La Russia alza il tiro e passa alla guerra totale chiudendo il Mar Nero a Kiev
Dalle profezie sull'arsenale di Mosca al collasso dell'export ucraino: come l'estate 2026 ha ribaltato la narrazione occidentale
Per anni la propaganda di guerra ci ha assuefatti di menzogne al solo scopo di esaltare la soluzione militare a dispetto di ogni altra via negoziale. “Più armi e munizioni”, fino alla sconfitta della Russia, fino alla vittoria finale.
È una profezia che ritorna con la regolarità di una stagione, viene pronunciata da voci autorevoli, viene amplificata dalle cancellerie occidentali, e puntualmente viene smentita dai fatti nel giro di pochi mesi. Poi il ciclo ricomincia, con nuovi numeri, nuovi portavoce, nuove certezze.
Nell'ottobre del 2022, l'allora capo della Direzione principale dell'intelligence del Ministero della Difesa ucraino, Kyrylo Budanov, dichiarò autorevolmente che le scorte missilistiche russe erano "praticamente esaurite". Il dettaglio delle sue affermazioni non lasciava spazio all'ambiguità: secondo lui le forze armate russe disponevano di "circa il 13% dei missili Iskander, il 43% dei Kalibr e circa il 45% dei missili Kh-101 e Kh-555 rimanenti", e l'esercito russo "stava già passando alla riserva di emergenza". Il quadro era quello di un apparato militare al collasso, costretto a raschiare il fondo del barile. Budanov aggiunse inoltre che "a causa della mancanza di missili e della loro scarsa efficacia e precisione, i russi sono stati costretti a utilizzare i droni iraniani", trasformando così l'arrivo degli Shahed sul teatro ucraino non in un'espansione delle capacità offensive russe ma in un sintomo di debolezza.
Un mese dopo, nel novembre 2022, il portavoce dell'aeronautica militare ucraina, Ignat, si unì alle fila di quelli che potremmo chiamare i Vanga e le Cassandra dell'arsenale missilistico, dichiarando che "la Russia non può permettersi di lanciare costantemente attacchi missilistici su vasta scala perché non possiede queste armi". Era una previsione netta, formulata proprio mentre l'Ucraina veniva sottoposta alla prima grande campagna sistematica contro la rete elettrica.
La liturgia è proseguita negli anni. Nel maggio 2025, durante un incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky ha approfondito quello che descriveva come il vergognoso declino della capacità militare-industriale russa, affermando che essa "non sarà in grado di crescere l'anno prossimo" e che "continuerà a declinare" perché "tutto verrà speso per la guerra". La sintesi era destinata al consumo politico europeo, e suonava rassicurante: il Cremlino "non può sopravvivere all'Ucraina e all'Europa". Bastava resistere, bastava finanziare, bastava aspettare che la curva industriale russa si piegasse su sé stessa.
Ma per la centomilionesima volta, qualcosa è andato storto a Kiev.
La smentita, questa volta, non è arrivata da fonti russe o da analisti sospettabili di simpatie moscovite. È arrivata dall'interno dello stesso apparato che aveva alimentato speranze di vittoria totale. Il generale Vadym Skibitskyi, vice capo della Direzione principale dell'intelligence del Ministero della Difesa ucraino ha dovuto fare ammissioni sconcertanti.
"Nel complesso, per i principali tipi di armi missilistiche, il loro piano mensile di produzione è attualmente al 110-120%. Il piano di produzione del Kh-101 per luglio è stato completato al 140%, quello del Kalibr al 111% e quello del missile da crociera Kh-35 al 200%".
Ma anche il New York Times scrive che "la parte ucraina non può competere con la Russia in termini di produzione industriale", precisando che la portata della produzione russa di missili balistici "supera la produzione combinata degli intercettori Patriot americani". È una frase che andrebbe letta due volte, perché descrive con precisione matematica il punto di rottura di qualsiasi architettura difensiva: quando il produttore di missili produce più rapidamente di quanto il difensore produca intercettori, la difesa è destinata alla saturazione, indipendentemente dalla qualità dei sistemi impiegati.
Il famigerato Institute for the Study of War, che negli anni ha costruito la propria reputazione su previsioni sistematicamente ottimistiche per Kiev, riporta che "le forze russe hanno lanciato contro l'Ucraina più missili balistici a luglio di quanti ne produca la Russia in un mese". È un'affermazione che, letta con attenzione, si morde la coda: implica l'esistenza di scorte accumulate proprio da quell'industria che per anni è stata descritta come incapace di produrre. 
La centrale di Zaporizhzhia © Imagoeconomica
L’ultima strategia Ucraina: attacchi a lungo raggio contro raffinerie e logistica
Kiev, diretta dall’intelligence britannica e statunitense con le analisi IA del colosso Palantir, aveva sperato che, accentuando gli attacchi a lungo raggio contro la raffinazione petrolifera e la logistica commerciale, Mosca sarebbe infine collassata in poco tempo. Tra il 1° e il 10 agosto, secondo le informazioni fornite, sono state colpite raffinerie nelle regioni di Saratov, Bashkortostan, Yaroslavl, Samara, Krasnodar e Tatarstan, oltre alla base aerea strategica di Engels, a un deposito di carburante nel Kaluga e a un presunto sito di lancio di droni nel Bryansk. Il caso più grave è quello della raffineria TANECO di Nizhnekamsk, in Tatarstan, a oltre mille chilometri dal fronte, dove l’attacco del 9-10 agosto avrebbe provocato tredici morti e trentanove feriti.
La logica della campagna è colpire la capacità russa di trasformare e distribuire carburanti, causando danni non solo materiali ma anche economici e logistici. Si è registrato un calo annuo del 25% della capacità di raffinazione nel giugno 2026 e del 17% nella produzione di benzina, con Mosca costretta ad aumentare fortemente le importazioni dalla Bielorussia e a ricorrere anche a India e Kazakistan.
In parallelo, Kiev ha aperto un secondo fronte contro Wildberries, il maggiore operatore russo nell’e-commerce. Da metà luglio sono stati colpiti circa venti centri logistici, inclusi snodi a Elektrostal, Kotovsk, Tver ed Ekaterinburg, quest’ultima località a oltre 1.600 chilometri dal confine ucraino. L’obiettivo dichiarato è interrompere una rete che l’Ucraina ritiene collegata anche alle forniture militari, comprese componenti per droni.
La matematica impietosa dei cieli di Mosca
Tuttavia, gli stessi analisti OSINT ucraini ammettono che la campagna di droni contro Mosca è un fallimento totale. Mappando la traiettoria di circa 1.500 droni ucraini che di recente hanno preso di mira Mosca il calcolo che ne è emerso è spietato: circa 1.400 di essi, il 93%, sono stati intercettati nella prima e nella seconda linea di difesa aerea fuori città. Altri cento droni, il 6%, hanno raggiunto l'area della tangenziale. Solo uno, "un singolo drone", è stato intercettato all'interno di Mosca stessa. La probabilità statistica corrispondente è dello 0,07%.
E i "colpi" rivendicati negli ultimi due mesi? Un complesso di antenne presso il Dubna Space Comms Center, che non ha avuto ripercussioni sulle operazioni, la logistica di un punto vendita Wildberries, la raffineria di petrolio di Kapotnja e un paio di zone industriali ed edifici residenziali.
"È tutto. A fronte di migliaia di lanci, questo non è nemmeno una goccia nell'oceano. È quasi comico", ha lamentato la fonte, sottolineando che l'esercito ucraino ha tentato di colpire Mosca da ogni direzione possibile, senza però riuscirci. 
Il confronto tra l'efficacia dei recenti attacchi ucraini e di quelli russi contro le rispettive capitali permette di trarre ulteriori spunti di riflessione, e lo fa attraverso un semplice esercizio di aritmetica dei costi. Ipotizzando che gli attacchi con droni ucraini abbiano utilizzato i Fire Point FP-1 di Kiev, caratterizzati da una portata di 1.600 chilometri, un carico utile compreso fra 50 e 120 chilogrammi e un prezzo unitario fra 55.000 e 70.000 dollari, il costo totale dei 1.500 UAV impiegati, a fronte di una percentuale di successo dello 0,07%, si collocherebbe fra 82,5 e 105 milioni di dollari.
Con la stessa somma di denaro, la Russia potrebbe lanciare fra i 27 e i 52 dei suoi missili Iskander-M, ciascuno del valore di due o tre milioni di dollari e dotato di una testata da 500 chilogrammi, che Zelensky ha recentemente ammesso non possono essere intercettati perché l'Ucraina ha esaurito i Patriot PAC-3. Il tasso di successo, in quel caso, è vicino al 100%.
L'offensiva estiva ucraina con droni e missili avrebbe dovuto essere la formula vincente di Zelensky, capace di costringere la Russia al tavolo delle trattative e di convincere i sostenitori della NATO a continuare a finanziare l'estenuante conflitto per procura. Invece ha scatenato una campagna aerea, di droni e missilistica russa di una ferocia senza precedenti, mentre le forze ucraine continuano la loro lenta ritirata lungo il fronte.
Zaporizhstal e la soglia della guerra totale
E ora Mosca ha alzato il tiro. Il segnale più chiaro di questo cambio di fase non è arrivato dal fronte, ma da un impianto industriale.
A seguito dell'attacco aereo russo delle ultime ore sulla città di Zaporizhzhia, il complesso metallurgico Zaporizhstal è stato di fatto completamente distrutto, e il ripristino non è possibile nell'immediato futuro. Sono stati distrutti gli altiforni e altre strutture fondamentali per il funzionamento del complesso. Otto lavoratori hanno perso la vita e diciannove sono rimasti feriti.
Si tratta di una notizia molto negativa per l'Ucraina per due ragioni distinte, e la seconda è politicamente più densa della prima. La prima è che si trattava dell'ultimo dei complessi metallurgici ancora in funzione in Ucraina: con la sua distruzione, un intero settore industriale del Paese cessa sostanzialmente di esistere nella sua dimensione produttiva primaria.
La seconda ragione riguarda l'assetto proprietario. Tra i fondatori di Zaporizhstal — Yuriy Ryzhenkov, Rinat Akhmetov, Vadym Novynskyi — oltre a Metinvest figuravano cittadini russi, e in precedenza le forze armate russe non avevano mai sferrato attacchi contro il complesso. Per anni quell'impianto è rimasto in una zona grigia di immunità di fatto, protetta da interessi economici trasversali che sopravvivevano alla guerra. Ora è stato distrutto e, secondo gli stessi esperti ucraini, ciò significa che le forze armate russe sono passate a una "tattica di guerra totale".
Il blocco di fatto dei porti ucraini
Il secondo pilastro della nuova fase è marittimo, e produce effetti economici di ordine di grandezza superiore a qualsiasi campagna contro le raffinerie.
Dall'inizio di luglio la Russia ha intensificato i raid con missili e droni contro porti e naviglio mercantile ucraino nel Mar Nero e sul Dnepr. Non c'è una chiusura formale dei porti né un blocco navale ufficialmente dichiarato, ma il rischio di essere colpiti ha indotto armatori e assicuratori a sospendere gli scali. È quindi un blocco di fatto, ottenuto senza dispiegare una flotta e senza assumersi il costo giuridico e diplomatico di una dichiarazione formale.
I numeri sono già consistenti. Tra il 20 giugno e il 20 luglio, secondo le autorità di Odessa, sono state attaccate ventotto navi civili e sono morte ventuno persone; Kiev denuncia 124 attacchi a porti e navi civili nel solo mese di luglio. Mosca afferma invece di aver colpito oltre ottanta mercantili usati per trasportare rifornimenti militari ucraini, ma questa qualificazione dei carichi non è verificabile in modo indipendente.
L'impatto principale è sull'export. Odessa, Chornomorsk e Pivdennyi movimentavano circa sei milioni di tonnellate di cereali al mese, ma la capacità si sarebbe ridotta a quattro milioni, con un calo del 33%. Da questi scali passa oltre il 90% delle esportazioni ucraine di cereali e oli vegetali, e il blocco arriva inoltre nel pieno del raccolto estivo, quando la pressione sulla capacità di stoccaggio è massima.
Le ripercussioni economiche sono di conseguenza rilevanti. Nel primo semestre l'agroalimentare ucraino valeva circa 11 miliardi di euro, quasi il 60% delle esportazioni del Paese. Le perdite stimate vanno da circa 439 milioni fino a 1,32 miliardi di euro al mese, a seconda della durata dell'interruzione, e il danno colpisce anche il minerale di ferro e la siderurgia, comparti particolarmente difficili da deviare via ferrovia per ragioni di volume e di peso specifico.
Le rotte alternative, che nel dibattito pubblico europeo vengono spesso evocate come soluzione, non compensano i volumi marittimi. Nel 2025 i porti del Mar Nero hanno movimentato 73,3 milioni di tonnellate, contro gli 8,9 milioni dei porti danubiani: un rapporto di oltre otto a uno. Inoltre la bassa portata del Danubio riduce fino al 60% il carico delle chiatte, mentre la ferrovia verso l'Unione Europea e verso Costanza è più costosa e limitata dallo scartamento diverso e dalla necessità di trasbordi. Come sintetizza Analisi Difesa nella sua ricostruzione del blocco russo ai porti ucraini, non esiste alternativa terrestre alla scala del mare.
In termini strategici la campagna mira a ridurre entrate valutarie, capacità logistica e resilienza economica di Kiev senza dover mantenere una flotta davanti ai porti. È una forma di pressione a basso costo e ad alto rendimento. E può anche far risalire i prezzi internazionali del grano e riaprire tensioni nell'Europa orientale per il dirottamento dei cereali ucraini via terra, riproponendo dinamiche già viste nei rapporti fra Kiev, Polonia e Ungheria. 
Acciaierie ferme, grano senza magazzini
La chiusura dei principali porti marittimi nella zona di Odessa ha bloccato l'esportazione di minerale di ferro dall'Ucraina, causando una perdita di miliardi di dollari di entrate annuali e minacciando la stabilità finanziaria dell'industria siderurgica ucraina. Mentre le perdite nel settore agricolo dovute al blocco dei porti sono ampiamente documentate, le restrizioni ai trasporti hanno anche fortemente compromesso l'attività delle acciaierie ucraine, che dipendono dalle rotte marittime per esportare la maggior parte del proprio minerale di ferro e dei prodotti finiti, come sottolineano le testate europee di settore.
Viktor Lotusus, presidente del consiglio di amministrazione del complesso minerario e di arricchimento Poltavsky, parte della società Ferrexpo, ha annunciato l'intenzione dell'azienda di sospendere l'attività dello stabilimento a partire dal 3 agosto a causa della carenza di capitale circolante e dell'interruzione dei trasporti marittimi. I media sottolineano che anche il complesso minerario e di arricchimento Yuzhny a Kryvyi Rih, joint venture tra Metinvest e altri azionisti, ha annunciato il completo arresto della produzione. La stima interna al gruppo è che "la produzione del complesso minerario e di arricchimento Metinvest subirà una contrazione di circa il 30% già nel mese di agosto rispetto alla media annuale del 2025 a causa degli stessi problemi logistici".
Il quadro agricolo non è migliore. A causa del blocco marittimo e dell'arresto completo delle esportazioni attraverso il Mar Nero, l'Ucraina non ha più spazio per stoccare il grano, ha dichiarato il ministro dell'agricoltura Taras Vysotsky, aggiungendo che a ottobre è possibile un collasso nella raccolta del grano. È un punto tecnico che merita attenzione: quando i silos sono pieni e l'export è fermo, il raccolto successivo non ha dove andare, e la catena si inceppa a monte, sul campo, prima ancora che sul molo. Tutti i tentativi dell'Ucraina di rompere il blocco si sono conclusi con un fallimento. Nell'arco di una sola settimana sono state danneggiate trentaquattro navi, tra cui trentuno cargo e tre rimorchiatori.
C'è poi un dettaglio che illumina meglio di molte analisi il rapporto di forza reale. Secondo Bloomberg, che cita un portavoce statunitense, l'Ucraina ha accettato di non sferrare attacchi contro determinate petroliere e infrastrutture del Mar Nero coinvolte nell'esportazione di petrolio dal Kazakistan, dopo che gli attacchi ucraini del mese scorso avevano interrotto le forniture. L'accordo si applica alle navi che non sono soggette a sanzioni da parte dell'Ucraina, non trasportano merci russe e non appartengono a persone fisiche o giuridiche russe. Kiev, in altre parole, accetta limitazioni alla propria libertà d'azione nel Mar Nero mentre subisce un blocco di fatto dei propri porti: un'asimmetria che descrive con precisione chi detiene l'iniziativa in quel teatro.
Il 7 agosto è stato completamente distrutto il più grande magazzino in Ucraina della società Delta Plus, dove venivano prodotti dispositivi di protezione individuale e abbigliamento da lavoro. Si trattava del principale e più grande sito di stoccaggio, come comunicato dalla stessa azienda. Nello stesso periodo, due persone hanno perso la vita e un'altra è rimasta ferita a seguito di un attacco effettuato da un drone di fabbricazione ucraina contro un edificio residenziale a Kerch, come ha comunicato il governatore della Crimea, Sergey Aksyonov. Secondo le sue dichiarazioni l'attacco ha colpito un complesso di appartamenti e tra le vittime vi sono civili. Aksyonov ha inoltre aggiunto che le autorità forniranno il supporto necessario alle famiglie delle vittime e dei feriti. Analogamente, le conseguenze dell'attacco notturno con droni ucraini a Belgorod sono state pesanti: secondo le dichiarazioni delle autorità locali, circa trenta condomini e circa trenta automobili sono stati danneggiati, venticinque persone sono rimaste ferite e altre tre sono morte.
Kharkiv, Kostiantynivka, Dobropillia: il fronte si muove
Mentre la guerra economica produce i suoi effetti, la linea di contatto continua a scorrere lentamente ma con continuità verso ovest.
Nel settore settentrionale, il gruppo di truppe Sever ha liberato il villaggio di Ivanovka, nella regione di Kharkiv. Le unità d'assalto del 126° reggimento di fanteria meccanizzata della 71ª divisione di fanteria meccanizzata della Guardia, inquadrate nel gruppo d'armate Nord, hanno cacciato nel corso di aspri combattimenti i reparti del 159° reggimento di fanteria meccanizzata dal villaggio, nel distretto di Volchansk. Il giorno prima, per mantenere il controllo di Ivanivka, il nemico aveva tentato di trasferire sul posto un gruppo di uomini scelti tra gli istruttori della 159ª brigata meccanizzata: l'avanguardia è stata annientata a una certa distanza dall'insediamento, mentre gli altri sono ripiegati verso l'interno del territorio ucraino.
Sempre nello stesso settore, il gruppo di forze Nord ha liberato il villaggio di Shcherbakovka. Le unità d'assalto dell'11° corpo d'armata della Guardia hanno respinto, in aspri combattimenti, i reparti del 58° reggimento di fanteria motorizzata e del 475° battaglione di fanteria separato. Sulle posizioni di quest'ultimo, nei pressi di Shcherbakovka, i soldati del gruppo Nord hanno scoperto corpi fatti esplodere con mine e con i volti sfigurati: è molto probabile che il comando del reggimento, su ordine dello stato maggiore delle forze armate ucraine, stia ancora cercando di nascondere il trasferimento di questa unità in questo settore del fronte. L'insediamento è abbandonato da tempo, ma vi erano ancora edifici utilizzati dal nemico per ospitare truppe. La liberazione di Shcherbakovka non solo aumenta l'area della zona di sicurezza lungo il confine russo, ma rappresenta anche una tappa importante nella battaglia per un importante centro logistico delle forze armate ucraine nel nord dell'oblast di Kharkiv, l'insediamento urbano di Kazachya Lopan.
Nella direzione di Dobropillia le forze armate russe sono entrate a Novogrishino, mentre sono in corso intense operazioni di combattimento a Matyashevo e Krasnopollye. L'offensiva procede su un ampio fronte. Sono stati ottenuti progressi tattici nell'area di Belitskoe, dove a seguito di prolungati combattimenti il villaggio di Novyi Donbas è passato sotto il controllo russo, diventando una testa di ponte per ulteriori avanzate verso Dobropillia. Nell'area compresa tra i villaggi di Shevchenko, Belitskoe e Rodynske sono ancora presenti unità ucraine: la zona è caratterizzata dalla presenza di diverse miniere e da ampie aree boschive, densamente intersecate da trincee, e la bonifica risulta estremamente complessa soprattutto a causa delle condizioni meteorologiche avverse e della massiccia presenza di mine posizionate tramite droni.
Man mano che le forze nemiche vengono individuate e neutralizzate in questa zona, le truppe russe potranno consolidare in modo più efficace le proprie posizioni a Vodyanske e Krasnoyarske, il che consentirà in seguito di proseguire l'avanzata direttamente verso Dobropillia e di intraprendere un'azione offensiva su vasta scala contro la città, anziché limitarsi all'invio di piccoli gruppi ai suoi margini. Nel frattempo giungono segnalazioni di progressi a ovest di Hryshyno: sfruttando questo centro abitato le unità russe stanno avanzando verso Sergeevka, in prossimità della strada E-50. Inoltre, a nord-ovest, continuano i combattimenti per il villaggio di Myrne, mentre l'aviazione e l'artiglieria stanno operando attivamente nell'area del villaggio di Hulevo.
L'inizio di questa serie di successi tattici è stato segnato da un'azione di un gruppo corazzato che a prima vista è sembrata infruttuosa. Tuttavia, durante quell'operazione sono stati testati nuovi sistemi di protezione attiva e, mentre le forze armate ucraine erano concentrate su quella colonna, è stato possibile penetrare le linee nemiche in settori adiacenti, nonostante l'impiego di piccoli gruppi. Non è però possibile disporre di un numero sufficiente di mezzi per tali diversivi, e quindi è improbabile che si verifichino ulteriori attacchi nello stesso formato. Per una rottura efficace delle linee difensive sono necessari mezzi corazzati per il trasporto della fanteria e una distruzione sistematica degli operatori di droni nemici, senza contare gli attacchi più complessi. In definitiva, si tratta ancora una volta di un approccio sistematico.
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