The Bibi Files, fino a quando?
L’atto di accusa inoppugnabile nel film della regista Alexis Bloom
“Cosa diceva il Padrino?… Ah sì: ‘gli amici tieniteli stretti, e i nemici ancora più stretti…’”.
Mentre pronuncia questa frase, lo sguardo beffardo di Benjamin Netanyahu è rivolto agli inquirenti che l’hanno interrogato fino a quel momento nell’inchiesta che lo vede accusato di corruzione, frode e abuso di ufficio. C’è tutta la tracotanza del premier di Israele in questo passaggio del film-documentario “The Bibi Files”. La regista Alexis Bloom analizza come, per anni, il governo di Netanyahu hapotuto agevolare e permettere l'afflusso di ingenti somme di denaro (stimate in circa 35 milioni di dollari al mese) provenienti dal Qatar per sostenere Hamas.
Il dato viene indicato chiaramente dall'ex Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert, di fronte alle telecamere quando riferisce che Bibi: “Ha permesso che più di 1 miliardo arrivasse ad Hamas perché sapeva che così poteva controllare il livello di odio”. Ma di quel “controllo” non c’è la minima traccia, vista la mattanza del 7 ottobre. Sembra piuttosto che la decisione di ignorare tutti gli avvisi ricevuti in anticipo su quell’eccidio annunciato (che il New York Times, e successivamente Haaretz, hanno poi ricostruito attraverso i loro scoop) fosse piuttosto il pretesto perfetto per poi radere al suolo Gaza e perpetrare il genocidio dei palestinesi con ogni mezzo.
Certo è che la questione del finanziamento ad Hamas emerge direttamente dalle parole dello stesso Netanyahu estrapolate dai filmati dei suoi interrogatori nei quali giustifica i contatti e la gestione dei flussi economici dicendo di farlo per “controllare l'altezza delle fiamme”. Per poi respingere le accuse di corruzione, frode e abuso di ufficio, definendo le domande degli inquirenti “deludenti, pretestuose e folli” e liquidando le inchieste come una caccia alle streghe.
Genesi
Le immagini degli interrogatori di Netanyahu, che compongono l’ossatura del film – vietato in Israele (me è stato piratato e diffuso ugualmente anche lì) – sono arrivate alla produzione del documentario attraverso una fuga di notizie, normalmente definita “leak”.
Nella primavera del 2023, una persona anonima ha contattato direttamente il produttore Alex Gibney (premio Oscar per il suo “Taxi to the Dark Side”, sulle pratiche di interrogatorio e tortura della gestione militare statunitense) attraverso l'applicazione di messaggistica criptata Signal.
Una volta verificata la rilevanza e l’autenticità del materiale (migliaia di ore di registrazioni video e audio della polizia israeliana), Gibney ha coinvolto la regista e documentarista Alexis Bloom nell'estate del 2023 per visionare il materiale in modo da trasformarlo in un film.
Che è stato finalmente presentato – dopo i falliti tentativi di Israele di bloccarlo – al Toronto Film Festival nel mese di settembre 2024. Per poi approdare alla sua anteprima mondiale ufficiale negli Stati Uniti il 14 novembre 2024 al festival DOC NYC. In Italia è arrivato grazie alla determinazione della Mescalito Film e Pueblo Unido di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, nella serata-evento dello scorso 30 settembre, con 130 sale collegate in streaming che hanno registrato uno straordinario sold-out.
Le accuse
Nel film vengono analizzati i procedimenti giudiziari scaturiti da tre distinti fascicoli d'inchiesta, condotti dalla polizia israeliana. Che nel 2019 hanno consentito di arrivare ad un'incriminazione formale di Benjamin Netanyahu per corruzione, frode e abuso di ufficio.
Nello specifico i casi al centro del documentario (e dei processi) sono tre.
“Caso 1000”, è il caso dei cosiddetti regali: beni di lusso (sigari costosi, bottiglie di champagne e gioielli) per un valore di centinaia di migliaia di dollari, che Netanyahu e sua moglie Sara avrebbero ottenuto da miliardari facoltosi (in particolare il produttore hollywoodiano Arnon Milchan e il magnate James Packer) in cambio di favori politici o agevolazioni fiscali.
“Caso 2000”, è invece il caso “Yedioth Ahronoth” e riguarda i presunti accordi sottobanco tra Netanyahu e l’editore di uno dei principali quotidiani israeliani, Arnon Mozes. Lo scambio avrebbe previsto una copertura mediatica più favorevole per Netanyahu in cambio di un disegno di legge volto a limitare la concorrenza del principale giornale rivale (il “Israel Hayom”).
“Caso 4000”, è infine il caso “Bezeq-Walla”. Si tratta del presunto scambio di favori corruttivi tra Netanyahu e Shaul Elovitch, azionista di controllo del colosso delle telecomunicazioni “Bezeq” e del portale di news “Walla!”. Secondo l’accusa, Netanyahu avrebbe concesso favori normativi e regolamentari multimilionari a Bezeq in cambio di una linea editoriale completamente asservita e accondiscendente nei suoi confronti sul sito “Walla!”.
In base alla minuziosa ricostruzione del film, Netanyahu avrebbe cercato di difendersi da queste accuse sfruttando la sua posizione di potere e le crisi geopolitiche per rallentare, ostacolare o addirittura bloccare l'iter giudiziario di questi processi. E la sua arma più potente sarebbe stata appunto quella di mantenere attivo uno stato di guerra perenne. Il genocidio a Gaza rientrerebbe quindi perfettamente in questa sorta di strategia criminale.
Le testimonianze
Uno dopo l’altro sfilano i testimoni chiave che inchiodano Netanyahu alle sue responsabilità.
E’ il noto giornalista investigativo e analista politico israeliano (di Channel 13), Raviv Drucker, nonché co-produttore del film, a spiegare l'evoluzione dei casi giudiziari di Netanyahu.
Drucker analizza come la crisi politica israeliana e i tentativi di riforma della giustizia siano strettamente collegati alla determinazione del premier di evitare la condanna e il carcere.
L’ex assistente personale del miliardario e produttore cinematografico Arnon Milchan, Hadas Klein, racconta che Netanyahu e sua moglie Sara pretendevano costantemente beni di lusso (costosi sigari, champagne e gioielli) scambiandoli di fatto per una “linea di rifornimento” regolare, al punto di arrivare a usare codici segreti per nascondere la mole dei regali ricevuti.
Dal canto suo l’ex capo della comunicazione ed ex portavoce di Netanyahu, Nir Hefetz, rivela i favori normativi che sarebbero stati concessi in cambio di una copertura mediatica, favorevole a Netanyahu, sul portale di news “Walla!”
L’ex Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert, riflette quindi sulla degenerazione del potere e sulla gravità delle accuse di corruzione che colpiscono la leadership del Paese.
Mentre l’ex Ministro delle Finanze Yair Lapid racconta di quando Netanyahu gli chiese personalmente l'estensione di una specifica esenzione fiscale che avrebbe avvantaggiato direttamente gli interessi finanziari del miliardario Arnon Milchan.
L’ex manager della residenza ufficiale del Primo Ministro, Meni Naftali, descrive inoltre il clima di forte pressione e la gestione interna alla residenza di Via Balfour, puntando il dito contro la forte influenza e il carattere di Sara Netanyahu.
Quest’ultima appare nei video dei suoi interrogatori mentre inveisce contro gli inquirenti con un’arroganza che supera quella del marito. E che si avvicina a quella del loro figlio, Yair, ugualmente sprezzante nei confronti della polizia giudiziaria che lo interroga.
L’ex capo dello Shin Bet (l'agenzia di sicurezza interna israeliana), Ami Ayalon, focalizza invece un aspetto cruciale: le ripercussioni sulla sicurezza nazionale e sulla tenuta democratica di Israele quando determinate decisioni di Stato vengono sottoposte alla sopravvivenza giudiziaria e politica di un singolo leader.
Accuse che Netantyahu respinge con forza. Ma ogni testimonianza aggiunge un tassello in più ad un mosaico nel quale prende forma la tesi iniziale. E cioè che la crisi istituzionale interna, le pressioni sulla magistratura e le scelte politiche più radicali di Netanyahu sarebbero state manovrate per anni con un obiettivo ben chiaro: bloccare i suoi processi per corruzione.
Fino a quando?
Le tesi esposte nel film e le relative testimonianze sono ben note in Israele. Un po’ meno fuori. Anche se delle accuse nei confronti di Netanyahu se ne parla ugualmente nel resto del mondo, Italia compresa. Che continua a comunque a mantenere rapporti commerciali con Israele, e si unisce così a quegli Stati (Usa in primis) che gli garantiscono una vera e propria impunità mentre continua il genocidio a Gaza.
Ma la storia ci insegna che quando un potente non è più funzionale a quel sistema di potere che lo ha utilizzato fino a quel momento, viene messo da parte, con ogni mezzo.
E questo Netanyahu lo sa bene: i suoi ultimi colpi di coda per mantenere il suo potere dimostrano la sua paura di perderlo.
Alla fine del film la domanda retorica rimbalza nella sala cinematografica: che altro serve per porre fine al suo status di intoccabile? Ma forse andrebbe riformulata: fino a quando glielo consentiranno, e in cambio di cosa?
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