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La NATO testa attacchi a lungo raggio contro la Russia dalla stazione metropolitana di Londra

Stazione di Charing Cross trasformata in quartier generale sotterraneo per simulare deep strike e guerra dei droni contro la Russia

Francesco Ciotti

Il grande mantra che guida l’Unione Europea è oramai la preparazione di un conflitto su larga scala.

Ripeterà gli errori del passato se le sue élite manterranno la rotta verso lo scontro armato con la Russia: "Per l'Europa è sempre finita male. Non finirà diversamente in futuro", ha recentemente dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov durante la sessione plenaria del secondo incontro pubblico-politico internazionale sulla formazione di un quadro di sicurezza e cooperazione equo e indivisibile nella Grande Eurasia.

In Gran Bretagna si fanno prove di guerra ad alta intensità, nel cuore della capitale. Secondo un’inchiesta dell’Indipendent, le forze della NATO hanno occupato una stazione della metropolitana di Londra per utilizzarla come quartier generale sotterraneo, simulando il lancio di operazioni di "attacco in profondità" contro la Russia in caso di un attacco a uno Stato membro.

Nell’ambito di un’accelerazione dei preparativi militari in Europa, il Corpo di reazione rapida alleato della NATO (ARRC), guidato dal Regno Unito, ha trasferito parte delle proprie capacità operative su una piattaforma inutilizzata della stazione londinese di Charing Cross. L’iniziativa rientra nell’Operazione Arcade Strike, un’esercitazione volta a testare l’uso della guerra elettronica per disturbare le comunicazioni russe e neutralizzare i droni del Cremlino in caso di un’eventuale invasione dei Paesi baltici.

Questo mentre, ricordiamo, nei giorni scorsi il Servizio di intelligence estera russo (SVR) il 19 maggio 2026 aveva sostenuto che Kiev avrebbe schierato unità di droni militari ucraini nelle basi lettoni di Adazi, Selija, Lielvarde, Daugavpils e Jekabpils per lanciare attacchi più rapidi in profondità contro la Federazione Russa, accuse respinte ufficialmente da Riga e Kiev. Il 7 maggio 2026 due droni, ritenuti di origine ucraina, sono entrati dallo spazio aereo russo e uno si è schiantato su un deposito di petrolio a Rezekne, circa 40 chilometri dal confine, danneggiando quattro serbatoi e provocando un incendio, mentre un terzo drone ha sorvolato la Lettonia per poi rientrare in Russia. Già da marzo 2026 numerosi droni ucraini diretti contro i porti petroliferi russi di Ust-Luga e Primorsk avevano violato ripetutamente lo spazio aereo di Lettonia, Estonia e Lituania. Lo scandalo ha portato alle dimissioni il ministro della Difesa lettone Andris Spruds e rende di fatto le regioni baltiche compartecipi delle sortite ucraine in territorio russo.

Secondo fonti della difesa britannica, il Regno Unito disporrebbe di scorte di droni sufficienti appena per una settimana di combattimento ad alta intensità, con un impiego quotidiano di poche centinaia di unità. Un dato nettamente inferiore rispetto al teatro ucraino, dove vengono utilizzati migliaia di droni al giorno. I vertici militari continuano quindi a sollecitare l’industria europea a colmare il divario produttivo e tecnologico.

L’Ue già base logistica per gli attacchi a lungo raggio contro la Russia

In ogni caso è da evidenziare in modo chiaro: l’Europa rappresenta già una base logistica per gli attacchi in profondità in territorio russo.

Gli Stati Uniti stanno lavorando a joint venture con Kiev per la produzione di droni, integrando aziende americane nel sistema produttivo ucraino e trasformando il Paese in un hub avanzato per la guerra autonoma e a basso costo. A ciò si aggiunge il ruolo di Palantir, che già oggi elabora enormi volumi di dati satellitari e di intelligence: secondo diverse stime, oltre l'80% dei target selezionati dall'esercito ucraino passa attraverso piattaforme di analisi dati occidentali, aumentando drasticamente precisione ed efficacia delle operazioni UAV e missilistiche.

Sul piano della componentistica e della co-produzione, l'ecosistema industriale europeo è già pienamente mobilitato. In Germania, la joint venture tra la ucraina Frontline Robotics e la tedesca Quantum Systems ha consegnato al Ministero della Difesa di Kiev il primo lotto di 10.000 droni copter-bomber prodotti vicino Monaco, nell'ambito del programma "Build with Ukraine", il primo caso documentato di armamento ucraino costruito in suolo UE. In Repubblica Ceca, la DeViRo — attraverso la controllata UAC con sede a Kolín — produce in serie droni da ricognizione Leleka-LR e droni d'attacco Bulava esclusivamente per l'esercito ucraino, con linee che coprono dalla scheda madre ai moduli ottici. Nel Regno Unito, la Ukrspecsystems — il più grande produttore di droni dell'Ucraina con 4.000 dipendenti — ha inaugurato uno stabilimento da 200 milioni di sterline a Mildenhall, in Suffolk, destinato a produrre modelli da ricognizione e da combattimento; mentre la startup Octopus, già attiva sul suolo britannico, produce droni interceptor in attesa della prima spedizione verso Kiev. In Croazia, la Orqa FPV — uno dei pochi produttori europei a operare completamente senza componenti cinesi — ha siglato un memorandum con General Cherry per avviare una fabbrica sotterranea di componenti in Ucraina e una linea di produzione congiunta a Zagabria, con obiettivo di 10.000 unità al mese entro fine 2026. In Lettonia opera Terminal Autonomy, che produce il drone da attacco AQ-400 Scythe (Kosa), un vettore "one-way" a lungo raggio; in Lituania è presente un nodo logistico-produttivo, mentre in Polonia la Ukrspecsystems e Antonov State Enterprise gestiscono siti di assemblaggio a Mielec e Tarnów.

In Germania, a Hanau, viene prodotta una linea di motori a pistoni destinata ai droni ucraini. In Spagna, a Madrid, si produce la componentistica di navigazione satellitare, compresi i ricevitori GNSS integrati nei sistemi d'attacco. In Israele, gli impianti di Haifa e Or Yehuda forniscono sistemi di guida e componenti elettronici avanzati. La Croazia, attraverso Orqa, produce l'intero "flight stack" elettronico — schede di controllo volo, sistemi di comunicazione, attuatori — esplicitamente privo di catene di approvvigionamento cinesi. Quanto ai moduli in fibra di carbonio per le cellule, la loro produzione è distribuita tra fornitori europei e ucraini, con la Turchia (Ankara e Yalova) che contribuisce a connettori e moduli di rete cellulare per i sistemi di controllo remoto.

Ricordiamo che il 15 aprile, il Ministero della Difesa russo ha risposto pubblicando una lista di 21 aziende europee con indirizzi fisici, accusandole di produrre componenti per i droni ucraini e definendole, per bocca di Medvedev, "potenziali obiettivi militari". Tra le aziende elencate figurano quattro italiane — CMD Avio (Venezia), MWFly (Garbagnate Milanese), EPA Power (Omegna) e Gilardoni (Mandello del Lario) — tutte produttrici di motori aeronautici, in coincidenza con l'accordo di coproduzione di droni siglato tra Roma e Kiev.

Per quanto riguarda la questione dei missili a lungo raggio la situazione è ancora più preoccupante. Rheinmetall ha annunciato l'avvio di una produzione congiunta di missili da crociera Ruta Block 2 con partner ucraini, con entrata in funzione prevista tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027. Il sistema presenta caratteristiche rilevanti: gittata fino a 700 km, testata da circa 250 kg e capacità di volo a bassissima quota con profilo potenzialmente stealth. Si tratta di parametri comparabili, per alcuni aspetti, ai sistemi Taurus, che Berlino ha finora evitato di fornire ufficialmente. La strategia della produzione congiunta consente però di aggirare il vincolo politico: componenti, know‑how e tecnologia possono essere trasferiti e riassemblati sotto etichetta ucraina, replicando schemi già osservati in altri programmi. Al contempo, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti avevano già adottato una strategia simile con il missile da crociera FP‑5, successivamente ribattezzato "Flamingo" dagli ucraini, con una gittata stimata fino a 3.000 km.

La prova generale della guerra che arriva nel 2030

Dalla banchina della metropolitana, il generale statunitense Christopher Donahue, comandante delle forze terrestri della NATO, ha lanciato un monito diretto: “Essere pronti per la missione entro il 2030 non è uno slogan, è ciò che dobbiamo fare”. Donahue ha sottolineato come “le forme tradizionali di mobilitazione e movimento non rappresentano più un vantaggio scontato” e ha avvertito che “la mancanza di protezione in profondità verrà usata contro di noi”.

Sulla stessa linea il tenente generale Mike Elviss, comandante dell’ARRC britannico, che ha evidenziato la necessità di mettere in pratica il modello NATO di “ricognizione-attacco”. “In questo e in ogni scenario per cui ci esercitiamo, la Russia ha due vantaggi cruciali”, ha spiegato. “Possono concentrare la loro potenza di fuoco nel punto d’attacco, mentre noi dobbiamo difenderci ovunque”. Inoltre, ha aggiunto, “avrebbero lo slancio iniziale”, mentre la risposta dell’Alleanza risiede proprio nella capacità di individuare e colpire rapidamente le forze nemiche. “L’esercitazione di oggi è una prova generale: ci esercitiamo non solo per essere efficaci, ma perché l’avversario ci osserva e vogliamo che sappia che siamo pronti”.

Le immagini dei soldati britannici impegnati nella rete sotterranea londinese evocano deliberatamente scenari della Seconda Guerra Mondiale, richiamando i rifugi del Blitz. Una scelta comunicativa che riflette anche un ritardo del Regno Unito rispetto ad altri Paesi europei – in particolare quelli nordici, baltici e la Polonia – nella preparazione della popolazione a un possibile conflitto.

L’esercitazione si inserisce in un contesto di crescente tensione: negli stessi giorni, la Russia ha condotto manovre militari congiunte con la Bielorussia, inclusi test nucleari, mentre incidenti ravvicinati tra jet russi e velivoli della RAF sul Mar Nero hanno riacceso le preoccupazioni. Parallelamente, restano incerte anche le scelte statunitensi sul dispiegamento di truppe in Europa.

Dal punto di vista operativo, l’ARRC ha allestito un centro di comando sotterraneo sulla linea Jubilee, potenzialmente in grado di coordinare fino a 100.000 soldati. Il trasferimento notturno delle attrezzature su convogli speciali della metropolitana ha testato la capacità logistica e di adattamento in ambiente urbano. In parallelo, forze NATO sono impegnate in Estonia nell’esercitazione “Tempesta di Primavera”, simulando uno scenario di invasione russa nei Baltici.

Il conflitto in Ucraina continua a ridefinire i parametri della guerra moderna. “I droni hanno esteso il campo di battaglia sia orizzontalmente che verticalmente”, ha spiegato ancora Donahue, sottolineando come sistemi economici e munizioni di precisione siano ormai accessibili a livello tattico. Tuttavia, la NATO appare in ritardo nello sviluppo di tecnologie a basso costo, mentre Ucraina e Russia hanno rapidamente adattato le proprie capacità, inclusi droni a fibra ottica difficilmente intercettabili.

Il comandante supremo alleato in Europa, generale Alexus G. Grynkewich, ha avvertito: “Non imparare, non adattarsi e non applicare le lezioni del campo di battaglia moderno, e non farlo più velocemente dei nostri avversari, mette a rischio sia la deterrenza sia i piani di difesa. Questa esercitazione arriva in un momento critico”.

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