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Ratko Mladić, Belgrado prepara i funerali: il figlio accusa il Tribunale dell'Aia

Darko Mladić denuncia cure inadeguate negli ultimi mesi. Circa 80mila persone attese ai funerali del “boia dei Balcani”

Giuseppe Cirillo
antimafiaduemila

“Mio padre è stato ucciso dal Tribunale dell’Aia”. A pochi giorni dalla morte di Ratko Mladić, avvenuta il 27 agosto a 84 anni nel carcere-ospedale olandese dove stava scontando l’ergastolo, il figlio Darko punta il dito contro le istituzioni internazionali che avevano in custodia l’ex comandante delle forze serbo-bosniache. Secondo Darko Mladić, le condizioni del padre sarebbero peggiorate negli ultimi mesi a causa di cure inadeguate e della somministrazione di oppiacei eccessivamente forti. Accuse pesanti, accompagnate dalla decisione di sottoporre ad autopsia il corpo del generale dopo il rientro della salma in Serbia. “Gli ultimi due mesi sono stati penosi, ho assistito al suo omicidio”, ha dichiarato il figlio.

Parallelamente alle parole di Darko Mladić, Belgrado si prepara a salutare l’ex generale, passato alla storia come il “boia dei Balcani”, attraverso una commemorazione militare, mentre lunedì prossimo si terranno i funerali nella chiesa di San Luca, a Košutnja. Il figlio ha chiesto di evitare provocazioni e ha precisato che il padre sarà sepolto “con dignità e secondo tradizione”, parlando di un “funerale popolare” e ridimensionando così l’ipotesi, circolata inizialmente, di vere e proprie esequie di Stato.

Una scelta controversa, quella delle commemorazioni per Mladić. La commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, ha annullato una visita programmata a Belgrado dopo aver appreso che il corpo dell’ex generale era stato trasportato attraverso un volo governativo. “La glorificazione di Mladić è incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso verso l’Unione”, ha scritto Kos su X, sottolineando la necessità per Belgrado di affrontare il proprio passato, favorire una reale riconciliazione e rispettare le vittime dei crimini di guerra.

Non è nemmeno mancata la replica del presidente Aleksandar Vučić, che ha definito “stupida” la decisione della commissaria europea. “Avremmo dovuto vietare il funerale? Siamo stanchi di punizioni inflitte solo a noi”, ha dichiarato il presidente serbo.

Ad ogni modo, per i funerali dell’ex generale sono attese circa 80mila persone. Un dato che confermerebbe come il “boia dei Balcani” sia in realtà visto come un eroe, anche tra moltissimi giovani nati dopo la fine della guerra in Bosnia. Nel centro di Belgrado il volto dell’ex generale continua a comparire su magliette, gadget vari. Sui muri della città sopravvivono ancora messaggi che rovesciano la memoria delle guerre jugoslave.

Eppure, le sentenze internazionali che hanno condannato l’ex generale parlano chiaro. Il 22 novembre 2017 l’ex comandante dell’Esercito della Republika Srpska venne condannato all’ergastolo dopo un processo durato cinque anni, nel corso del quale furono ascoltati più di cinquecento testimoni e analizzati documenti, ordini militari, intercettazioni e filmati. I giudici lo riconobbero colpevole di dieci degli undici capi d’accusa contestati, tra cui il genocidio di Srebrenica, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato, terrore, attacchi illegali contro la popolazione civile e presa in ostaggio di appartenenti alle Nazioni Unite.

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