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Usa in rotta di collisione con il collasso finanziario, tentano di ribaltare il destino in Iran

Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz e l’egemonia del dollaro

Francesco Ciotti

Non sembra apparentemente esserci una logica nell’autolesionistico accanimento americano nel continuare a perseguire l’opzione della guerra in Iran, ma oltre le apparenza si cela una realtà inconfessabile per la Casa Bianca. 

Oggi è stata decretata la fine totale della diplomazia. Per la prima volta da quando il conflitto tra Iran e Stati Uniti si è aggravato, un alto funzionario iraniano ha affermato in modo esplicito che il memorandum d'intesa firmato a metà giugno tra Washington e Teheran è definitivamente terminato. Kazem Gharibabadi, viceministro degli esteri iraniano e capo del team negoziale tecnico, ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno violato tutti gli impegni assunti e sospeso completamente l'accordo. "Di conseguenza, abbiamo anche sospeso tutti i nostri impegni; non li stiamo più attuando", ha aggiunto Gharibabadi, segnando così la fine ufficiale, dal punto di vista iraniano, di ogni clausola del memorandum.

Accordo che, lo ricordiamo, è stata Washington a violare sistematicamente: dal rifiuto di restituire i beni iraniani congelati al mantenimento delle sanzioni, fino all'apertura di un corridoio marittimo unilaterale, definito da Marandi "in violazione dell'articolo 5" del memorandum. Proprio questo corridoio, sfruttato dalle petroliere di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati per continuare a "indebolire l'Iran insieme agli Stati Uniti", avrebbe spinto Teheran a colpire alcune navi, innescando la fase più recente del conflitto. Questo senza contare i continui attacchi israeliani in Libano in aperta violazione del punto 1 del documento d’intesa.

Ma il nodo centrale è che Teheran, dal canto suo, sostiene che l'accordo di pace provvisorio gli riconosca il diritto di controllare il traffico nello Stretto di Hormuz e di dettare le rotte per le navi che attraversano quel corridoio vitale per le esportazioni globali di energia. Un riconoscimento che decreterebbe la fine dell’Impero di Washington in Medio Oriente e sul, lungo periodo determinerebbe conseguenze ancora più gravi per la tenuta del dollaro e del tenore di vita non negoziabile Usa.

Washington isola Bandar Abbas, l’Iran colpisce le raffinerie del Kuwait

Sul terreno, la settima notte consecutiva di attacchi statunitensi ha provocato danni estesi alle infrastrutture civili iraniane. Il responsabile delle comunicazioni della provincia di Hormozgan ha riferito che 116 torri di telecomunicazione sono state messe fuori servizio, interrompendo i servizi di rete fissa, mobile e internet a Bandar Abbas e Hajiabad. Secondo il Telegraph, gli Stati Uniti sarebbero riusciti a isolare proprio Bandar Abbas, città da cui, secondo il quotidiano britannico, "dipende la vita dell'intero Iran". Un impianto di desalinizzazione a Jask è stato colpito, lasciando 20 villaggi e circa 10.000 persone senza acqua, dopo che una stazione di pompaggio e un trasformatore sono stati, secondo l'amministratore delegato della Hormozgan Water and Wastewater Company, "completamente distrutti". 

Il bilancio umano si è aggravato nelle ultime ore. Ahmad Moradi, rappresentante della provincia di Hormozgan, ha dichiarato che gli attacchi statunitensi hanno causato la morte di "circa sette o otto persone", tutte civili, colpendo tra l'altro un ponte, due auto private e il quartiere di Tappeh Allaho Akbar a Bandar Abbas, dove sono morte una donna e un bambino di un anno è rimasto amputato. Il Ministero della Salute iraniano ha reso noto che gli attacchi statunitensi, iniziati il 6 luglio, hanno causato finora almeno 50 morti e oltre 500 feriti. Immagini satellitari del programma Sentinel-2, confrontando gli scatti del 7 e del 12 luglio, hanno inoltre rivelato nuovi danni all'interno del complesso della centrale nucleare di Bushehr. 


navi guerra usa pd


La rappresaglia iraniana si è a sua volta estesa agli alleati regionali di Washington, colpendo anche infrastrutture civili nel Golfo. La Kuwait Petroleum Corporation ha denunciato "ripetuti e brutali attacchi iraniani, che hanno provocato numerosi feriti e ingenti danni materiali" a un impianto petrolifero vitale, mentre il Kuwait ha chiuso il proprio spazio aereo dopo che due centrali elettriche e impianti di desalinizzazione sono stati danneggiati. Le Guardie Rivoluzionarie islamiche (IRGC) hanno rivendicato attacchi contro un molo di rifornimento di carburante militare statunitense nel porto di al-Ahmadi in Kuwait e un sito di assemblaggio di aerei da guerra presso la base aerea di Sheikh Isa in Bahrein. L'IRGC ha inoltre dichiarato di aver colpito la base statunitense di Al-Azraq in Giordania con "un devastante attacco simultaneo con missili e droni contro i hangar per aerei da combattimento e un'ampia area di parcheggio per velivoli", sostenendo di aver "distrutto completamente almeno due aerei da combattimento americani e causato danni significativi a molti altri". In un comunicato, l'Iran ha esortato l'esercito giordano a colpire le forze statunitensi, definendole "obiettivi legittimi" e affermando che "è vostro dovere religioso e umanitario eliminarli con ogni mezzo necessario e purificare la terra sacra della Giordania da questi assassini di musulmani innocenti".

Trump alle strette, tra l’imminente collasso finanziario e il crollo dell’impero

Come continuiamo a ripetere, la mosse di Trump sono disperate e dirette ad un’escalation sempre più violenta: dagli attacchi alle centrali elettriche al possibile dispiegamento di truppe di terra.

Il Wall Street Journal riporta che Trump propende ora per operazioni militari più ampie, tra cui l'intensificazione dei raid aerei, attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane — compresa la cosiddetta Pickaxe Mountai, nome in codice dato dagli Stati Uniti a un grande complesso nucleare sotterraneo iraniano scavato sotto il monte Kuh-e Kolang Gaz La, vicino all’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz.

Una strada che assomiglia più ad un accanimento terapeutico autodistruttivo, nella speranza di un improbabile miracolo.

Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, gli Stati Uniti hanno consumato oltre metà delle scorte di almeno quattro sistemi d'arma critici — Tomahawk, THAAD, SM-3 e SM-6 — nei primi 39 giorni di conflitto, colpendo oltre 13.000 obiettivi a un costo compreso tra 28 e 35 miliardi di dollari. Il ripristino di queste scorte richiederà secondo le stesse analisi tra uno e cinque anni, con il Tomahawk che necessita di 4-5 anni per tornare ai livelli pre-guerra mentre solo 207 unità verranno consegnate nel 2026 contro le 785 richieste per il 2027.

Parallelamente, l'Iran ha dimostrato capacità di rigenerazione sorprendenti: l'intelligence statunitense stima che Teheran conservi ancora circa il 70% del suo arsenale missilistico balistico pre-guerra e il 60% dei lanciatori, avendo persino recuperato un centinaio di lanciatori sepolti dopo il cessate il fuoco, oltre ad aver messo in servizio il nuovo missile a medio raggio Khorramshahr-4 con gittata di 2.000 km.

Dunque investendo oltre la metà del suo arsenale Washington non è riuscita a raggiungere nemmeno uno dei suoi obiettivi prefissati. Pensare di poter cambiare il risultato è una completa follia, ma inserita in una logica spietata e drammatica.

Ammettere la sconfitta o negoziare un ritiro, ora, comporterebbe una perdita egemonica strutturale sul continente eurasiatico, consolidando l'Iran come nodo indipendente dei corridoi commerciali verso Russia e Cina, minando la credibilità delle narrazioni di vittoria che sostengono l'intera macchina di finanziamento bellico occidentale, ed esponendo i regimi del Golfo — già privi di sistemi di difesa aerea efficaci — a instabilità interna o riorientamento verso Mosca e Pechino.

Una prospettiva inaccettabile per la dottrina neocon che ora domina la Casa Bianca. Ma il costo immediato di una guerra trascinata per settimane e mesi rischia di essere ancora più alto. 


missili iran dep 217553056


L'analista Alex Krainer ha descritto lucidamente un'amministrazione Trump intrappolata in quella che definisce una "rovina del giocatore" geopolitica: una guerra contro l'Iran iniziata come tentativo di regime change fallito, che si è trasformata in un conflitto regionale senza via d'uscita e che si sta scaricando direttamente sulla finanza pubblica statunitense.

Un punto critico che sta emergendo, secondo Krainer, Federal Reserve di creare moneta e la necessità del Pentagono di ottenere fondi approvati dal Congresso, un vincolo istituzionale che l'esecutivo non può bypassare unilateralmente. Questo spiega la sequenza di richieste di finanziamento crescenti: da una stima iniziale di 25-29 miliardi di dollari nelle prime settimane di guerra, si è arrivati a una richiesta supplementare formale di 87,6 miliardi di dollari inviata al Congresso il 24 giugno 2026, di cui 67,1 miliardi destinati al Pentagono.

Un vero e proprio "panico da finanziamento" che sarebbe legato ad un "Armageddon obbligazionario" imminente. In questo senso, il rendimento del Treasury decennale rappresenta il prezzo più importante al mondo perché sottostante alla garanzia collaterale del sistema finanziario globale e i dati di mercato confermano una pressione crescente: il rendimento del decennale è salito da circa 3,94% del 27 febbraio 2026 (avvio della guerra) fino a superare il 4,6% a metà luglio, con il trentennale tornato sopra il 5%.

Il rialzo dei rendimenti riflette in parte il rincaro del petrolio innescato dalle tensioni sullo Stretto di Hormuz — con il Brent sopra gli 84 dollari al barile — che ha spinto l'inflazione headline dal 2,4% di febbraio al 4,2% di maggio 2026, complicando il compito della Federal Reserve. Alcuni funzionari della Fed, come la presidente della Fed di Dallas Lorie Logan, hanno segnalato la necessità di tassi "moderatamente" più alti nonostante segnali di raffreddamento dei prezzi alla produzione, un contesto di stagflazione da shock d'offerta.

Il ruolo dei capitali del Golfo e il rischio di "confisca"

Ricordate le dichiarazioni del tycoon su una tassa del 20% sui carichi in transito sullo Stretto di Hormuz, seguita da una smentita, a favore della richiesta di "investimenti" dei regni del Golfo nell'economia americana come compensazione win-win?  

Ebbene, le economie arabe della regione detengono circa 5.000 miliardi di dollari in depositi e fondi sovrani nelle istituzioni finanziarie occidentali, pari a un terzo della ricchezza sovrana mondiale, e l'amministrazione Trump sarebbe fortemente tentata di attingervi per finanziare la guerra, come già avvenuto con il congelamento di circa 300 miliardi di dollari di asset russi.

Tuttavia Krainer sostiene che questa pressione stia paradossalmente accelerando la dedollarizzazione: sauditi e altri produttori del Golfo avrebbero già iniziato a regolare parte dell'export in yuan cinesi e a diversificare riserve verso i paesi BRICS, mentre il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz darebbe a Teheran una leva per condizionare le valute di regolamento del commercio regionale. Questa dinamica, se confermata nel tempo, minerebbe ulteriormente la domanda estera di debito statunitense, aggravando la pressione sui rendimenti dei Treasury già descritta sopra.

Ecco perché Washington non può fermarsi, ma non può neanche lasciare che il ruolo di potenza egemonica nella regione passi all’Eurasia, detronizzando il dollaro come principale valuta di riserva e lasciando l’economia Usa incapace di finanziare il suo deficit colossale e costringendola a monetizzare il suo debito che ha ormai raggiunto i 39,5 trilioni di dollari.

Ed è allora che il dollaro diventerebbe carta straccia, lasciando il Paese prossimo al baratro della guerra civile. 

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