Trump incastrato da Netanyahu in Libano e l’Iran sospende i negoziati con gli Usa
Raid su Beirut, colloqui congelati, minaccia sugli stretti: la crisi sfugge di mano a Washington.

Tutto è precipitato ancora una volta e si allontana pericolosamente nel tempo, la riapertura dello Stretto di Hormuz, il cui blocco sta portando al collasso l’economia occidentale.
Quale migliore radiografia diplomatica potrebbe evidenziare come Trump sia palesemente sotto ricatto da Israele?
Poche ore fa, l'Iran, come evidenziato dall’agenzia stampa Tasnim, ha sospeso i colloqui indiretti con gli Stati Uniti, incluso lo scambio di messaggi tramite intermediari, citando le continue operazioni militari israeliane in Libano e a Gaza nonostante le intese sul cessate il fuoco. “Qualsiasi ripresa del dialogo è subordinata alla cessazione degli attacchi e al completo ritiro delle truppe israeliane dal territorio libanese”, ha evidenziato Teheran.
L'Iran e i gruppi alleati all'interno dell'"Asse della Resistenza" sono determinati a rispondere alle azioni israeliane e ad aprire ulteriori fronti, affermando di aver deciso di bloccare lo Stretto di Hormuz e attivare altri fronti, incluso lo Stretto di Bab al-Mandeb.
Ogni anno Bab al‑Mandeb movimenta tra il 10 e il 12% di tutti i traffici marittimi mondiali; il blocco costringerebbe gran parte del traffico Asia‑Europa ad aggirare il Capo di Buona Speranza che aggiungerebbe 4.000–6.000 miglia nautiche per le rotte marittime e fino a 20 giorni di navigazione, con forte aumento dei costi di carburante, equipaggio e assicurazioni. In numeri, gli spedizionieri riporteranno costi per container intorno a 10.000 dollari contro meno di 1.000 nel periodo pre‑guerra, ovvero fino a 10 volte di più.
Una decisione che potrebbe trascinare in poco tempo nel baratro il tessuto sociale-produttivo euroatlantico, mentre l’economia iraniano sta studiando rotte alternative per trasportare le sue materie prime. Teheran sta reindirizzando grandi volumi di petrolio greggio verso la lavorazione interna, la produzione di elettricità e la petrolchimica, liberando in questo modo le ingenti riserve di gas naturale — le seconde più grandi al mondo — per l'esportazione via gasdotto verso Turchia e Iraq. Baghdad dipende fortemente dal gas iraniano per garantire l'approvvigionamento elettrico delle proprie province meridionali, il che conferisce a Teheran un peso politico reale nella regione che nessun blocco navale può erodere.
Per aggirare il controllo marittimo americano, l'Iran sta inoltre sfruttando rotte ferroviarie terrestri verso la Cina e corridoi stradali verso i paesi vicini, canali che la Marina degli Stati Uniti semplicemente non può intercettare. La strategia è chiara: trasformare il vincolo del blocco in un'opportunità di diversificazione e rafforzamento interno, riducendo la vulnerabilità alle pressioni esterne.
Teheran prepara attacchi contro gli insediamenti dei territori occupati
Ma non finisce qui la reazione di Teheran: le Guardie rivoluzionarie hanno avvertito gli insediamenti del nord di Israele che, se Netanyahu dovesse colpire Dahiyeh e Beirut come minacciato, i residenti delle aree settentrionali nei territori occupati dovrebbero lasciare la zona se non vogliono essere colpiti.
“Considerate le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del regime, se questa minaccia sarà messa in atto, avvertiamo i residenti delle aree settentrionali e degli insediamenti militari nei territori occupati: se non desiderano essere colpiti, devono lasciare la zona”, riporta il quartier generale centrale Khatam al-Anbiyaa. 
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha accusato Washington di inviare segnali contraddittori al tavolo negoziale. "L'altra parte cambia continuamente idea e avanza richieste nuove o contraddittorie" ha dichiarato Baghaei, aggiungendo che "è naturale che questa situazione prolunghi i negoziati." Per Teheran, le azioni di Israele nella regione — compreso il Libano — sono inseparabili dalla politica di Washington, una posizione che rende ancora più complessa qualsiasi mediazione.
La risposta di Trump, affidata a un post notturno sui social media, è come al solito demenzialmente lontana dalla realtà e più vicina al mondo metafisico degli insider trader. Il presidente statunitense ha affermato che l'Iran "vuole davvero raggiungere un accordo" e ha rimproverato i critici, compresi quelli che ha definito "repubblicani apparentemente antipatriottici", con una nota di ottimismo che suona stonata rispetto all'escalation in corso. "Siediti e rilassati, alla fine andrà tutto bene, come sempre!" ha scritto Trump nel tentativo di convincere gli scettici MAGA che ormai lo hanno abbandonato.
Beirut sotto i raid: il nodo del cessate il fuoco
Nulla ha potuto, evidentemente, la sua influenza rassicurante nel fermare il premier israeliano Benjamin Netanyahu che, come menzionato, poche ore prima l’annuncio iraniano, aveva ordinato alle Forze di Difesa Israeliane di colpire il quartiere di Dahiya, nella periferia sud di Beirut.
"A seguito delle ripetute violazioni del cessate il fuoco in Libano da parte dell'organizzazione terroristica Hezbollah e degli attacchi contro le nostre città e i nostri cittadini" ha comunicato Netanyahu in una nota congiunta con il ministro della Difesa Israel Katz, giustificando l'offensiva come risposta alle azioni di Hezbollah. Il portavoce arabo dell'IDF ha contestualmente emesso ordini di evacuazione per il quartiere.
Gli attacchi si sono poi estesi al Libano meridionale: raid aerei hanno colpito il comune di Marwaniyeh nel distretto di Sidone, i villaggi di al-Shahabiya e Majdal Zoun, i comuni di Kfar Tebnit e Zawtar al-Sharqiya nel distretto di Nabatieh, e il comune di Arab Salim.
Il tycoon è dunque colto di sorpresa e pronto a rimettere in riga l’amico Bibi? Non proprio. Una fonte delle Forze di Difesa Israeliane, citata dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ha rivelato che "la nostra decisione di iniziare ad attaccare Beirut è stata presa in pieno coordinamento con Washington", un dettaglio che mina la narrativa americana di un coinvolgimento passivo nel conflitto.
Tuttavia, l’ultimatum iraniano starebbe ribaltando i piani: secondo quanto riportato da media in lingua ebraica, Israele starebbe “rivalutando” di colpire Beirut in seguito alle minacce da Teheran.
“Ho avuto una chiamata molto produttiva con il Primo Ministro Bibi Netanyahu, di Israele, e non ci saranno truppe che andranno a Beirut, e tutte le truppe in arrivo sono già state respinte. Allo stesso modo, attraverso rappresentanti di alto rango, ho avuto una buona chiamata con Hezbollah, e hanno concordato che tutti i tiri si fermeranno — che Israele non li attaccherà, e loro non attaccheranno”, ha poi scritto il tycoon sul social Truth. 
Tuttavia, come una trottola impazzita, subito dopo, ha affermato di non preoccuparsi se i negoziati con l'Iran dovessero interrompersi. "Non mi interessa se sono finite, onestamente. Non me ne importa proprio niente. Non me ne potrebbe importare di meno", ha dichiarato a CNBC, aggiungendo di non essere preoccupato nemmeno per un eventuale aumento dei prezzi del petrolio.
La fusione Pentagon-IDF
Certamente l’alleanza Washington-Tel Aviv è più forte che mai. A testimoniarlo è anche una clausola poco nota del recente National Defense Authorization Act appena approvato. La Sezione 224 prevede l'istituzione di un centro di innovazione congiunto tra Stati Uniti e Israele.
Secondo Josh Paul, ex funzionario del Dipartimento di Stato, la misura darebbe a Israele un accesso senza precedenti alla tecnologia americana e integrerebbe tecnologie israeliane nella catena di fornitura militare USA, concedendo a Israele una forte leva sulle priorità difensive americane. La proposta ha il sostegno bipartisan dei vertici del Comitato (il repubblicano Mike Rogers e il democratico Adam Smith).
La misura riflette, secondo la tenente colonnella in pensione Karen Kwiatkowski, una spinta di lunga data verso un accesso ancora più profondo di Israele alle capacità militari americane, in linea con quanto già osservato dall'ex ufficiale della CIA John Kiriakou, secondo cui gli Stati Uniti fornirebbero già a Israele "il 99% di ciò che abbiamo."
Trump e l'accordo sabotato all’ultimo minuto
Il quadro negoziale con l'Iran si è progressivamente deteriorato sotto il peso di scelte contraddittorie del presidente Usa. Secondo quanto riportato dal New York Times, Trump ieri ha inasprito le condizioni di un potenziale accordo e inviato a Teheran una versione aggiornata e più rigida del documento, insoddisfatto delle disposizioni sullo sblocco dei beni iraniani e della velocità delle risposte di Teheran. Una mossa che ha vanificato mesi di lavoro diplomatico.
L'ex avvocato del tycoon, Robert Barnes, non ha dubbi: il presidente starebbe sabotando il suo stesso accordo con l'Iran, "non per una questione strategica, ma a causa di un declino delle sue facoltà mentali o perché è in mano a Israele."
Probabilmente entrambe le risposte sono vere.
"Una persona politicamente razionale si sarebbe ritirata da questa guerra molto tempo fa. Questa è la conclusione a cui sono giunti Vance, la CIA e il Pentagono, ma non Trump o Hegseth", ha aggiunto Barnes, evidenziando che, all’effettivo, l'Iran era pronto ad aprire lo Stretto di Hormuz in cambio dell'annuncio della revoca del blocco, ma Trump ha insabbiato l'annuncio aggiungendo nuove richieste — tra cui la consegna dell'uranio e il blocco sui beni — rendendo l'accordo precedente de facto nullo.
"Continua a convincersi di poter imporre le proprie condizioni all'ultimo minuto e che l'Iran capitolerà" ha osservato Barnes.
Una logica che risponde certamente alle richieste di Israele di portare avanti il conflitto e quale migliore scusa di un accordo reso indigesto per la controparte iraniana che ha il coltello dalla parte del manico.
L'emittente nazionale iraniana aveva già diffuso l'elenco delle condizioni che Teheran avrebbe sottoposto all'amministrazione Trump per il raggiungimento di un accordo: cessate il fuoco permanente, il ritiro degli Stati Uniti dalla regione, la cessazione delle interferenze americane negli affari interni iraniani, la completa revoca delle sanzioni, lo scongelamento dei fondi immobilizzati, un indennizzo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e il riconoscimento della gestione iraniana del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz.
Si tratta di condizioni massimaliste, tipiche di chi percepisce di avere il coltello dalla parte del manico. È una lettura condivisa, curiosamente, anche da Robert Kagan — neoconservatore di stretta osservanza, marito di Victoria Nuland e tra i principali architetti ideologici delle guerre mediorientali statunitensi — che in un articolo pubblicato sul The Atlantic ha parlato di un vero e proprio "scacco matto" agli Stati Uniti. "La sconfitta nell'attuale confronto con l'Iran avrà una natura completamente diversa. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante" ha scritto Kagan, aggiungendo che "lo Stretto di Hormuz non sarà 'aperto', come lo era un tempo." Per Kagan, il conflitto ha rivelato "un'America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato", innescando un adattamento globale verso un mondo post-americano che "sta accelerando."
Escalation nello Stretto e sul campo
Nel frattempo tutto converge verso un nuovo inasprimento militare della situazione. L'UKMTO ha confermato che una nave da carico è stata colpita da un proiettile sconosciuto a circa 40 miglia nautiche a sud-est di Umm Qasr, in Iraq, con una grande esplosione a bordo mentre il vessel transitava nel Golfo Persico.
Poche ore prima, l'esercito statunitense aveva dichiarato di aver attaccato postazioni di droni iraniani in risposta all'abbattimento di uno dei suoi UAV da parte di Teheran, mentre le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno affermato di aver preso di mira una base americana utilizzata per attaccare l'isola di Sirik nello Stretto di Hormuz.
Gli scontri si moltiplicano lungo tutta la catena regionale. Il Kuwait ha segnalato che i suoi sistemi di difesa aerea hanno reagito ad attacchi missilistici e con droni.
Circa 60 aerei cisterna dell'Aeronautica Militare statunitense — KC-135 e KC-46 — sono nel frattempo di stanza all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, con altri 16-18 ad Eilat/Ramon, e gli Stati Uniti avrebbero già richiesto di mantenerli lì fino alla fine del 2027, segnale che Washington non prevede una rapida risoluzione del conflitto.
L'Iran si riarma più velocemente del previsto
Ma il nuovo capitolo bellico che si prospetta sarà solo un prolungamento dell’agonia. Mentre Trump ed Hegseth continuano a inebriarsi di gloria vantandosi di aver distrutto per sempre aviazione, marina e depositi missilistici dell’Iran, le immagini satellitari raccontano una realtà molto diversa.
Secondo i dati di Airbus Defence and Space citati dalla CNN, dall'inizio del cessate il fuoco sono stati ripuliti almeno 50 punti di accesso in 18 strutture distinte: bulldozer e autocarri stanno rimuovendo i detriti da una base a sud di Tabriz e da un impianto di Khomeini. I militari iraniani si stanno riprendendo molto più rapidamente di quanto inizialmente previsto, con la produzione di droni che, secondo alcune fonti, sarebbe già stata riavviata ad aprile. Nei prossimi sei mesi, l'Iran potrebbe ripristinare completamente il proprio potenziale offensivo.
Il recupero è favorito da due fattori convergenti: i danni effettivi degli attacchi si sono rivelati inferiori alle aspettative, e sia Russia sia Cina — quest'ultima ufficialmente in modo indiretto — stanno fornendo assistenza a Teheran.
Nel mentre, un'analisi di BBC Verify ha concluso che gli attacchi di rappresaglia dell'Iran sono stati "molto più efficaci e diffusi di quanto i funzionari statunitensi abbiano ammesso pubblicamente." Tre batterie THAAD danneggiate, un apparente AWACS E-3 Sentry distrutto sulla base Prince Sultan in Arabia Saudita, danni significativi alle basi aeree in Kuwait, oltre a caccia F-15 e F-35 colpiti e 24 droni MQ-9 Reaper persi: le perdite americane superano le 42 unità tra velivoli danneggiati o distrutti. Il Pentagono ha stimato il costo dell'operazione Epic Fury in 29 miliardi di dollari, ma i critici ritengono che la cifra reale sia significativamente più alta.
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