Anchorage smentita: Washington strappa l’accordo con Mosca e rilancia la guerra per procura
La frattura nell’amministrazione Trump, l’asse neocon con l’Europa e la trasformazione dell’Ucraina in pedina sacrificabile
La spaccatura all’interno dell’amministrazione americana ora è sempre più visibile anche sul fronte ucraino. L’ala neocon del governo Trump, rappresentata dal segretario di Stato Marco Rubio, mentre sta evidentemente tentando si sabotare gli accordi con l’Iran –ritrattando sui punti del memorandum da 14 punti – ora sembra pronta ad adottare lo stesso approccio anche nei confronti dei rapporti con Mosca.
Ebbene Rubio, in una delle sue ultime esternazioni, ha dichiarato fondamentalmente che il vertice tra Vladimir Putin e Donald Trump, svoltosi ad Anchorage il 15 agosto 2025, si sarebbe concluso senza alcun accordo sulla crisi ucraina, ma soltanto con la presentazione di alcune proposte.
Una ricostruzione contestata apertamente dalla diplomazia russa, che sostiene invece che quelle proposte furono accettate da Mosca e che rappresentavano la base di un'intesa politica successivamente disattesa dagli Stati Uniti.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha risposto con tono secco alle parole del segretario di Stato Usa, ponendo una domanda tanto semplice quanto ovvia sul piano diplomatico: "Quando il mio collega afferma che in Alaska ci sono state solo proposte, ma nessun accordo, mi chiedo cosa intendiamo per accordo. Se una parte, in questo caso gli Stati Uniti, ha presentato delle proposte, e l'altra parte ha espresso il proprio (assenso – ndr), allora affermare che non c'è stato alcun accordo sembra piuttosto inopportuno." Lavrov ha poi ricordato che pochi giorni prima del vertice, l'inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff si era recato a Mosca portando con sé lo stesso identico piano statunitense per una soluzione. Effettivamente la stessa conferma verbale di Witkoff durante il vertice stesso dovrebbe rappresentare il momento fondante di un'intesa che Washington ora nega.
"Già ad Anchorage, quando i due presidenti si sono seduti per i colloqui, Putin ha iniziato a elencare punto per punto le proposte americane. Dopo ciascuna, alla presenza di Trump e Rubio, ha chiesto a Witkoff se avesse etichettato correttamente le idee che aveva portato a Mosca. Witkoff ha risposto affermativamente a ogni domanda" — ha sottolineato il massimo diplomatico russo, rendendo evidente a chiare lettere la nuova clamorosa retromarcia americana.
A questo proposito, verso la fine della scorsa settimana il consigliere presidenziale Yuri Ushakov aveva dichiarato che Mosca è impegnata a rispettare gli accordi raggiunti in Alaska, mentre l'altra parte "a quanto pare, non è stata in grado di portare a termine la propria parte del percorso."
Ricordiamo come, secondo fonti diplomatiche citate dalla BBC e da ABC News, il nodo centrale degli accordi di Anchorage era stato il Donbass: Putin aveva proposto il ritiro delle forze ucraine dalle regioni di Donetsk e Lugansk in cambio di una cessazione delle ostilità, con il territorio occupato configurato come “zona demilitarizzata” sotto controllo russo.
Sul tavolo c'era anche il veto definitivo all'ingresso dell'Ucraina nella NATO, la riduzione del potenziale militare di Kiev e la questione delle elezioni in Ucraina come premessa per qualsiasi firma.
La risposta europea non si fece attendere: la “Coalizione dei Volenterosi” pubblicò un comunicato in cui affermava che “non dovrebbero essere imposte limitazioni alle forze armate ucraine”, che “la Russia non può avere diritto di veto al percorso dell'Ucraina verso l'UE e la NATO” e che “spetterà all'Ucraina prendere decisioni sul suo territorio. I confini internazionali non devono essere modificati con la forza”.
Punti riconfermati da G7 e a Downing Street con la presenza di Volodymyr Zelensky. Sabotando ancora una volta gli accordi in Alaska, l’Europa stabilisce che le “cinque condizioni per una pace giusta” contemplino una cessazione delle ostilità con l'attuale linea del fronte come punto di partenza negoziale; garanzie di sicurezza giuridicamente vincolanti per l'Ucraina, incluso il dispiegamento di forze multinazionali sul territorio ucraino; mantenimento degli attivi russi congelati fino alla fine del conflitto e al pagamento dei risarcimenti; tutela degli interessi della sicurezza europea in qualsiasi futuro accordo.
In parallelo, la dichiarazione congiunta dell'incontro afferma l'intenzione di produrre congiuntamente armi a lungo raggio e sistemi di difesa aerea per Kiev. 
La NATO apre ad un concorso per colpire la Russia in profondità
È evidente che i leader del vecchio continente, in combutta con la parte neocon che sembra dominare l’amministrazione Usa, non ha alcuna di avanzare proposte di pace, bensì di usare il Paese come tassello sacrificabile per la guerra convenzionale contro la Russia che dovrà essere condotta senza scomodare Washington.
Ogni giorno arrivano segnali preoccupanti. È notizia di poche ore fa, ad esempio, che la Germania potrebbe reintrodurre il servizio militare obbligatorio dopo il fallimento della campagna di reclutamento volontario. Il Telegraph, citando Thomas Røvekamp, membro della commissione parlamentare tedesca per la difesa, riferisce che la decisione dovrebbe essere presa entro la fine di luglio 2027.
Da gennaio il Bundeswehr ha inviato circa 300.000 questionari ai diciottenni nell’ambito del nuovo modello di servizio “volontario”. Dopo le visite mediche e i colloqui, solo circa 530 persone si sono effettivamente arruolate per un periodo di servizio di almeno sei mesi. Berlino intende aumentare l’organico dell’esercito da 184.000 a 260.000 militari in servizio attivo entro il 2035, per allinearsi agli obiettivi della NATO.
Il capo dell’esercito tedesco Christian Freuding, l'11 giugno, a margine del salone aerospaziale ILA di Berlino, è stato molto chiaro, come in precedenza lo è stato il Ministro della Difesa Boris Pistorius: dobbiamo essere pronti alla guerra entro il 2029.
“Tutti i 32 partner della NATO concordano sul fatto che la Russia potrebbe avere la capacità di invadere un paese partner nel 2029", ha dichiarato, citato dal quotidiano Politico.
In questo contesto, Kiev sta già avendo un ruolo molto importante. “L’Ucraina sarà una componente vitale della nostra architettura di sicurezza europea, grazie alla sua industria della difesa innovativa e alla sua esperienza sul campo di battaglia. Abbiamo bisogno dell’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea tanto quanto l’Ucraina ha bisogno di questa integrazione. In realtà, siamo forse noi ad averne ancor più bisogno”. Così il commissario europeo per la difesa e lo spazio, il lituano Andrius Kubilius, si è pronunciato nel corso delle celebrazioni per il settantennale della Conferenza di Messina e Taormina del 1955.
I propositi sono tutt’altro che difensivi. È giunta anche notizia che Kiev e la NATO hanno annunciato un concorso aperto a sviluppatori privati, con un montepremi di 250.000 euro, per la creazione di un sistema in grado di impedire alla Russia di utilizzare i propri aeroporti per effettuare raid aerei contro obiettivi in Ucraina.
L'"Airfield Denial Challenge", questo il nome del programma, mira in sostanza a neutralizzare le basi aeree russe nelle retrovie, colpendo la catena logistica degli attacchi missilistici e di droni prima ancora che questi vengano lanciati.
"I nostri leader politici ci stanno trascinando in una guerra con la Russia senza nemmeno permettere un dibattito o una discussione sulla questione", ha dichiarato allarmato su X Glenn Diesen, professore all'Università della Norvegia sud-orientale.
Di fatto, le decisioni di portata potenzialmente bellica vengono adottate in sedi tecniche o militari, senza alcuna trasparenza democratica, trascinando i popoli ignari verso un inevitabile mattatoio.
Kiev disperata per la situazione al fronte prepara un attacco pericoloso alla Bielorussia
Nel frattempo il fronte si muove velocemente e l’Ucraina ha un disperato bisogno di ritardarne il crollo.
Kiev ha annunciato l'evacuazione forzata di 12 insediamenti nella regione di Cernigov, al confine con Russia e Bielorussia, con inizio previsto per il 1° luglio. L'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv ha evocato un precedente illuminante: l'evacuazione forzata dei villaggi di confine che precedette l'incursione nella regione di Kursk nell'estate del 2024. Se l'Ucraina decidesse di colpire la Bielorussia, il quadro giuridico-militare si farebbe rapidamente esplosivo: in vigore dal marzo 2025, l'accordo tra Mosca e Minsk sulle garanzie di sicurezza nel quadro dello Stato Unitario prevede esplicitamente che le armi nucleari della Federazione Russa possano essere impiegate "in caso di aggressione contro una qualsiasi delle Parti mediante armi convenzionali, che crei una minaccia critica alla sua sovranità o integrità territoriale."
Lavrov ha confermato che, in presenza di tale scenario, la Russia è pronta ad adottare "l'intera gamma di misure previste dal trattato."
Il presidente della Commissione Sicurezza della Camera del Parlamento bielorusso, Ghennadij Lepeško, ha evidenziato come coinvolgere Minsk nel conflitto significhi, per l’appunto, estendere il fronte di oltre mille chilometri, un onere operativo e logistico che le forze ucraine, già in affanno su più direttrici, difficilmente potrebbero sostenere, ma che potrebbe costringere i russi a dover spostare forze dal Donbass .
Lungi dall'essere "in stallo", come ripetono le narrative di molte cancellerie europee, il fronte vede le forze russe impegnate in una avanzata costante, con progressi documentati su più direttrici. L'agglomerato urbano di Slavjansk-Kramatorsk, ultimo bastione ucraino nel Donbass, è sotto pressione crescente: le unità russe hanno avviato una strategia a "tenaglia", muovendosi contemporaneamente da più direzioni, scardinando le previsioni degli analisti occidentali che stimavano tempi ben più lunghi per la riduzione di quest'area. Sul fronte di Kharkiv proseguono le operazioni offensive a Kazachya Lopan e nel settore di Volchansk, mentre a Krasny Liman il ministero della Difesa russo riferisce di assalti condotti con successo nell'area urbana. Nella regione di Dnipropetrovsk, le unità della Brigata "Vostok" hanno conquistato punti di appoggio lungo la linea Velikomikhailovka–Aleksandrovka, violando l'integrità delle difese ucraine e obbligando Kiev a spostare riserve, indebolendo i settori adiacenti.
Un dato numerico, in questo contesto, assume un valore analitico particolare. Secondo le statistiche del "Kommersant", dall'inizio del 2026 sono stati abbattuti oltre 39.000 droni ucraini sopra il territorio russo. Cifra impressionante in valore assoluto, ma ancor più significativa se letta in rapporto all'evoluzione dei lanci: già dalla fine del 2025, le Forze Armate ucraine si erano portate a ridosso dei valori russi in termini di droni lanciati mensilmente. A partire da marzo 2026, l'Ucraina ha superato la Federazione Russa in questa metrica, registrando un primato nei lanci nei mesi di marzo, maggio e giugno. Una tendenza che non promette nulla di buono per le infrastrutture delle retrovie russe, in particolare per quelle petrolifere, petrolchimiche ed energetiche. Il tentativo di giocare esclusivamente in difesa passiva, senza intaccare la produzione di droni nelle retrovie ucraine e nei paesi alleati, rischia di rivelarsi una strategia insostenibile nel medio-lungo periodo.
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