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Proseguono gli attacchi all'Iran. L'America tenta di tornare al controllo dello Stretto Hormuz

90 obiettivi colpiti, l'IRGC risponde attaccando le basi Usa in Bahrain, Kuwait e Giordania. Axios: la Casa Bianca si prepara ad uno scontro di giorni o settimane

Francesco Ciotti

È stata un'altra notte di fuoco e fiamme in Medio Oriente, che sta vedendo deflagrare in modo forse irreversibile il già fragile Memorandum d'intesa tra Washington e Teheran.

L'esercito statunitense ha condotto una serie di attacchi su 90 obiettivi distribuiti su tutto il territorio iraniano, con l'obiettivo dichiarato di degradare la capacità di Teheran di minacciare il traffico navale nello Stretto di Hormuz. Le operazioni hanno interessato diverse città della costa meridionale, a partire dall'importante porto di Bandar Abbas, dove sono state segnalate numerose esplosioni. Sulle isole strategiche di Qeshm e Abu Musa, poste nei pressi dello stretto, si è registrata l'attivazione dei sistemi di difesa aerea iraniani.

La novità più significativa rispetto alla notte precedente è stata l'estensione degli attacchi alle città del sud-est iraniano. Iranshahr, Konarak e Chabahar sono state tutte prese di mira in quella che appare come un'intensificazione mirata della campagna militare statunitense. A Chabahar i bombardamenti sono stati descritti come pesanti, con colpi diretti su aree civili, siti militari, due importanti moli e il centro di controllo del traffico marittimo. A Iranshahr, frammenti di proiettili hanno raggiunto un ospedale durante gli attacchi, e almeno una persona ha perso la vita in seguito al danneggiamento di una struttura aeroportuale. Nel sud-ovest, anche Bushehr e le aree circostanti sono state colpite da attacchi aerei statunitensi, nonostante la città ospiti la centrale nucleare iraniana: le autorità locali hanno dichiarato che l'impianto non ha subito danni. 

Colpito il ponte ferroviario e le rotte verso Cina e Russia

In particolare, secondo l'agenzia di stampa iraniana Fars, tra gli obiettivi colpiti nella mattinata del 9 luglio figura anche il ponte ferroviario di Ogtay Khan, situato nella provincia settentrionale di Golestan, che sarebbe stato raggiunto da un missile da crociera statunitense. L'infrastruttura riveste un'importanza strategica elevata in quanto costituisce un nodo cruciale del corridoio ferroviario che collega l'Iran con la Cina e il Turkmenistan, attraverso il quale transitano scambi commerciali rilevanti anche con la Russia. La distruzione del ponte ha comportato la sospensione del servizio ferroviario passeggeri tra Teheran e Mashhad, città in cui erano previsti proprio quel giorno i funerali della Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei. Le autorità iraniane hanno comunque disposto percorsi alternativi via strada per consentire il transito dei passeggeri durante le operazioni di ripristino della linea.

Il portavoce del Ministero della Salute iraniano, Hossein Kermanpour, ha dichiarato che gli attacchi dell'8 e 9 luglio hanno causato almeno 14 morti e 78 feriti. Tra le vittime si contano tre persone decedute ad Ahvaz, nella provincia del Khuzestan, secondo quanto riportato dall'agenzia Fars. All'ospedale Imam Ali di Chabahar, frammenti di proiettili hanno colpito l'edificio provocando danni strutturali, sebbene nell'immediato non siano state segnalate vittime all'interno della struttura sanitaria. Quarantasette pazienti rimangono ricoverati e stanno ricevendo assistenza medica.   


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La risposta dell'IRGC: Bahrain, Kuwait e Giordania nel mirino

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Le Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno risposto agli attacchi statunitensi con una serie di operazioni missilistiche e con droni contro basi militari americane nella regione. In Kuwait sono stati colpiti Camp Arifjan e la base aerea Ali Al Salem; in Bahrain gli obiettivi hanno incluso la base di Al Jufair, sede della Quinta Flotta Navale degli Stati Uniti, e la base Sheikh Isa. Le forze di difesa aerea del Bahrain hanno dichiarato di aver intercettato e distrutto diversi bersagli aerei provenienti dall'Iran, mentre lo Stato Maggiore del Kuwait ha confermato che i propri sistemi di difesa stavano respingendo un attacco missilistico e con droni.

L'IRGC ha successivamente annunciato di aver lanciato dieci missili balistici contro un centro di comando e controllo statunitense in Medio Oriente e contro la base aerea di Al-Azraq in Giordania, come riferito dall'emittente statale IRIB. Le Guardie Rivoluzionarie hanno descritto l'intera operazione come "prima fase di misure di ritorsione" e hanno avvertito che, in caso di nuove aggressioni americane, i colpi si estenderanno ad altri avamposti statunitensi nella regione, con un riferimento esplicito a potenziali obiettivi negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar. 

Lo Stretto di Hormuz paralizzato

Ovviamente le conseguenze degli attacchi non potevano che ricadere sul corridoio marittimo più importante dell'area, che proprio in questi giorni stava tornando ai volumi di transito del passato. I dati dei servizi di tracciamento navale citati da Bloomberg mostrano come il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz si sia ridotto ai minimi storici in conseguenza di due giorni consecutivi di attacchi statunitensi sull'Iran. Il cosiddetto corridoio omanita, nel settore meridionale dello stretto, risulta completamente vuoto, mentre alcune imbarcazioni si muovono ancora lungo il corridoio settentrionale, rotta approvata dalle autorità iraniane. Solo due grandi navi risultano in transito: una superpetroliera soggetta a sanzioni statunitensi e una portacontainer battente bandiera iraniana. Prima dell'ultima escalation, la media giornaliera di navi in transito si attestava attorno alle 34 unità; l'8 luglio quel numero era già sceso a 14.

Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz riaprirà soltanto quando Teheran riterrà soddisfatte le proprie condizioni, e non sotto la pressione di Washington. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha condannato gli attacchi statunitensi come una violazione del memorandum d'intesa di Islamabad, mettendo in guardia contro ulteriori "avventurismi" militari. Da parte iraniana, un rappresentante dell'ambasciata a Mosca ha sottolineato che gli Stati Uniti starebbero "di fatto rinnegando" la quinta clausola del memorandum, che riconosce all'Iran un ruolo nel determinare l'ordine di sicurezza per il passaggio delle navi attraverso lo stretto. Il presidente Trump, dal canto suo, ha avvertito che gli Stati Uniti risponderanno a ciascun attacco iraniano con venti colpi, pur ammettendo che funzionari di Teheran lo avrebbero contattato per sondare la possibilità di un accordo, sulla cui fattibilità ha comunque espresso dubbi. 

"Una situazione estremamente pericolosa". Axios: scontri programmati per giorni o settimane

Ovviamente al centro della disputa c’è proprio il controllo dello Stretto, come abbiamo già sottolineato. Washington non è disposta ad ammettere al mondo intero che ha perso un ruolo geopolitico di primo piano.

E dunque, come riporta Axios, la Casa Bianca si sta preparando a quello che potrebbe diventare uno scambio di fuoco di diversi giorni o addirittura di diverse settimane con l'Iran per il controllo del corridoio marittimo.

Secondo la pubblicazione, funzionari statunitensi affermano che la Casa Bianca ritiene di avere maggiore margine di manovra per un'escalation, poiché centinaia di petroliere sono riuscite a lasciare il Golfo attraverso lo stretto nelle ultime settimane e dunque ciò ha attenuato le preoccupazioni all'interno dell'amministrazione, secondo cui un nuovo scontro avrebbe immediatamente innescato un forte aumento del prezzo del petrolio, hanno affermato i funzionari.

Ma, al contrario, gli analisti indipendenti stanno tracciando un quadro molto più sinistro e insidioso.

"Credo che ora ci troviamo in una situazione estremamente pericolosa", ha affermato Alex Alfirraz Scheers, analista della difesa con sede a Londra, ha dichiarato ad Al Jazeera.

Secondo l’esperto, l'accordo provvisorio tra Iran e Stati Uniti "potrebbe non essere morto, ma è certamente in condizioni critiche." Scheers individua il nodo irrisolvibile nel controllo dello stretto: "Per uscire da questa situazione di crisi, dopo quattro fasi di escalation, sarà necessaria moderazione da entrambe le parti. E non sembra che nessuna delle due sia disposta a esercitarla." Il ricercatore ritiene che per l'Iran la questione abbia raggiunto un punto di non ritorno: "Penso che siano probabilmente disposti a tornare a un conflitto su larga scala se ciò significa poter continuare a esercitare il controllo sullo stretto", perché quella via navigabile rappresenta "la loro principale fonte di leva in qualsiasi futura negoziazione." 

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Immagine di copertina realizzata con supporto IA