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L'attivista Oiza Q. Obasuyi: ''In Italia ci sono ancora retaggi razzisti e colonialisti''

Jean Georges Almendras

“Dobbiamo parlare di frontiere e questo significa parlare di cose antiche come il colonialismo. Anche l’Italia ha fatto parte del colonialismo, sottomettendo le popolazioni del Nord Africa ad un colonialismo brutale e razzista”.

Oiza Q. Obasuyi, dottoressa in Diritti Umani presso l’Università di Bologna, nonché esperta studiosa di migrazione e diaspora di origine africana, non avrebbe potuto essere più precisa, diretta ed incisiva nel riferirsi al razzismo imperante oggi in Italia, parlando con Antimafia DosMil in un momento di pausa durante l’evento intitolato “L’Italia è un Paese razzista”, svoltosi lo scorso giovedì 21 agosto in una pittoresca piazza di Capodarco, nelle Marche. Obasuyi ha condiviso il tavolo dei relatori con un’altra coraggiosa attivista, Anna Curcio.

In uno spazio urbano completamente gremito di pubblico e in una cornice da festival, dove alcuni stand esponevano libri e materiali legati alla tematica ma al tempo stesso caratterizzato da una denuncia diretta e priva di ipocrisie, gli interventi di Curcio e Obasuyi hanno permesso di mettere in luce un panorama tutt’altro che incoraggiante in materia di razzismo e migrazione.


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È stata proprio Oiza Obasuyi a darci uno spaccato di una società italiana razzista.

 “C’è ancora tanto lavoro da fare su questo tema, perché sebbene il colonialismo sia formalmente terminato, continuano a persistere molte dinamiche colonialiste e razziste provenienti da quell’epoca. Tutto ciò che riguarda le frontiere e la discriminazione razziale è arrivato fino a noi. In che modo? Ad esempio, nel modo in cui viene giudicato l’abbigliamento degli immigrati o quando vengono ritenuti violenti o pericolosi senza alcun fondamento. Ma le frontiere non sono solo quelle del mondo, sono anche i confini interni del paese dove lo Stato è razzista, è violento ogni giorno nel trattare con le persone straniere in Italia. È per questo che l’attivismo antirazzista dovrà intraprendere un percorso molto, molto lungo, nel quale sarà necessario ascoltare e discutere per correggere tutto il razzismo presente in questo paese.”

– E quale messaggio puoi dare ai giovani, in questo ambito, dopo aver reso nota una realtà così cruda in questo evento?

“I giovani hanno bisogno di ascoltare altre voci, altri pensieri che non siano quelli dello Stato o della stampa ufficiale. Bisogna organizzare incontri, conferenze per informarli. Questi incontri devono essere tenuti da attivisti, esperti in materia, che siano in grado di spiegare queste cose. La scuola, per me, è fondamentale perché è da lì che si comincia a prendere coscienza. Ed è lì che il bambino o il giovane deve capire che molte delle cose che fa la società sono razziste. Bisogna trovare una comunicazione efficace. Ad esempio, quando si parla di immigrati, devo dire che, purtroppo, il linguaggio utilizzato dal giornalismo serve solo a inculcare o ad approfondire gli stereotipi.”

– E come dovrebbero agire i giovani all’interno delle scuole?

“Io penso che gli studenti debbano riflettere sul privilegio che hanno gli italiani, in quanto italiani bianchi. Gli studenti devono domandarsi perché il mio compagno di classe fa più assenze, perché deve recarsi in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno. Bisogna riflettere sul motivo per cui lui è costretto a farlo e io no, perché sono un italiano bianco. I giovani devono interrogarsi su queste differenze. Forse sono cose piccole, ma dobbiamo imparare a guardarle con grande attenzione.”

– Oiza, in tutto questo panorama, cosa puoi dirci di ciò che accade in Palestina?

“Io penso che la questione palestinese sia un tema che tocca il cuore. I temi legati al razzismo e alla segregazione che esistono e persistono da così tanti anni, in un certo senso si intersecano, come accade tra il razzismo e la questione palestinese. Esiste un sistema globale che permette che in Palestina vi sia un’apartheid simile a quello che c’era in Sudafrica, ed è un sistema che va abolito. Penso che sia necessaria una lotta di tutti, una lotta comune contro l’ingiustizia, tanto in Italia quanto nel resto del mondo. Dobbiamo lottare per la libertà del popolo palestinese”.

Foto © Giorgio David Almendras