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Il Grande Inganno: ''Dietro la 'Pace' di Downing Street si nasconde la Guerra Totale''

Missili a lunga gittata, accordi traditi e l'avvertimento di Bezrukov: l'Europa è già in guerra, non lo sa ancora

Francesco Ciotti

Non poteva che essere l’ennesima ipocrita e criminale farsa, la presunta iniziativa di pace dei leader europei inscenata nei palazzi del potere britannici.

Il 7 giugno, Downing Street ha ospitato un incontro che avrebbe dovuto smuovere il fronte diplomatico per la conclusione della guerra in Ucraina ma che si è rivelato un atto di riposizionamento bellico opportunamente mascherato.

I leader di Germania, Francia, Regno Unito e Ucraina - Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Volodymyr Zelensky - hanno concordato cinque condizioni per raggiungere quella che definiscono una “pace giusta e duratura”.

Nell’ordine si parla di cessazione delle ostilità, dell'utilizzo dell'attuale linea del fronte come punto di partenza per i negoziati. Fin qui, nulla di cui non si fosse già discusso. Ma è nelle condizioni successive che si rivela l'architettura reale di questo documento: garanzie di sicurezza giuridicamente vincolanti per l'Ucraina, incluso il dispiegamento di forze multinazionali sul suo territorio; il mantenimento degli attivi russi congelati fino alla fine del conflitto e il pagamento dei risarcimenti; e, quinto punto, la “tutela degli interessi della sicurezza europea nell'ambito di qualsiasi futuro accordo”.

In parallelo, la dichiarazione congiunta dell'incontro afferma l'intenzione di produrre congiuntamente armi a lungo raggio e sistemi di difesa aerea per Kiev.

Armamenti in grado di minacciare il territorio russo, quindi, altro che pace, si preme sull’acceleratore su quelle che sono state le cause profonde del conflitto: il progressivo avvicinamento delle infrastrutture militari NATO fino ai confini russi.

“Pur sapendo che gli esseri umani sono capaci di molte cose terribili, sono sbalordito dalla tenacia con cui i nostri leader europei (Macron, Starmer, Merz, von der Leyen e Kallas) sostengono e intensificano la guerra dell'Occidente contro la Russia attraverso l'Ucraina. Ci stanno spingendo con tutte le loro forze verso il disastro”, ha evidenziato l’ex candidato alla presidenza tedesca Max Otte sul proprio profilo X.

Gli accordi traditi in Alaska

Ed ecco messo in scena il tradimento finale degli accordi di Anchorage. Il 15 agosto 2025, Donald Trump e Vladimir Putin si incontrarono alla base militare di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, in Alaska, per quasi tre ore di colloqui che entrambi i leader definirono “produttivi”.

Secondo fonti diplomatiche citate dalla BBC e da ABC News, il nodo centrale era stato il Donbas: Putin aveva proposto il ritiro delle forze ucraine dalle regioni di Donetsk e Lugansk in cambio di una cessazione delle ostilità, con il territorio occupato configurato come “zona demilitarizzata” sotto controllo russo.

Sul tavolo c'era anche il veto definitivo all'ingresso dell'Ucraina nella NATO, la riduzione del potenziale militare di Kiev e la questione delle elezioni in Ucraina come premessa per qualsiasi firma. La risposta europea non si fece attendere: la “Coalizione dei Volenterosi” pubblicò un comunicato in cui affermava che “non dovrebbero essere imposte limitazioni alle forze armate ucraine”, che “la Russia non può avere diritto di veto al percorso dell'Ucraina verso l'UE e la NATO” e che “spetterà all'Ucraina prendere decisioni sul suo territorio. I confini internazionali non devono essere modificati con la forza”.

Posizioni guerrafondaie che ora sono ulteriormente rafforzate con annessi missili a lunga gittata.

L’America, intanto se ne lava le mani.  Il segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso apertamente nei giorni scorsi che “gli Stati Uniti non possono essere considerati un mediatore neutrale in Ucraina”, precisando che “continuiamo a vendere armi all'Ucraina, tra l'altro, attraverso il programma PURL”. Poco dopo, la Camera Usa ha approvato aiuti da 8 miliardi di dollari all'Ucraina; e fortuna che Trump voleva terminare il conflitto in 24 ore!

Di fatto, con il progressivo disimpegno delle truppe Usa sul suolo europeo stanno semplicemente passando il cerino al vecchio continente, con la conveniente necessità per quest'ultimo di acquistare armamenti americani a prezzi di mercato per gli anni a venire. Un bell’affare non da poco sulla nostra pelle.
 

Il Rusty Dagger: la firma nascosta di Washington

L'ulteriore prova del doppio gioco americano arriva dai nuovi arsenali in gioco. A settembre 2025, il Dipartimento di Stato americano aveva approvato un possibile pacchetto di aiuti militari all'Ucraina del valore di 825 milioni di dollari, che includeva 3.350 missili ERAM (Extended Range Attack Munition) con designazione AGM-188A, noto come “Rusty Dagger”. Il sistema — sviluppato da Zone 5 Technologies e CoAspire — è un missile da crociera a basso costo con un raggio d'azione superiore ai 930 km se lanciato dall'aria, capace di trasportare una testata multiruolo da circa 225 kg, con guida GPS/INS anti-spoofing e sistema di navigazione visiva autonoma attivabile in assenza di segnale satellitare. Alcuni esperti lo considerano un'alternativa significativamente più economica all'AGM-158 JASSM.

Il 13 aprile 2026, l'aeronautica militare statunitense ha testato con successo il missile su un F-16, confermando la piena integrazione con la flotta che già opera in Ucraina. Montato su un F-16D, il Rusty Dagger amplia la portata d'attacco del velivolo, “consentendo attacchi a bersagli fissi da distanze maggiori al di fuori delle zone di difesa aerea nemiche”.


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Il sensore che vede in 15 minuti: la guerra in tempo reale

C'è un'ultima tessera di questo mosaico che vale la pena esaminare, perché mette in luce la natura profondamente tecnologica di questo conflitto e il ruolo diretto delle strutture NATO. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, nelle ultime settimane l'Ucraina ha integrato immagini satellitari commerciali di altissima risoluzione della società statunitense Vantor nel processo decisionale di prima linea, combinandole con software di analisi geospaziale prodotto dalla società olandese Bravo1Alpha. Il risultato è una riduzione fino al 90% del tempo necessario per individuare e colpire obiettivi militari russi. Le immagini vengono consegnate direttamente sui dispositivi dei soldati ucraini — tablet, telefoni, computer portatili — a volte entro 15 minuti dall'acquisizione, bypassando completamente i centri di intelligence a Kiev.

Voci di guerra da San Pietroburgo: la profezia terrificante di Bezrukov 

In Russia, nel frattempo, il clima è chiaramente più teso che mai e non ci sono illusioni su un’imminente deescalation. Nella stessa giornata in cui il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo 2026 apriva i suoi lavori — con la novità del ritorno di una delegazione statunitense dopo anni di boicottaggio e la significativa assenza degli europei — la città anseatica è stata colpita da un potente attacco di droni ucraini. Il raid ha provocato l'esplosione di depositi petroliferi e la distruzione di una corvetta della Flotta del Baltico della Marina Militare Russa. Una mossa certamente propagandistica, ma che segnala anche una capacità di colpire a distanze enormi dal territorio ucraino: è evidente che droni di tale gittata non possono non aver attraversato lo spazio aereo NATO, o che il punto di partenza fosse direttamente in territorio dell'Alleanza. Questo chiarisce sempre di più, anche ai partecipanti al Forum, che la Russia si trova di fatto in guerra con buona parte dei paesi europei.

In questo contesto, un monito significativo è arrivato dall'ex agente dei servizi esteri russi Andrey Bezrukov, attualmente consigliere del CEO di Rosneft Igor Sechin e figura di primissimo piano nella cerchia ristretta dei siloviki — quei pretoriani del Cremlino che rappresentano la reale fonte di potere nella macchina dello stato russo. Il suo parere, dunque, non va trattato come quello di un qualsiasi analista.

I punti espressi da Bezrukov meritano di essere riportati integralmente nella loro inquietante sequenza. La Russia — ha affermato — rimarrà in uno stato di guerra forse per i prossimi 20 o 30 anni. Questa non è una guerra territoriale tradizionale, ma un conflitto di nuovo tipo, una guerra di attrito con l'Occidente incentrata sul danneggiamento dei sistemi critici dell'avversario: gasdotti, depositi di petrolio, centrali elettriche, reti di telecomunicazione. Lo scopo è logorare l'avversario fino al collasso. Quanto alla strategia occidentale, Bezrukov la descrive come quella di “far bollire a fuoco lento la rana russa” per evitare uno scontro nucleare diretto.

“Siamo lenti. Gli permettiamo troppo. Non ci temono… perché tante, tante linee rosse di cui abbiamo parlato sono rimaste solo sulla carta”, ha dichiarato in perfetta sintonia con il politologo russo Sergej Karaganov, sostenitore della linea dura per un attacco preventivo sulle città europee.

 Un messaggio diretto a Putin che echeggia con sempre maggiore insistenza. Prima o poi il leader del Cremlino sarà costretto ad abbandonare l’approccio “morbido” che finora ha evitato il peggio.

Il quadro geopolitico che emerge da queste dichiarazioni coincide con una lettura triangolare delle fragilità occidentali. Gli USA sono invischiati in una crisi crescente del debito estero e insidiati sul piano tecnologico, industriale e militare dalla Cina. Francia e Regno Unito affrontano problemi analoghi di debito estero che potrebbero tradursi in gravi crisi finanziarie. L'Unione Europea, privata del gas russo a basso costo e con una scarsissima capacità di innovazione, vive una crisi strutturale di competitività. Sono questi elementi — presi nel loro insieme — che obbligano l'Occidente a usare tutte le strategie disponibili per scardinare l'asse Pechino-Mosca prima che il proprio declino relativo diventi irreversibile.

La grande strategia dell'accerchiamento

La “grand strategy” occidentale nei confronti della Russia ha in questo momento tre pilastri di lungo periodo che vanno letti come un sistema coerente, non come iniziative separate.

Il primo è la destabilizzazione del Caucaso. La firma del memorandum di partenariato strategico USA-Armenia e il vertice UE-Armenia del 4 e 5 maggio 2026 vanno letti in questo quadro: si tratta della volontà di rompere quel sottile diaframma geografico che separa il conflitto russo-ucraino da quello mediorientale. La realizzazione di questo progetto creerebbe quell'enorme arco di crisi teorizzato da Zbigniew Brzezinski — dal Donbas al Mar Caspio passando per Mar Nero, Caucaso e Iran — che potrebbe risultare fatale per la coesione territoriale e politica della Federazione Russa.

Il secondo è la penetrazione in Asia Centrale. Il costante corteggiamento occidentale al Kazakistan, che lentamente sta sfociando in una partnership sempre più profonda con la NATO, punta ad allargare l'area di minaccia attorno alla Russia fino all'estremo orientale, chiudendo l'accerchiamento dall'estremo nord scandinavo all'Asia Centrale.

Il terzo è la militarizzazione della Groenlandia. La volontà americana di estendere la propria sfera di influenza al territorio d'oltremare danese non è la bizzarria di un presidente imprevedibile: consente di minacciare con bombardieri e missili a raggio intermedio l'intera regione siberiana, obbligando Mosca a dislocare ulteriori risorse militari in un'area fino ad oggi pacifica. Lo ha compreso bene anche Lavrov, che ha già dichiarato la disponibilità della Russia a «contromisure» in caso di militarizzazione della Groenlandia.

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