Crolla Wall Street: il declino USA nell'analisi di Sean Foo
Dal Nasdaq ai Treasury: come il mix tra bolla AI e guerra alla Cina mina la supremazia americana
Il nuovo ordine mondiale a guida statunitense, consacrato dal crollo dell’Unione Sovietica, è ormai un pallido e lontano ricordo. È sempre più sotto gli occhi di tutti che l’impero americano è entrato in una fase di crollo progressivo, generalizzato, che sembra non avere vie d’uscita contemplate da Washington che non siano mettere il mondo a ferro e fuoco.
Oggi il Nasdaq perde circa il 3% in una seduta che diventa la peggiore da ottobre, mentre l'S&P 500 scende dell'1,8% intraday e si avvia a chiudere la settimana a circa -1%, interrompendo una serie positiva di nove settimane. Il sell-off è guidato dai semiconduttori: l'indice Philadelphia Semiconductor crolla dell'8% in un solo giorno, pur restando in rialzo di quasi l'80% da inizio anno. Tra i titoli principali, Broadcom perde oltre il 5% dopo aver già ceduto il 12,5% il giorno precedente, Arm e Micron scendono oltre il 10% e Sandisk circa l'8%; in Asia SK Hynix cala del 10% e Samsung del 6%.
Una correzione innescata dal rialzo dei rendimenti obbligazionari USA, con il Treasury a 2 anni che sale di 0,12 punti percentuali fino al 4,18%, massimo da 15 mesi, dopo dati sul lavoro più forti del previsto che rafforzano le aspettative di nuovi aumenti dei tassi Fed. Il mercato azionario, fortemente trainato dal rally dell'intelligenza artificiale, mostra vulnerabilità a tassi più alti e ad aspettative molto elevate sugli utili.
Sul contesto pesano anche fattori di offerta: è attesa l'IPO (processo attraverso il quale una società privata entra per la prima volta in borsa) di SpaceX, potenzialmente la più grande di sempre, mentre OpenAI e Anthropic potrebbero puntare a valutazioni intorno a 1.000 miliardi di dollari ciascuna e Alphabet prepara una raccolta fino a 85 miliardi di dollari. L'aumento simultaneo dell'offerta di azioni rischia di mettere sotto pressione un mercato già indebolito, soprattutto se la crescita degli utili non dovesse sostenere le attese elevate legate al boom dell'AI.
Gli investitori devono trovare liquidità per comprarle. In pratica vendono parte dei titoli che già hanno in portafoglio — spesso proprio i big tech che hanno corso di più — per partecipare alle nuove emissioni. Questo crea pressione ribassista sui prezzi esistenti. C'è poi un effetto di "assorbimento": il mercato ha una capacità limitata di digerire nuova carta in poco tempo. Se l'offerta cresce tutta insieme, i prezzi devono scendere per rendere le nuove azioni sufficientemente attraenti. Il contesto dei tassi amplifica il problema: con rendimenti più alti (Treasury a 2 anni al 4,18%), il capitale diventa più costoso e le valutazioni azionarie, soprattutto nel tech ad alta crescita, tendono a comprimersi.
C’è il rischio di una colossale correzione di mercato per gli Usa.
In questo scenario, Sean Foo, analista finanziario ed esperto di economia cinese, intervistato da Glenn Diesen, ha dipinto il ritratto di una potenza globale intrappolata nelle sue stesse contraddizioni. 
La Cina ha Chiuso i Conti con i Treasury USA
Il punto di partenza dell'analisi di Foo è il progressivo disimpegno cinese dal debito sovrano americano. "Penso che più o meno la Cina abbia chiuso con i titoli di Stato americani", ha affermato l'analista, secondo cui, "solo nell'ultimo mese hanno venduto circa 40-41 miliardi di dollari." I dati confermano questa tendenza strutturale: le detenzioni cinesi di Treasury USA sono scese a 694 miliardi di dollari a gennaio 2026, marcando il livello più basso degli ultimi 15 anni e un crollo di circa 623 miliardi rispetto al picco di oltre 1.300 miliardi toccato nel 2013. Bloomberg ha documentato come questa ritirata, avviata silenziosamente nel corso di un decennio, inizi ora a sollevare preoccupazioni sistemiche nei mercati obbligazionari internazionali.
Per Pechino la questione va al di là di un aggiustamento di portafoglio: è una scelta politica. Secondo Foo, la guerra in Iran, i flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz e le sanzioni statunitensi vengono letti da Pechino come parte di una strategia più ampia volta a contenere l'economia cinese. "Questo mostra un impegno deciso da parte di Washington a usare davvero l'esercito americano, insieme a sanzioni e manovre geopolitiche, per mettere all'angolo l'economia cinese".
La Diplomazia delle Cannoniere che Non Funziona più
L'amministrazione americana, reduce dalle operazioni militari contro l'Iran e il Venezuela, ha tentato maldestramente di presentarsi al tavolo come "eroe conquistatore", nella speranza di impressionare i cinesi e strappare concessioni.
Il risultato, coadiuvato dal disastro militare della guerra a Teheran che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati, è stato l'opposto: "Si è vista molta supplica da parte dell'amministrazione Trump. Non hanno fatto alcuna pressione sui cinesi, e hanno persino accettato le loro frasi di circostanza."
Questa dinamica si inserisce in un quadro più ampio che The Economist ha definito con efficacia "America's Failing Gunboat Diplomacy": il tentativo di Donald Trump di applicare metodi del XIX secolo — intimidazione militare, blocchi navali, confisca di asset sovrani — a un sistema internazionale del XXI secolo che non risponde più a quelle logiche. Defense Priorities ha sottolineato come questa strategia stia producendo un pericoloso overstretching militare: le armi destinate all'Europa per contenere la Russia vengono dirottate verso il Golfo Persico, quelle della Corea del Sud verso Israele, in una catena di priorità che segnala a ogni alleato la propria sostituibilità.
"Questa situazione di sovraestensione militare deve mandare un segnale agli europei, ai paesi del Golfo, all'Asia orientale: gli Stati Uniti non riescono più davvero a proteggere tutti", ha osservato Foo. Il messaggio implicito che arriva agli alleati — dal Giappone all'Arabia Saudita — è che l'ombrello di sicurezza americano non è più affidabile come un tempo.
La Guerra dei Chip si Ritorce Contro Washington
Se la diplomazia delle cannoniere mostra crepe evidenti sul fronte militare e diplomatico, la guerra tecnologica contro la Cina prosegue su una via sempre più parallela.
Nel concreto, l'assunto iniziale di Washington — che tagliare Pechino fuori dai semiconduttori americani avanzati avrebbe fatto "vacillare" le grandi aziende tech cinesi — si è rivelato un calcolo errato.
Huawei ha annunciato una svolta con la sua architettura LogicFolding e la serie di chip Ascend, con l'obiettivo dichiarato di raggiungere entro il 2031 densità di transistor competitive con le tecnologie occidentali. A maggio 2026 la compagnia ha presentato all'IEEE Symposium on Circuits and Systems una nuova legge di scalabilità, la "τ Scaling Law (Tau Scaling)", che punta a ottimizzare le prestazioni dei chip senza dipendere dalla litografia EUV — tecnologia che gli USA hanno vietato di esportare in Cina.
Secondo il Financial Times, Huawei punta a raggiungere un fatturato da chip AI di 12 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita del 60% rispetto ai 7,5 miliardi del 2025. Il chip Ascend 950PR è già entrato in produzione di massa a marzo 2026, e DeepSeek lo utilizza per l'inferenza del suo modello V4 di intelligenza artificiale.
"Ed è questo che succede quando si spinge la Cina con le spalle al muro", ha commentato Foo. "Li si costringe a innovare, non hanno altra scelta".
Il CEO di Nvidia Jensen Huang, in questo erodersi progressivo del vantaggio competitivo si mostra sempre più preoccupato: secondo Foo, la sua visita in Cina equivaleva a una resa, nel tentativo di convincere l'amministrazione a permettere le vendite dei chip di fascia alta a Pechino. Ma la risposta cinese è stata rivelatrice: durante lo stesso viaggio in cui Trump incontrava Xi, la Cina ha vietato un chip Nvidia della serie AirTX.
Il risultato è che circa metà del mercato globale dei semiconduttori è ora di fatto preclusa agli Stati Uniti, secondo Foo. Non è un caso se Nvidia abbia annunciato il suo ingresso nel mercato dei computer personali: è la ricerca disperata di nuovi ricavi quando metà del mercato globale ti è sfuggita di mano. 
Il Castello di Carte dell'Economia Americana
La narrazione americana della guerra economica come strumento di vantaggio — prezzi energetici più alti che favorirebbero gli USA come produttori ed esportatori, danni all'economia cinese, indebolimento dei rivali — non regge all'analisi di Foo. "Il petrolio è un mercato globale, quindi anche i prezzi per gli americani comuni aumentano." In questo contesto, l'inflazione statunitense, che era al 2,4% qualche mese fa, è salita al 2,8% e ora si attesta intorno al 3,8%, con una traiettoria ascendente chiara. Le famiglie americane pagano tra 500 e 1.000 dollari in più l'anno solo per le bollette del gas, con una pressione crescente sui consumi reali.
Il quadro fiscale è ugualmente allarmante. Il debito pubblico americano ha raggiunto 38,43 trilioni di dollari a gennaio 2026, in crescita di 2,25 trilioni in un anno, con un ritmo di aumento di circa 8 miliardi di dollari al giorno.
Il Congressional Budget Office prevede che il debito federale detenuto dal pubblico salirà dal 101% del PIL nel 2026 al 120% nel 2036, superando il record storico del dopoguerra. La Federal Reserve si trova intrappolata in un dilemma: alzare i tassi per combattere l'inflazione significa aggravare il servizio del debito; abbassarli significa rischiare un'ulteriore svalutazione del dollaro e perdere la fiducia dei mercati internazionali.
"Gli Stati Uniti ormai si trovano già intrappolati in un bel dilemma", ha evidenziato l’analista. "Se emettono più obbligazioni per coprire i deficit, i tassi salgono ulteriormente. Se tagliano i tassi per alleggerire il debito, l'inflazione aumenta".
L'unica via d'uscita, in caso di crisi sistemica — che si tratti dell'esplosione della bolla AI, del crollo della fiducia per una guerra iraniana troppo lunga, o dell'implosione del mercato dei semiconduttori — sarebbe la stampa massiccia di moneta da parte della Fed. "A quel punto, la Fed interverrà e dirà al mondo intero: 'Stiamo stampando 3.000 miliardi di dollari'".
A quel punto, con la caduta del valore del dollaro, gli Americani dovranno rinunciare al loro stile di vita opulento da sempre “non negoziabile”. Saranno disposti a scendere a questo scomodo compromesso o metteranno il mondo a ferro e fuoco?
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