Putin avverte l'Europa: nostra risposta sarà speculare, ma con forza maggiore
Berlino guida la saldatura industriale con Kiev, dai droni BARS ai Patriot prodotti sul continente. Mosca denuncia la complicità negli attacchi contro i civili. 3 morti a Mosca

La NATO alza sempre di più il tiro nella guerra, dopo aver annunciato 70 miliardi di aiuti militari all’Ucraina, 50 miliardi di nuovi contratti militari, con annessa produzione dei Patriot americani sul continente, produzione congiunta di droni per Kiev e, presto, missili a lunga gittata per colpire la Russia ancora più in profondità.
"La NATO sta lavorando allo sviluppo di capacità di attacchi di precisione a lungo raggio. Ciò significa che nei prossimi mesi e anni riceveremo un'enorme quantità di munizioni, che ci permetteranno di colpire ripetutamente. Qualsiasi grande concentrazione di truppe si troverà in una zona soggetta a massicci attacchi", aveva dichiarato pochi giorni fa con orgoglio l'ammiraglio francese Pierre Vandier.
Sulla stessa linea, ricordiamo che, secondo quanto riportato dal Telegraph, il Regno Unito guiderà un progetto europeo a cui parteciperanno Germania, Francia, Paesi Bassi e Ucraina, con l'obiettivo di sviluppare armi a guida di precisione con una gittata compresa tra 1.000 e 3.000 chilometri. Il progetto sarebbe nato in risposta alla decisione di Trump di annullare il dispiegamento dei missili Tomahawk in Germania: l'Europa cerca autonomia missilistica per ridurre la dipendenza da Washington, utilizzando l'Ucraina come partner di sviluppo. Il loro sviluppo richiederà decenni, secondo le fonti citate.
Ma dal Cremlino arriva ancora una volta un serio avvertimento sulla rappresaglia russa che sarà sempre commisurata alle linee rosse di volta oltrepassate.
Il 13 luglio, dal palco del forum del Fronte Popolare “Tutto per la vittoria!”, Vladimir Putin ha scandito una formula solenne che poco ha riverberato nella stampa occidentale.
“La nostra risposta sarà sempre speculare, (…) ma con una forza molte volte maggiore, il nemico lo sentirà, spero che lo senta già, e continuerà a sentirlo in misura sempre maggiore”, ha dichiarato, insistendo sull’idea che la forza del Paese risieda nella capacità della popolazione di “superare ogni difficoltà e paura”, sottolineando come, mentre “la frangia russofoba dell’Occidente si scaglia contro la Russia”, il Paese stia sviluppando la propria economia, modernizzando le forze armate e ottenendo nuovi risultati nell’industria della difesa.
Al Centro Nazionale “Russia”, dove si è svolto l’evento, a Putin è stato presentato anche un modello del sistema missilistico e d’artiglieria antiaerea Pantsir‑S, simbolo della centralità sempre maggiore dei sistemi di difesa aerea e antidroni nella dottrina russa, in un momento in cui il teatro bellico viene ridefinito dall’uso intensivo di velivoli senza pilota e munizioni a guida di precisione
Le dichiarazioni del leader russo arrivano sullo sfondo di una notte segnata da un’ondata di attacchi con droni contro la regione di Mosca e altre aree della Federazione.
Secondo i dati diffusi dalle autorità russe, nella sola regione di Mosca i droni abbattuti o neutralizzati sarebbero stati 81, distribuiti sopra località come Odintsovo, Naro‑Fominsk, Ruza, Ramenskoye, Mozhaysk, Volokolamsk, Čechov, Ozery, Istra, Podolsk, Stupino, Domodedovo, Solnechnogorsk e Kolomna. Complessivamente, nel corso della notte sarebbero stati intercettati 342 droni ad ala fissa in 13 regioni e su due mari: Volgograd, Vladimir, Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Lipetsk, Rostov, Ryazan, Tula, regione di Mosca, territorio di Krasnodar, Crimea, Adighezia e sui bacini del Mar d’Azov e del Mar Nero.
Ma gli effetti sul terreno degli attacchi nella capitale sono stati immediati. A Istra, un drone ha colpito un edificio residenziale, causando la morte di tre persone e il ferimento di altre tre. A Solnechnogorsk, un altro velivolo ha colpito un grattacielo, ferendo due persone. Le autorità parlano di tre morti e fino a cinque feriti complessivi nella regione, mentre a livello nazionale il numero di droni lanciati verso l’area moscovita dalla sera del 12 luglio è stato stimato in oltre 350, a partire dalle 20:30, delineando un quadro di pressione continuativa sul cuore politico ed economico del Paese.
Il fronte diplomatico: Berlino sotto accusa
Nella stessa giornata, il Ministero degli Affari Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco Alexander Lambsdorff, comunicandogli la posizione di Mosca sul coinvolgimento di Berlino negli attacchi effettuati dalle forze armate ucraine contro obiettivi civili in Russia. In un testo pubblicato sul sito del ministero, viene riportato come sia “inammissibile (…) sostenere il regime di Kiev (…) compresi accordi militari e tecnico‑militari, consegne dirette di armi e l’organizzazione di joint venture per creare forze e mezzi per attaccare obiettivi civili in Russia”. La nota specifica che ciò riguarda anche la produzione di droni da ricognizione e d’attacco, missili antiaerei e munizioni a propulsione a razzo, consolidando l’accusa che la cooperazione industriale e tecnologica tedesca contribuisca direttamente alla capacità ucraina di colpire la Federazione.
Il contesto è quello di una crescente integrazione tra l’industria della difesa tedesca e quella ucraina. La settimana precedente, i paesi della NATO hanno adottato una dichiarazione che stanzia 70 miliardi di euro di aiuti militari all’Ucraina per l’anno in corso e il successivo, mentre la Germania ha manifestato la volontà di fornire il contributo individuale più consistente all’interno dell’Alleanza. A margine del vertice, Berlino e Kiev hanno firmato un accordo per la produzione congiunta di droni BARS, mentre dopo l’annuncio di Volodymyr Zelensky relativo alla concessione di licenze per i missili Patriot, i media hanno riportato che tali sistemi verrebbero prodotti in Germania e non in Ucraina, radicando ulteriormente la cooperazione in materia di difesa tra i due paesi.
Da Berlino l’unico sogno all’orizzonte è quello di un’operazione Barbarossa 2.0, senza che si ricordi l’esito finale. Il ministro degli Esteri ha rimarcato che la Germania non dovrebbe “affrontare da sola la guerra contro la Russia”, ma al tempo stesso ha indicato l’esigenza di “continuare la politica già chiaramente delineata” in merito al conflitto in Ucraina. In particolare, ha richiamato l’attenzione su un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina per un totale di 140 miliardi di euro in due anni, definendo “il turno dell’Europa” nel compiere “il passo successivo” e dichiarare apertamente: “restiamo dalla parte dell’Ucraina”. Il ministro ha aggiunto che la linea europea consisterà nel “continuare la nostra politica, non solo sostenendo l’Ucraina, ma anche aumentando la pressione sulla Russia”, e ha anticipato l’attesa per un accordo sul 21° pacchetto di sanzioni, con particolare riferimento a un tetto massimo al prezzo del petrolio, indicato come “strumento molto efficace che mostra chiaramente a Mosca la nostra posizione”.
Ankara 2026: la grande militarizzazione della NATO
Il tutto rientra nel contesto del grande vertice che ha decretato il cammino inesorabile dell’Europa verso la terza guerra mondiale.
Ad Ankara, il Segretario Generale Mark Rutte ha indicato che i paesi europei membri della NATO, insieme al Canada, hanno raggiunto collettivamente il 4% del PIL in spesa per difesa e sicurezza, un traguardo associato all’accordo dell’Aia del 2025, che fissava al 5% l’obiettivo da conseguire entro il 2035, suddiviso in un 3,5% per la difesa militare propriamente detta e un ulteriore 1,5% per infrastrutture di sicurezza e resilienza.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha assunto pubblicamente il target del 5% del PIL entro il 2035 come priorità strategica nazionale, interpretando la nuova fase come la fine del “free riding”, ossia della dipendenza europea dai contributi statunitensi senza una corrispondente assunzione di oneri. Secondo le stime diffuse in sede NATO, l’incremento complessivo di spesa tra il 2024 e il 2026 supera i 250 miliardi di dollari tra le nazioni europee dell’Alleanza e il Canada. Ricordiamo ancora come il summit abbia generato accordi e contratti per almeno 50 miliardi di dollari, delineando una mappa delle acquisizioni per i prossimi anni e ridisegnando l’architettura industriale e operativa della difesa europea.
Uno dei contratti più rilevanti riguarda la sostituzione della flotta di velivoli AWACS Boeing E‑3A, operativi dagli anni Ottanta, con fino a dieci piattaforme SAAB GlobalEye. Il GlobalEye, basato sul jet da affari Bombardier Global 6500 e dotato di radar Erieye Extended Range, integra sorveglianza aerea, marittima e terrestre, con un’autonomia superiore alle 12 ore e una portata radar oltre i 450 chilometri; il costo stimato per l’intera flotta NATO è intorno ai 6 miliardi di euro, sulla base dei prezzi già versati dalla Francia per due esemplari. Sul fronte del rifornimento in volo, gli aerei cisterna americani saranno affiancati e poi progressivamente sostituiti dagli Airbus A330 MRTT, rafforzando l’autonomia europea nel supporto logistico. La Germania ha inoltre concluso ad Ankara un accordo con Washington per l’acquisizione e il dispiegamento di missili da crociera a lungo raggio Tomahawk sul proprio territorio, acquisendo capacità di colpire il territorio russo, mentre Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia hanno deciso di acquistare fino a cinque droni MQ‑4C Triton della Northrop Grumman per la sorveglianza marittima persistente nell’Artico e nel Grande Nord.
La dichiarazione finale di Ankara identifica la Russia come “minaccia a lungo termine” e menziona esplicitamente Cina e Russia come attori impegnati ad espandere la propria presenza nell’Artico, giustificando una risposta coordinata dell’Alleanza in quella regione. L’acquisto dei Triton da parte dei paesi nordici è presentato proprio come risposta alla necessità di coprire le grandi distanze marittime artiche con sorveglianza continua. Nel contesto più ampio, nasce anche una “Defence, Security and Resilience Bank”, con sede in Canada e capacità di erogare fino a 134 miliardi di dollari in finanziamenti agevolati per progetti di difesa e sicurezza, inizialmente sottoscritta da nove paesi, tra cui la Turchia.
Il fronte terrestre: Svyatogorsk, Slovyansk e il Donbass
Mentre prosegue la militarizzazione dell’Europa e si intensificano gli scambi di accuse tra Russia e Germania, sul terreno il conflitto continua a ridefinire i confini tattici nel Donbass. Il capo della Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha riferito che le truppe russe hanno migliorato la situazione nei pressi di Svyatogorsk, affermando che “il nemico ha tentato un contrattacco nella zona di Prishib, ma le nostre unità hanno mantenuto la situazione sotto controllo; rimane abbastanza stabile”. Svyatogorsk si trova circa 18 chilometri a nord di Slovyansk, lungo l’autostrada M03. Il controllo di questa direttrice interromperebbe i rifornimenti alle unità ucraine nell’ultimo grande agglomerato del Donbass ancora sotto il controllo di Kiev.
Pushilin ha aggiunto che i combattenti russi continuano ad occupare nuove posizioni a Krasny Liman, dove gli scontri urbani sono in corso e alcune aree sarebbero già state “liberate da piccoli gruppi nemici”. Ha inoltre riferito che “le unità d’assalto stanno avanzando in direzione dei Blue Lakes”. Krasny Liman viene descritto come un nodo ferroviario di transito di rilievo e la sua “liberazione” è indicata come funzionale allo sviluppo dell’offensiva su Slovyansk e Kramatorsk. Nel complesso, le informazioni diffuse dalle autorità della Repubblica Popolare di Donetsk presentano il fronte come caratterizzato da avanzate graduali e contrattacchi contenuti, con l’obiettivo russo di consolidare il controllo sulle principali arterie di comunicazione e sugli snodi logistici dell’area.
Porti, corridoi e logistica militare nel Mar Nero
Parallelamente, il Mar Nero e la costa ucraina sono al centro di una campagna di attacchi che mira a indebolire la capacità logistica e operativa di Kiev. La Russia sta aumentando la pressione sulla costa ucraina del Mar Nero, con Odessa come obiettivo ricorrente. La campagna si è intensificata a partire dal 28 giugno, prendendo di mira porti come Odessa, Ismail e Chernomorsk, considerati centri logistici militari e infrastrutture chiave per lo sforzo bellico ucraino. L’11 luglio un attacco ha colpito il corridoio di rifornimento militare attraverso Ismail, identificato come punto di strozzatura vitale per le forze ucraine. Nella notte del 12 luglio, la Russia ha condotto uno dei suoi attacchi coordinati più significativi, colpendo Odessa e Chernomorsk con missili e droni.
Chernomorsk, porto di riserva di Odessa distante circa 22 chilometri, è stata colpita insieme a depositi militari, riserve di carburante e siti di lancio di droni navali. Entro il 13 luglio, gli attacchi con droni russi hanno messo fuori uso un nodo logistico e di rifornimento di carburante a Chernomorsk che riforniva unità ucraine al fronte. Nella lettura russa, gli obiettivi principali sono tre. Il primo riguarda la “vendetta per il Mar d’Azov”: con gli attacchi ucraini contro i porti russi di Taganrog, Azov e Mariupol, attribuiti a capacità operative basate sulla costa di Odessa, la Russia punta a “smantellare proprio la rete che li ha resi possibili”. Il secondo è la protezione della Crimea e delle linee di rifornimento meridionali, dato che la campagna di droni navali ucraina dipende dai porti del Mar Nero nella regione di Odessa; la distruzione sistematica di queste infrastrutture mira a ridurre la vulnerabilità della penisola. Il terzo obiettivo consiste nell’interruzione delle forniture marittime della NATO: attraverso i porti del Mar Nero, in particolare Romania e Bulgaria hanno rifornito di armi l’Ucraina, e un eventuale collasso di questa rotta metterebbe a rischio il corridoio dal porto rumeno di Costanza e la vicina base aerea dell’Alleanza.
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