonché cugino di Giuseppe “Piddu” Madonia, aveva avviato da tempo uno strettissimo rapporto con il colonnello Michele Riccio.
A quest'ultimo aveva anche parlato dei mandanti esterni delle stragi del '92 e del '93. E con dovizia di particolari nei processi Michele Riccio aveva spiegato che Ilardo era stato alquanto esplicito nel giorno in cui si incontrò presso i Ros di Roma (al quale l’infiltrato partecipò pochi giorni prima della sua morte insieme a Riccio, Gian Carlo Caselli, Teresa Principato e Gianni Tinebra, ndr) con il generale Mario Mori, dichiarando: “Molti attentati che sono stati addebitati esclusivamente a Cosa Nostra, sono stati commissionati dallo Stato e voi lo sapete”. Il col. Riccio aveva ribadito anche l'indicazione avuta dallo stesso Ilardo su Marcello Dell'Utri quale persona di riferimento di Cosa Nostra nel periodo in cui era stato deciso di appoggiare la nascente Forza Italia ma anche quelle rivelazioni sul ruolo ibrido della Massoneria "deviata" e di tutte quelle entità esterne a Cosa Nostra che il confidente aveva avuto modo di conoscere.
Giuseppe Graviano, la voce che non ti aspetti
A dare l'input per la nuova inchiesta su Berlusconi e Dell'Utri nel 2017 erano state le parole pronunciate in carcere dal boss Giuseppe Graviano, quando venne intercettato dai pubblici ministeri palermitani del processo sulla ‘trattativa Stato-mafia’, mentre parlava con un compagno di cella, Umberto Adinolfi nel carcere di Ascoli Piceno.
Intercettazioni in cui si parla delle stragi del 1993, del 41 bis, dei dialoghi con le istituzioni.
Fino al riferimento chiaro all'ex premier: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”. E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa".
E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”. E tante altre considerazioni con cui il capomafia siciliano lascia intendere che proprio Berlusconi potrebbe aver avuto un qualche ruolo in quella terribile stagione.
E sempre in quelle intercettazioni riferiva di aver conosciuto e incontrato l'ex Cavaliere e, in particolare, di essersi ‘seduti’ insieme e di avere, insieme, 'mangiato e bevuto'.
Nel 2020 c'è stato il nuovo impulso investigativo quando Graviano, sorprendentemente, ha deciso di rompere il suo lungo silenzio nel processo 'Ndrangheta stragista.
Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e delle parti civili, aggiunse addirittura particolari, dando una sua spiegazione a quei riferimenti fatti in precedenza aggiungendo di aver incontrato Berlusconi da latitante “almeno per tre volte” (e che l’ultima sarebbe avvenuta nel dicembre del 1993, ovvero poche settimane prima del suo arresto avvenuto il 27 gennaio 1994), in un appartamento a Milano 3. ("È successo a Milano 3, è stata una cena. Ci siamo incontrati io, mio cugino e Berlusconi. C'era qualche altra persona che non ho conosciuto. Discutiamo di formalizzare le società").
La carta scritta
La natura di quei rapporti tra la famiglia Graviano e Silvio Berlusconi sarebbe di tipo economico e, a detta del capomafia, sarebbero risalenti ai primi anni Settanta quando il nonno sarebbe stato interpellato "per investire al Nord, venti miliardi di lire. Gli dicono che gli avrebbero concesso il 20 per cento". I legali di Berlusconi hanno sempre detto che suddette dichiarazioni erano "totalmente e platealmente destituite di ogni fondamento, sconnesse dalla realtà nonché palesemente diffamatorie". Eppure nessuna denuncia per diffamazione è stata presentata contro il capomafia.
Di questi elementi si è occupata la Procura di Firenze e per comprendere la valutazione che è stata data vanno lette le carte.
Nel Paese dalla memoria corta, invece, c'è una gran fretta di chiudere con il passato e riscrivere la storia. Un passaggio necessario se si vuole proseguire nella rotta verso gli abissi di un nuovo fascismo.
Vogliamo sperare, come l'Associazione familiari dei Georgofili, che questa “sia solo un'archiviazione 'tecnica' come già avvenuto in passato”, ma sappiamo anche che per riaprire le indagini, dopo la riforma Cartabia del 2022, non servono solo fatti nuovi, ma elementi che possano portare ad una futura richiesta di rinvio a giudizio.
“Non vorremmo che fosse in atto l'ennesima 'trattativa' per far emergere una 'verità normalizzata' tale da non nuocere al sistema politico – aggiungono sempre i familiari della strage di Firenze - Indaghino bene la Commissione Parlamentare antimafia e le Procure e si dia modo di arrivare a pubblici dibattimenti a garanzia di tutti: vogliamo una verità vera, non una verità addomesticata”.
Un appello che facciamo nostro, a nome di tutti gli italiani onesti.
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