Riunioni segrete a Camp David contro l'Iran, mentre l'Arabia Saudita prepara 100.000 uomini
Vertice riservato con Vance, Rubio e Hegseth: Trump valuta di riprendere i raid sull'Iran mentre Riad prepara l'offensiva in Yemen
A Washington si prepara la seconda fase del nuovo disordine mondiale in Medio Oriente. Venerdì i vertici dell'amministrazione Trump si sono chiusi per ore a Camp David per discutere il futuro del conflitto con l'Iran e la guerra tra Arabia Saudita e Houthi in Yemen. A riferirlo è Axios, secondo cui l'incontro non è stato reso pubblico. L'ultimo precedente simile risale al giugno 2025, pochi giorni prima dell'ingresso di Israele nella guerra contro Teheran.
Già in precedenza gli Stati Uniti avevano lasciato presagire la possibilità di lanciare una nuova campagna di bombardamenti contro l'Iran subito dopo le elezioni di medio termine per il Congresso, in programma il 3 novembre. Il tycoon ha definito lo scenario “possibile” e secondo il Wall Street Journal, il presidente prevede che Washington riprenderà a colpire entro la fine di novembre.
A Camp David la riunione è stata presieduta dal vicepresidente Vance. Con lui c'erano il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, l'inviato Steve Witkoff, il direttore della CIA John Ratcliffe e il generale Dan Caine. Un funzionario ha trasmesso l'esito con una sintesi serrata che lascia altre mille domande con sé: “Sono state prese decisioni, o almeno sono state discusse approfonditamente”.
Il contesto è quello di negoziati con l'Iran fermi. Per questo, riporta Axios, Trump starebbe considerando di riprendere le principali operazioni militari. Interrogato venerdì sulla prossima mossa, il presidente è rimasto enigmatico: “Se ve lo dicessi, avreste una grande notizia. Ma lo vedrete. Le cose stanno andando molto bene. L'Iran non sta andando bene”.
Il costo economico spaventoso e la lettura di Macgregor
In realtà è sulle spalle di Washington che sta pesando il quadro economico. Il desk di Goldman Sachs sostiene che la parte lunga del mercato dei Treasury sia “ancora totalmente priva di offerte”. Al 2 ottobre il decennale rende circa il 5,24% e il trentennale circa il 5,60%. I riacquisti voluti dal segretario al Tesoro Scott Bessent hanno avuto finora un impatto minimo. Una survey della banca indica inoltre che l'80% di chi ha almeno 10 milioni di dollari si orienta verso investimenti alternativi.
Nessuno crede più negli Stati Uniti e i vecchi alleati del golfo che investivano i petrodollari nell’economia Usa ora non esportano nulla.
Sul piano dell’economia, secondo il colonnello in pensione Douglas Macgregor la situazione è critica. “il 25% del petrolio mondiale è fuori linea insieme al 35% dei fertilizzanti, e circa 3.200 navi sono ferme”, ha dichiarato in canale di analisi geopolitica.
A chi, come il presidente Trump, chiede perché gli equipaggi non attraversino lo Stretto di Hormuz, il colonnello risponde che “le compagnie di assicurazione non pagheranno” e che quelle persone “vorrebbero restare vive”.
Giusto poche ore fa, una petroliera è stata colpita sul lato sinistro da un proiettile non identificato a circa 4 miglia nautiche a est dell'Oman, secondo l'UKMTO.
In Europa, Macgregor spiega che le scorte sono scese sotto il 30% della capacità e i prezzi salgono “senza limiti”. Paesi come Cina, India, Giappone e Corea del Sud importano dal Golfo tra il 50 e il 75% del loro petrolio. Per la Cina, Macgregor cita riserve strategiche pari a 100-115 giorni di importazioni nette, ma sottolinea che il controllo statunitense sul petrolio venezuelano la costringe a comprare greggio più costoso sul mercato. “A che punto la Cina dirà che basta?”, si domanda. Negli Stati Uniti prevede rincari dell'elettricità, legata al gas, e benzina “a 8-10 dollari al gallone” entro tre-sei mesi. L'inflazione trainata dall'energia, conclude, renderà “molto difficile” per la Federal Reserve tagliare i tassi, con il rischio di “povertà energetica” per gran parte del mondo.
Dal punto di vista militare, Macgregor riferisce di aver saputo che gli Stati Uniti avrebbero speso circa 5,2 miliardi di dollari nelle prime 24-36 ore di operazioni, scoprendo poi di aver colpito "molte esche" e di aver mancato diversi bersagli. Sul piano dei danni inflitti dall'Iran, parla di "oltre 27 basi statunitensi completamente distrutte" e di quasi tutti i radar a lungo raggio per l'allerta precoce, in Israele e nel Golfo, messi fuori uso. Quanto agli arsenali, la stima è che gli Stati Uniti siano partiti con "otto o novemila" missili di fascia alta e che almeno la metà sia stata consumata. L'Iran, secondo lui, disporrebbe ancora di "almeno 45.000 missili" e di un numero di droni che alcuni valutano in 50.000 e altri in 100.000. Il colonnello ammette di non avere cifre esatte ("è un tiro al buio") ma prevede che entro fine marzo o inizio aprile Washington sarà "molto a corto di molte cose". Il problema, spiega, è che i missili Patriot e gli intercettori standard non si producono in serie come i proiettili d'artiglieria da 155 mm, di cui se ne possono fabbricare “100.000 in un attimo”.
L'avvertimento di Teheran
Dall'Iran è arrivata una risposta immediata alle indiscrezioni su future avventure militari. In occasione del secondo anniversario dell'Operazione Vera Promessa II, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ha avvertito, citato da Press TV, che qualsiasi nuovo attacco avrebbe una risposta "dolorosa e fonte di rimpianto". Per i pasdaran "l'era delle minacce gratuite è finita". Una futura aggressione di Stati Uniti, Israele o partner regionali, hanno aggiunto, incontrerebbe una reazione più forte di quella dell'ottobre 2024, quando Teheran lanciò quasi 200 missili balistici contro Israele.
Quell'operazione fu presentata come ritorsione per l'uccisione di figure iraniane e alleate, tra cui Ismail Haniyeh, Hassan Nasrallah e il comandante dell'IRGC Abbas Nilforoushan. Il messaggio di oggi è che la deterrenza iraniana si fonda su quel precedente.
Sul mare la tensione resta alta. L'UKMTO segnala una petroliera colpita sul lato sinistro da un proiettile non identificato a circa quattro miglia nautiche a est dell'Oman. L'equipaggio è salvo e non risultano danni ambientali.
Gli Houti avanzano e le forze filo saudite rischiano di vedersi tagliate le rotte di rifornimento
Parallelamente, secondo Reuters, Riad prepara una nuova disperata operazione contro gli Houthi che potrebbe partire entro poche settimane. L'obiettivo dichiarato è riprendere il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb e "ripristinare la navigazione nel Mar Rosso". Le forze controllate dai sauditi ad Aden mobiliteranno oltre 100.000 uomini, con la mobilitazione già avviata, e avranno il supporto dell'aviazione saudita. Sul tavolo ci sono due opzioni: una limitata operazione costiera o un'offensiva più ampia su diverse direttrici.
Gli Stati Uniti forniscono intelligence e consiglieri ma, come previsto, non combatteranno direttamente. Il Pakistan schiererà da 30.000 a 40.000 soldati in territorio saudita "per proteggersi dagli attacchi missilistici e con droni da parte degli Houthi". Riad ritiene che i negoziati non possano ripartire finché gli Houthi controllano Bab el-Mandeb, e Reuters indica la fine di ottobre come orizzonte per valutare il successo dell'offensiva.
Sul piano politico, il governo yemenita riconosciuto ha tenuto una riunione di gabinetto sulla mobilitazione generale. Il parlamento l'ha approvata mercoledì, dopo l'annuncio di Rashad al-Alimi, capo del Consiglio presidenziale. Al-Alimi ha chiesto ai cittadini di "contribuire in ogni modo possibile" e ha offerto l'amnistia ai combattenti houthi che disertano. Ha anche ringraziato re Salman e il principe ereditario Mohammed bin Salman per un bilancio da 59 milioni di dollari.
Intanto la coalizione a guida saudita ha colpito Sana'a con un raid aereo, e Sa'ada con attacchi di artiglieria e missili, secondo fonti yemenite citate da Mehr. Il ministro degli Esteri pakistano ha detto che gli alleati del Patto della Mecca valutano un possibile avvicinamento politico agli Houthi. Questi ultimi hanno posto le loro condizioni: fine della guerra sostenuta dall'estero e revoca del blocco saudita.
Taiz, Aramco e il dubbio di Mearsheimer
Sul terreno gli Houthi avanzano senza sosta. Al Mayadeen riferisce che Ansar Allah ha preso la catena montuosa di Rasun, nella provincia di Taiz, che domina una delle principali vie verso Lahij e Aden. Circolano anche notizie, non confermate, sulla presa di Jabal Al-Han, che controlla l'ultima strada rimasta verso la città. Un giornalista vicino a Riad lo nega: "Gli Houthi stanno cercando di conquistare Jabal Al-Han, ma finora le Forze Armate Yemenite hanno difeso le loro posizioni e vi rimarranno".
Taiz conta per la sua posizione tra il nord houthi e il sud e la costa del Mar Rosso controllati dal governo filosaudita. Chi la controlla governa gli spostamenti e i rifornimenti. Conquistarla consoliderebbe il dominio houthi nel nord e aumenterebbe la loro pressione sulle forze sostenute da Riad.
Sul fronte energetico, filmati OSINT e immagini satellitari mostrano una colonna di fumo nero sopra la capitale saudita dopo un colpo ai serbatoi di una raffineria. Gli attacchi precedenti avrebbero messo fuori uso altre raffinerie e il gasdotto Est-Ovest. L'ultimo è stato attribuito a milizie irachene, senza rivendicazioni. Con Hormuz chiuso dall'Iran e Bab el-Mandeb bloccato dagli Houthi, Riad ha perso due vie di export del greggio, ed è per questo che cerca una soluzione in fretta.
Per John Mearsheimer, intervenuto a Judging Freedom, un confronto tra sauditi e Iran sarebbe "Bambi contro Godzilla". Il suo argomento è semplice: "Se i sauditi non riescono a sconfiggere gli Houthi, come potrebbero mai sconfiggere l'Iran?".
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