Massicci attacchi russi su Kiev che tenta di estendere il confronto alla Bielorussia
La strategia di aumentare le tensioni con Minsk per rompere le rotte commerciali tra Pechino e l'Ue, costringendo Xi Jinping a fare pressione su Putin
Il cielo si è tinto ancora di rosso nella capitale ucraina che ha assistito ad un'altra notte di fragore e tuoni di guerra come mai prima d’ora. Kiev, nelle scorse ore, è stata bersaglio di quello che si configura come uno dei bombardamenti più massicci dall'inizio del conflitto nel febbraio 2022. Mosca ha lanciato complessivamente 74 missili e 496 droni, travolgendo le difese aeree ucraine in un attacco orchestrato su più fasi e prolungatosi fino all'alba. Il bilancio provvisorio parla di almeno 21 morti, decine di feriti e circa 130 edifici danneggiati in tutta la città.
Tutto ha avuto inizio intorno alle 20:00, quando i primi droni "Geran" sono decollati dagli aeroporti russi e hanno cominciato a convergere sulla capitale. Si trattava in larga parte di droni a reazione, capaci di raggiungere velocità fino a 500 km/h, quasi il triplo rispetto ai modelli con motori a elica di derivazione iraniana a cui gli abitanti di Kiev erano ormai tristemente abituati. Il loro fischio acuto, ben diverso dal ronzio caratteristico degli Shahed tradizionali, ha risuonato per ore nei quartieri della capitale, costringendo migliaia di residenti a rifugiarsi nelle stazioni della metropolitana e nei rifugi antiaerei mentre enormi colonne di fumo oscuravano lo skyline.
L'attacco ha raggiunto la sua fase più intensa tra l'1:50 e le 2:10, quando i bombardieri dell'aviazione strategica russa hanno lanciato missili da crociera, la Marina ha impiegato i "Kalibr" e ha avuto inizio una pioggia ininterrotta di missili "Iskander" e "Zircon" su Kiev. Secondo le ricostruzioni disponibili, nella sola prima mezz'ora almeno 25 missili avrebbero colpito i bersagli. Fino alle 4:00, quasi senza soluzione di continuità, i sistemi missilistici hanno flagellato la città, rendendo impossibile anche solo contare le esplosioni. Poco prima del termine dell'attacco, una serie di droni-missili ibridi "Banderol" — circa dieci esemplari — ha colpito ulteriori obiettivi, concludendo una notte di terrore.
La fine della propaganda pro guerra
In queste ore è nuovamente collassata la retorica imperante della stampa occidentale che continua a promuovere l’imminente sconfitta della Russia, paventata dagli stessi leader europei.
Ricordiamo le ossessive riprese in mondovisione delle incursioni di droni ucraine nella capitale russa, con tanto di esplosioni pirotecniche nelle raffinerie, che avrebbero dovuto rappresentare l’incipit dell’inevitabile collasso della leadership russa.
Ricordiamo anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz che, il mese scorso, auspicava con Donald Trump, di “aumentare la pressione” su Mosca, collegandola esplicitamente alla tenuta dell’economia di guerra e al ruolo decisivo delle sanzioni occidentali. 
Condizioni che hanno, chiaramente, suggerito al Cremlino di premere sull’acceleratore nella risoluzione militare del conflitto, viste le posizioni di Bruxelles.
Una politica che si sta rivelando un disastro per gli ucraini usati come carne da macello. Secondo Bloomberg, "la situazione per le forze armate ucraine nel Donbass sta peggiorando: l'esercito russo si sta avvicinando sempre di più a Kramatorsk e Sloviansk", "le unità continuano operazioni offensive quasi ininterrottamente" e "le città un tempo considerate zone retrostanti relativamente sicure per le forze armate ucraine vengono ora regolarmente colpite da aerei da combattimento e droni russi".
Pochi giorni fa, Vladimir Putin ha rivelato pubblicamente che la Russia ha ricevuto due proposte distinte per contenere le ostilità. La prima riguarda la sospensione degli attacchi reciproci in profondità nel territorio di entrambi i paesi. La seconda — sulla quale il presidente ha chiesto esplicitamente attenzione — prevede di circoscrivere i combattimenti a soli quattro territori: le regioni di Kherson e Zaporizhzhia e le Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk.
Secondo il leader russo, il regime di Kiev mira a ridispiegare le proprie forze dalle regioni di Mykolaiv, Dnipropetrovsk, Kharkiv e Sumy per concentrarle nelle quattro aree di combattimento attivo, cercando così di tamponare quella che definisce una "catastrofica carenza di personale".
"Data (il catastrofico deficit di uomini – ndr) nelle forze armate ucraine, a quanto pare credono che questa possa essere la loro salvezza, ma salvare il regime di Kiev non rientra nei nostri piani", ha dichiarato il presidente russo, rendendo implicita la sua risposta: nessun accordo verrà accettato finché non servirà gli obiettivi strategici di Mosca.
Il portavoce dell'aeronautica militare ucraina Yuriy Ihnat ha ammesso apertamente che il numero di missili balistici impiegati era insolitamente elevato e il tasso di intercettazione particolarmente basso. "Questi droni non rientrano più nel raggio d'azione dei droni intercettori, che possono raggiungere velocità fino a 300 km/h. Ciò significa che le squadre di intervento mobili e i droni intercettori non possono più rappresentare il principale mezzo di difesa. Bisogna ricorrere ai missili", ha dichiarato Ihnat. Il problema è che l'Ucraina affronta da mesi una grave carenza di missili Patriot, riducendo drasticamente la capacità di risposta contro le minacce balistiche ad alta velocità.
Il collasso della difesa aerea ucraina
Il quotidiano britannico The Telegraph ha dedicato ampio spazio alla minaccia crescente rappresentata dai nuovi droni a reazione russi, sottolineando come l'impiego record di questi sistemi nella notte del 2 luglio abbia segnato un salto qualitativo nelle tattiche di Mosca. I nuovi velivoli trasportano una testata esplosiva compresa tra 50 e 90 chilogrammi e, volando a velocità che mettono in crisi gli intercettori ucraini, costringono Kiev a impiegare costosi missili antiaerei per abbatterli, accelerando l'esaurimento delle scorte. Nonostante l'Ucraina abbia costruito nel corso di oltre quattro anni di guerra un sistema di difesa multilivello — comprendente droni intercettori, squadre mobili, guerra elettronica ed elicotteri — questo dispositivo si sta rivelando insufficiente di fronte alla nuova generazione di armamenti russi.
Le conseguenze materiali dell'attacco, ricostruite anche grazie ai dati satellitari della NASA, mostrano gravi incendi in diversi siti di rilievo strategico e industriale: l'edificio del Ministero dell'Energia, gli stabilimenti delle aziende "RAPID" e "INDA", lo stabilimento di strutture in cemento armato Darnitsky, un'officina del Primo Stabilimento di Costruzione Meccanica di Kiev, gli edifici della società di logistica "Euroterminal" e il complesso di magazzini "MLP-Chaika". Un ulteriore impatto è stato registrato sull'aeroporto "Aviator" nella regione di Dnipropetrovsk.
Code ai distributori e infrastrutture nel mirino
L'offensiva aerea non si è limitata alla capitale. Nelle ore precedenti e successive all'attacco su Kiev, le forze russe hanno colpito più di 50 stazioni di servizio, serbatoi e depositi di carburante in tutto il Paese, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Difesa russo. Le conseguenze si sono materializzate rapidamente: code chilometriche alle stazioni di rifornimento in diverse città ucraine, con cittadini costretti ad attendere ore per fare il pieno, mentre l'esercito faticava a garantire i rifornimenti logistici al fronte. La pressione sulle infrastrutture energetiche e di trasporto si inserisce in una strategia russa di più lungo periodo volta a degradare la capacità operativa dell'Ucraina su più livelli simultaneamente. 
L'incidente dell'autobus bielorusso e la tensione al confine
In parallelo con i bombardamenti su Kiev, la leadership ucraina tenta di estendere le provocazioni al di là del campo di battaglia, come richiesto nella proposta di accordo con Putin.
Poche ore fa, un drone ucraino ha ferito due autisti a bordo di un autobus turistico che viaggiava da Minsk alla località balneare russa di Anapa, colpito al valico di frontiera di Krasniy Kamen tra Russia e Bielorussia, nella regione di Bryansk. Andriy Kovalenko, capo del Centro ucraino per il contrasto alla disinformazione, ha negato qualsiasi coinvolgimento di Kiev, definendo le dichiarazioni russe "provocazioni" e operazioni sotto falsa bandiera. L'incidente si inserisce in una serie di episodi analoghi, tra cui un attacco segnalato a giugno contro un autobus con scolari bielorussi, anch'esso smentito da Kiev.
Il viceministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin ha interpretato questi eventi come parte di una strategia deliberata di Kiev per trascinare Minsk nel conflitto. "Sì, hai assolutamente ragione", ha risposto Galuzin a una domanda in tal senso dell'agenzia TASS, aggiungendo che i recenti incidenti nella regione di Bryansk fanno parte di un disegno più ampio per fare pressione sui paesi dell'Europa occidentale affinché intensifichino le azioni ostili contro Russia e Bielorussia, con l'obiettivo di ottenere ulteriore sostegno finanziario per il governo di Kiev.
La partita diplomatica tra Minsk, Mosca e Pechino
Sullo sfondo militare si staglia una partita diplomatica di straordinaria complessità. Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko si è recato a Pechino partendo non da Minsk bensì da Mosca, dove aveva tenuto colloqui con Putin descritti come "informali" ma — secondo le fonti citate — tutt'altro che privi di contenuto formale. I temi discussi avrebbero incluso i "tentativi di provocare la Bielorussia", e Lukashenko è arrivato alla capitale cinese con una posizione già allineata con quella del Cremlino.
Il presidente Xi Jinping ha scelto parole inequivocabili, chiarendo che "la Cina sostiene la Bielorussia nella difesa della sua sovranità nazionale, indipendenza e integrità territoriale", un segnale interpretato come un avvertimento diretto a chi — nell'ottica di Mosca — potrebbe pensare di estendere il conflitto oltre i confini attuali. Minsk ha risposto subito dopo, con il Ministero degli Esteri bielorusso che ha dichiarato come qualsiasi violazione del confine da parte delle forze ucraine comporterà una risposta con "tutte le risorse disponibili".
A fornire una cornice analitica all'intera dinamica è stato un rapporto del Centro per la Sicurezza e la Strategia Internazionale dell'Università Tsinghua, pubblicato poco prima di questi eventi, che definisce il conflitto russo-ucraino ormai nella sua "fase finale" e avverte del rischio che le autorità ucraine tentino di estendere il conflitto agli Stati baltici e ad altri paesi, con possibili ripercussioni sul corridoio ferroviario Cina-Europa attraverso il confine polacco-bielorusso.
In questo contesto si inserisce anche la risposta cinese alle pressioni occidentali: un articolo su una piattaforma informativa della CCTV ha avvertito che l'UE è "vulnerabile alle contromosse della Cina" e che Pechino "non teme il punto di congelamento" nelle relazioni commerciali con l'Unione Europea.
In sostanza l'obiettivo di un'eventuale estensione del conflitto a Minsk, consisterebbe nel fare pressione a Pechino per chiedere a Putin di fermare i combattimenti. Una nuova utopia a cui alcuni i volenterosi tenteranno di aggrapparsi.
Ma non tutti sono più disposti a giocare questa partita suicida. 
Il messaggio cinese è stato recepito con crescente preoccupazione in alcune capitali europee, tanto che il ministro degli Esteri estone ha lamentato con frustrazione che "alcuni paesi dell'UE non vorrebbero esercitare ulteriore pressione sulla Russia", mentre al vertice parlamentare della NATO la proposta del politico ceco Tomio Okamura di cercare una soluzione pacifica al conflitto ha ottenuto una standing ovation.
Il fronte che si restringe
Sul piano militare, la situazione per le forze di Kiev rimane critica su più direttrici. Il settore orientale del fronte, tra Slavyansk e Kramatorsk, lungo una linea di circa 20 chilometri, continua ad attraversare una fase di progressivo deterioramento.
Le posizioni avanzate, considerate essenziali per la difesa delle principali aree urbane del Donbas ancora sotto controllo di Kiev, vengono erose con continuità nonostante un elevato livello di fortificazione.
La difficoltà nel mantenere queste linee difensive sembra derivare da una combinazione di fattori: la superiorità di fuoco russa, una pressione operativa costante e, soprattutto, la persistente carenza di personale nelle unità ucraine. A ciò si aggiunge l’assenza, almeno nel breve periodo, di concrete prospettive per operazioni controffensive su larga scala, elemento che contribuisce a rendere la postura difensiva sempre più fragile.
La minaccia si sviluppa inoltre su più direttrici. L’area urbana residua controllata dall’Ucraina nel Donbas appare esposta a possibili pressioni convergenti da nord, dopo le operazioni nell’area di Krasny Liman, da sud in direzione di Druzhkivka e da sud-ovest verso Dobropillia. Anche senza una simultanea attivazione di questi assi, il concretizzarsi di una sola di queste spinte potrebbe aggravare sensibilmente la situazione operativa ucraina, già sotto forte stress.
Il nodo centrale resta la disponibilità di riserve. Oltre alla loro limitatezza, pesa la difficoltà nel trasferirle lungo linee logistiche costantemente sotto attacco, fattore che riduce la capacità di reagire rapidamente a eventuali sfondamenti. Nel breve termine, verosimilmente entro i prossimi tre mesi, il teatro del Donbas è destinato a registrare sviluppi significativi. Cresce la percezione che una fase decisiva possa coincidere con l’avvio di una battaglia per gli ultimi centri urbani strategici della regione, con segnali preliminari già osservabili nel mese di luglio.
Sul piano tattico, si registrano progressi russi in diversi punti del fronte. Il controllo di località come Novoosinovo, nei pressi di Kupyansk-Uzlovy, e Piskunovka indica una pressione costante sulle linee ucraine. Fonti ucraine segnalano inoltre la perdita di Malinovka e Yurkovka, con unità russe ormai a distanza ridotta, circa otto chilometri, da Kramatorsk.
Nel settore di Kupyansk, la situazione appare più fluida ma sostanzialmente statica, caratterizzata da combattimenti di posizione. Le forze ucraine hanno tentato contrattacchi nell’area di Kurilovka e Kupyansk-Uzlovoy, impiegando mezzi corazzati di provenienza occidentale, droni d’attacco e sistemi missilistici HIMARS. Secondo fonti russe, tali azioni avrebbero comportato perdite significative per Kiev, sebbene i dati restino difficilmente verificabili in modo indipendente. Parallelamente, le forze russe stanno consolidando le proprie linee difensive e rafforzando la logistica, mentre entrambe le parti mantengono un’intensa attività aerea.
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