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È morto Ratko Mladić, il ''boia dei Balcani'' condannato per il genocidio di Srebrenica

Muore a 84 anni dopo sedici anni di latitanza. In Serbia lo Stato si prepara a seppellirlo con i più alti onori militari

Giuseppe Cirillo
antimafiaduemila

L'ex comandante dell'esercito serbo-bosniaco Ratko Mladić, condannato per genocidio per il massacro di Srebrenica del 1995, è morto in prigione all'età di 84 anni, dopo un lungo periodo segnato da gravi problemi di salute. Mladić ha trascorso gli ultimi quindici anni della sua vita sotto la custodia della giustizia internazionale, dopo essere rimasto latitante per quasi sedici anni.

Suo il comando militare delle forze serbo-bosniache durante il conflitto che, tra il 1992 e il 1995, devastò la Bosnia ed Erzegovina, provocando circa centomila morti e milioni di sfollati. La figura di Ratko Mladić, passato alla storia come il “boia dei Balcani”, resta legata in maniera indissolubile a due eventi in particolare: l'assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica.

Il progetto di ridisegnare la Bosnia

Mladić era un ufficiale formatosi nell'esercito della Jugoslavia socialista. Nel 1991, mentre la federazione jugoslava cominciava a disgregarsi, assunse il comando di un corpo d'armata con sede a Knin, centro della rivolta serba in Croazia. Ma la vera svolta arrivò nel 1992, con l'esplosione della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Proprio con l'inizio della guerra, Mladić divenne comandante dello Stato maggiore dell'Esercito della Republika Srpska, la forza armata dei serbi di Bosnia.

Secondo quanto successivamente accertato dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, una delle strategie perseguite dalla leadership serbo-bosniaca consisteva nella rimozione permanente dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci dai territori rivendicati dai serbi. Così iniziarono omicidi, deportazioni, persecuzioni e trasferimenti forzati.

A questo va aggiunto che la frantumazione della Jugoslavia veniva interpretata anche come l'occasione per creare un'unica entità politica nei territori abitati o rivendicati dai serbi presenti in Serbia, Bosnia e Croazia. In sostanza, è quello che in più occasioni è stato indicato come il progetto politico della “Grande Serbia”.

Dal punto di vista militare, Mladić rappresentava dunque il vertice di questo progetto. In pratica, era l'uomo che dirigeva le operazioni militari: comandava le truppe, partecipava alla pianificazione delle offensive e aveva autorità all'interno della struttura militare serbo-bosniaca.

Dal punto di vista politico, invece, la figura centrale era Radovan Karadžić, che guidava politicamente i serbi di Bosnia durante la disgregazione della Jugoslavia.

Poi c'era Slobodan Milošević, presidente della vicina Serbia, che, pur non facendo parte della leadership serbo-bosniaca, esercitava una forte influenza sugli equilibri del conflitto e manteneva stretti rapporti politici, economici e militari con i serbi di Bosnia.

All'interno di questo scenario, alcune città bosniache divennero teatro di violenze e atrocità destinate a segnare una delle pagine più drammatiche della storia europea dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Una di queste fu Sarajevo.

Sarajevo sotto assedio

La capitale bosniaca rimase assediata dalle forze serbo-bosniache per quasi quattro anni. Sulle alture che circondavano Sarajevo erano posizionate numerose postazioni di cecchini e di artiglieria pesante, impegnate a colpire anche civili inermi. Anche uscire di casa e attraversare la strada per cercare cibo e acqua poteva significare andare incontro a morte certa.

Successivamente, il Tribunale dell'Aia stabilì che la campagna militare non aveva soltanto l'obiettivo di colpire le forze nemiche. Vi era, infatti, anche il progetto di diffondere il terrore tra la popolazione attraverso bombardamenti e attacchi dei cecchini.

I giudici accertarono che nel settembre del 1995 Mladić ordinò di interrompere alcune forniture alla città, costringendo gli abitanti a uscire e a esporsi maggiormente al fuoco dei cecchini e dell'artiglieria. Secondo la Corte, l'obiettivo era anche quello di diffondere il terrore tra la popolazione civile, creando una condizione di paura costante in tutta la città.

In questo modo, anche il terrore diventava un'arma contro una città che veniva inevitabilmente paralizzata, dunque, indebolita in ogni sua attività.

È all'interno di questo scenario che Mladić viene riconosciuto dal Tribunale dell'Aia come responsabile di omicidi, terrore e attacchi illegali contro civili durante la campagna contro Sarajevo.

Tuttavia, il crimine destinato più di ogni altro a segnare per sempre il suo nome sarebbe avvenuto nell'estate del 1995, a poche decine di chilometri più a est: Srebrenica.

Srebrenica

La città di Srebrenica era diventata un rifugio per decine di migliaia di musulmani bosniaci fuggiti dalle zone circostanti, tanto che le Nazioni Unite avevano dichiarato l'enclave una “safe area”. In pratica, un'area protetta. Srebrenica si trovava dunque sotto protezione internazionale. Ma solo sulla carta: nella pratica, purtroppo, le circostanze si dimostrarono molto diverse.

Quando, nel luglio del 1995, le forze serbo-bosniache avanzarono contro l'enclave, la protezione delle Nazioni Unite non impedì la conquista della città. Così, l'11 luglio del ‘95 le truppe di Mladić entrarono a Srebrenica.

Davanti alle telecamere, il generale apparve tra i suoi uomini in quelle immagini destinate a diventare drammaticamente famose. Intanto, la popolazione civile cercava disperatamente una via di fuga, con migliaia di persone che si concentrarono intorno alla base delle Nazioni Unite di Potočari. Fu allora che iniziò la separazione.

Donne, bambini e anziani vennero trasferiti fuori dall'enclave, mentre uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono trattenuti oppure catturati mentre cercavano di fuggire attraverso i boschi. Nei giorni successivi, migliaia di loro furono trasportati verso scuole, magazzini, campi e altri luoghi di detenzione temporanea. Da lì vennero portati nei luoghi delle esecuzioni, dove furono uccisi in maniera sistematica. In totale, più di ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci vennero assassinati. I loro corpi furono sepolti in fosse comuni; in diversi casi, i resti vennero successivamente spostati in fosse secondarie nel tentativo di occultare le prove.

Il Tribunale dell'Aia stabilì che Mladić partecipò in prima persona al progetto criminale diretto a eliminare la popolazione musulmana bosniaca di Srebrenica, attraverso l'uccisione di uomini e ragazzi e l'espulsione forzata di donne, bambini e anziani. Per questi fatti, il “boia dei Balcani” verrà poi riconosciuto colpevole di genocidio.

Ma per Mladić iniziò un'altra storia: quella della fuga.

Sedici anni di latitanza e cinque di processo

Il Tribunale internazionale aveva incriminato Mladić già nel 1995. Eppure, il generale riuscì a sottrarsi all'arresto, iniziando così una latitanza durata quasi sedici anni. Per un periodo visse senza neppure nascondersi completamente.

La rete di collaboratori che lo circondava comprendeva simpatizzanti e persone legate agli ambienti militari e di sicurezza serbi. Basti pensare che nel 1997 Ratko Mladić partecipò persino al matrimonio del figlio Darko in un hotel di Belgrado.

La sua latitanza terminò il 26 maggio 2011, quando la polizia serba lo trovò a Lazarevo, un villaggio nel nord della Serbia. Un pò come Matteo Messina Denaro, anche il “boia dei Balcani” venne catturato ormai anziano e con gravi problemi di salute. Pochi giorni dopo venne trasferito all'Aia. Davanti ai giudici rivendicò la propria identità di comandante e respinse ogni accusa. E, proprio come Messina Denaro, non mostrò mai un reale pentimento per ciò che era accaduto.

Il processo contro Mladić iniziò nel maggio del 2012.

Per cinque anni l'accusa e la difesa ricostruirono una delle pagine più drammatiche delle guerre jugoslave. Furono ascoltati più di cinquecento testimoni e venne presentata una quantità enorme di documenti, intercettazioni, filmati, ordini militari e testimonianze.

Il verdetto arrivò il 22 novembre 2017: Ratko Mladić venne condannato all'ergastolo. Il Tribunale penale internazionale lo riconobbe colpevole di dieci degli undici capi d'accusa contestati: genocidio a Srebrenica, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato, terrore, attacchi illegali contro i civili e presa di ostaggi appartenenti alle Nazioni Unite.

I giudici lo assolsero invece dall'accusa di genocidio per i crimini commessi in una serie di comuni bosniaci nel 1992.

Criminale di guerra per alcuni, eroe (ancora oggi) per altri

A Sarajevo e tra i sopravvissuti di Srebrenica, il nome di Mladić rimane legato a una campagna di persecuzione, poi culminata nel genocidio del luglio 1995. In alcuni settori della società serba e serbo-bosniaca, invece, lo stesso Mladić continua a essere ricordato come il generale che ha combattuto per difendere il suo popolo.

Il governo di Belgrado si sta infatti preparando alla restituzione della salma. Il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić - ha fatto sapere la radiotelevisione pubblica serba RTS - ha annunciato che Mladić sarà sepolto con i più alti onori statali e militari, precisando che sarà la famiglia a decidere il luogo della sepoltura. Questo, mentre le autorità serbe sono in contatto con il Meccanismo internazionale dell'Aia per ultimare le procedure necessarie al trasferimento del corpo.

Sulla questione è intervenuto anche il presidente serbo Aleksandar Vučić che ha criticato apertamente il Tribunale dell'Aia per non aver consentito al generale di trascorrere gli ultimi giorni della propria vita in Serbia.

Insomma, prima o poi muoiono anche i genocidiari. Peccato, però, che in Europa certe vecchie abitudini sembrano decisamente più dure a morire.

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