Uruguay: la ''Marcia del Silenzio'' per i desaparecidos dopo 30 anni di impunità

Si rompa il patto di omertà sugli orrori della giunta, basta ipocrisie delle istituzioni
“30 anni di manifestazioni. Contro l’impunità di ieri e di oggi. Esigiamo risposte: ¿Dónde están? (dove sono?)”. Questo lo slogan della Marcia del Silenzio di questo 20 maggio avvenuta a Montevideo. Un’altra volta ancora rituale di una mobilitazione che, di fatto, è imponente e partecipata, ma il tutto si svolge in una singola giornata, perché le risposte continuano a mancare, in un contrasto crudo e perverso con l’impunità, che invece continua a essere ben presente. Nel frattempo, la memoria dei desaparecidos si dibatte tra le macerie di una democrazia i cui attori politici, in particolare, cercano di riscattarsi concedendo a questa rivendicazione ormai trentennale una quota di dignità, quasi tentando di passare inosservati - in mezzo al silenzio circondato da fotografie, striscioni e timidi gridi di “presente!” - di fronte a una blasfema e immorale insensibilità e negligenza di un sistema istituzionale ipocrita e di una casta militare vergognosa, ancora oggi intatta dopo oltre tre decenni.
Alla vigilia della Marcia del Silenzio di quest’anno si è verificato un episodio tutt’altro che secondario, messo in scena con grande enfasi nientemeno che dal presidente della Repubblica, Yamandú Orsi, esponente di un governo di coalizione di sinistra: la sua visita (con dita alzate nel miglior stile ‘crack’), ad una portaerei degli Stati Uniti nelle acque vicine a quelle giurisdizionali uruguaiane; una nave da guerra simbolo dell’impero nordamericano.
Il suo è stato un messaggio servile e osceno rivolto a un governo che fu artefice del Piano Condor; il tradimento più vile nei confronti dei desaparecidos che questa marcia ricorda silenziosamente anno dopo anno. E ciò che è peggio è quanto accadrà il giorno successivo al 20 maggio, quando Orsi - almeno secondo quanto previsto - compirà un viaggio lampo a Buenos Aires per partecipare a una commemorazione per il cinquantesimo anniversario degli assassinii, avvenuti nel maggio 1976 in Argentina, dell’ex senatore del Frente Amplio Zelmar Michelini, dell’ex deputato nazionalista Héctor Gutiérrez Ruiz e dei coniugi Rosario Barredo e William Whitelaw.
La sua presenza sarà segno di un’evidente ipocrisia, che certo non sorprende dopo quanto avvenuto con la portaerei statunitense. Ma va detto con onestà: da 30 anni Madres y Familiares de Detenidos Uruguayos Desaparecidos continuano ad essere la colonna portante di una richiesta gridata a gran voce, rivolta alle orecchie sorde di tutti i governi democratici succedutisi dopo la dittatura.
Le risposte non sono arrivate in 30 anni, e l’impunità si è cullata sulle poltrone presidenziali e parlamentari come in un gioco macabro; con l’ipocrisia sempre presente da parte degli attori politici, persino all’interno della sinistra uruguaiana, persino tra coloro che persero la vita nella resistenza alla dittatura. Orsi avrebbe potuto assumere un atteggiamento diverso dal servilismo verso l’impero del Nord, e astenersi da quella visita che non ha fatto altro che renderlo, visibile alla vista del mondo intero, il simbolo di un anti-omaggio ai desaparecidos, ai torturati nelle caserme uruguaiane e a tutti coloro che furono arrestati in quegli anni. Il messaggio volgare, offensivo e sleale che è stato dato non è stato quello di Yamandú Orsi: è stato quello della sinistra uruguaiana rivolto ai propri desaparecidos. Eppure, ancora una volta, la Marcia del Silenzio resta protagonista della sua ormai abituale richiesta, della sua ormai ricorrente esigenza; un’esigenza destinata a cadere nel vuoto.
Non a caso, recentemente il giornalista Samuel Blixen, in un’intervista - che consigliamo di ascoltare - realizzata da Verónica Pellejero per la rivista Caras y Caretas, ha affermato: “Entrarono nelle caserme a cercare, e questo è un merito del Frente Amplio. Poi però tutto si fermò, e così arrivò il governo Mujica. Con il governo Mujica andò ancora peggio; fu ancora più disastroso. Da una parte si apre la possibilità di investigare attraverso l’interpretazione della Legge di Caducità. I casi vengono riaperti. Tuttavia poi comincia ad abbracciare i militari e da allora continua a dire sciocchezze, hai presente quella della ‘biologia’? È assurdo! La politica è catastrofica perché inoltre è incoerente: o vuoi indagare oppure no. Julio María Sanguinetti non voleva indagare ed è stato coerente, aveva tutta la destra alle spalle. Questi invece non sanno se vogliono oppure no. Cadono in queste contraddizioni. Quando si stava per abolire la Legge di Caducità, Mujica chiamò Víctor Semproni affinché andasse a votare contro; Semproni andò e votò contro, bloccando tutto. Esiste una politica condivisa: non bisogna affrontare i militari. E questa politica finisce per indebolirti.”
Ed è così che siamo oggi: indeboliti, sempre più indeboliti anno dopo anno. Con tanto di Marce del Silenzio incluse. E la cosa più triste è che, nel cuore di questo intricato panorama, coloro che portano le fotografie dei propri cari nella Marcia del Silenzio hanno una sola certezza: in 30 anni non c’è mai stata volontà politica di indagare davvero. Non c’è alcun dubbio: per quanto nei giorni precedenti al 20 maggio, durante e dopo, le manifestazioni di sostegno alle Madres si moltiplichino da parte delle istituzioni e delle file governative, il fatto resta uno soltanto: non si vuole investigare, e di conseguenza l’impunità continuerà a regnare. E anche l’ipocrisia istituzionale e partitica continuerà, il che è ancora più perverso, da qualunque parte provenga. Per non parlare dell’omertà della casta militare e dei civili ad essa legati. Allora, il prossimo anno si continuerà ancora a marciare in silenzio? Perché, in definitiva, credo sia arrivato il momento di cambiare radicalmente il repertorio. Mi sembra che l’impunità dominante meriti, come risposta, qualcosa di più di un silenzio. In sincero omaggio ai nostri desaparecidos, la strategia dovrebbe essere un’altra. Molto diversa.
Foto di copertina: Museo della Memoria

















