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Modi a Tel Aviv: il patto d'acciaio che sancisce la nuova offensiva israeliana

Francesco Ciotti

È difficile descrivere la tragicomicità dei toni fraterni e calorosi che hanno caratterizzato la discesa dall’aereo del primo ministro indiano Narendra Modi all’aeroporto Ben Gurion, per raggiungere il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella giornata di ieri. Sembrava di assistere all’abbraccio di due vecchi compagni di scuola e Modi sembrava incontenibile nel mostrare affetto al suo omologo israeliano, mentre l’Idf continua a trucidare palestinesi sulla striscia di Gaza.  Ben 615 morti si sono verificati durante il "cessate il fuoco" concordato tra Israele e Hamas lo scorso ottobre.
Ma si sa… Gli affari sono affari. Dall’“abbraccio” mediatico del 2017, in pochi anni l’India si è trasformata nel principale acquirente di armi israeliane, avendo speso 20,5 miliardi di dollari in armi israeliane tra il 2020 e il 2024. Nel 2024, gli scambi commerciali tra i due paesi, basati principalmente su difesa e sicurezza, ammontavano a 3,9 miliardi di dollari. Si prevede che questa visita aprirà la strada all’esportazione verso l’India di hardware militare finora soggetto a restrizioni, compresi sistemi come l’Iron Beam, arma laser ad alta energia da 100 KW entrata in servizio nell’esercito israeliano alla fine del 2025, e l’avanzamento del trasferimento di tecnologia per l’Iron Dome, per una futura produzione locale indiana. Questo salto di qualità non solo quantitativo, ma questa volta qualitativo: Israele non è più solo fornitore di armi, e l’India non è più soltanto cliente; entrambi sono ormai nodi di una catena industriale e tecnologica congiunta che rende strutturale il legame di difesa e amplia la base di sostegno all’apparato bellico israeliano.

Per Islamabad, questa dinamica è un campanello d’allarme strategico. Ex ambasciatori pakistani come Masood Khan e Masood Khalid interpretano la visita come un punto di svolta, il momento in cui il rapporto India–Israele potrebbe formalizzarsi in un accordo strategico speciale, speculare al Patto di Difesa Mutua firmato da Pakistan e Arabia Saudita nel settembre 2025.
L’ipotesi di un’intesa “da alleato privilegiato”, simile per profondità a quelle che Israele intrattiene con Stati Uniti o Germania, implicherebbe per il Pakistan il concreto rischio di ritrovarsi di fronte a un fronte integrato indo–israeliano, dove cooperazione militare, intelligence condivisa e convergenza dottrinaria si saldano in un unico spazio operativo. A rendere più concreta questa minaccia, agli occhi degli analisti pakistani, è la memoria fresca dell’utilizzo da parte dell’India di droni di fabbricazione israeliana durante la guerra aerea di quattro giorni del maggio 2025, quando la superiorità tecnologica indiana, fornita anche da Tel Aviv, si è tradotta in pressione diretta sullo spazio aereo e sul territorio pakistano.

Lo stesso Netanyahu ha offerto, alla vigilia della visita, la cornice concettuale di questo “patto d’acciaio” regionale: un “esagono di alleanze” che mette l’India al centro, insieme a Grecia, Cipro e una serie di stati arabi, africani e asiatici ancora non nominati, con l’obiettivo dichiarato di controbilanciare sia il cosiddetto “asse sciita radicale” sia un emergente “asse sunnita radicale”.
In un Medio Oriente in cui Recep Tayyip Erdogan è uno dei critici più espliciti di Israele e in cui Arabia Saudita e Pakistan hanno siglato una clausola di difesa collettiva che lega le rispettive sicurezza nazionali, i contorni di questo nuovo schieramento diventano evidenti: Tel Aviv non guarda più soltanto a Teheran e ai suoi alleati, ma anche a quei paesi sunniti che uniscono islam politico, retorica anti-israeliana e crescente coordinamento con Riyadh e Ankara, tra cui lo stesso Pakistan. In quest’ottica, il ruolo indiano non è quello di un semplice partner commerciale o tecnologico, ma di una cerniera eurasiatica: storicamente ostile al Pakistan, dotata di profondità demografica ed economica, e progressivamente allineata alla narrazione israeliana sulla sicurezza e sul “radicalismo islamico”.

L’arena del Golfo si sta trasformando in una polveriera in ebollizione. Per decenni, Islamabad ha fatto affidamento su Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait per prestiti, linee di credito e il flusso di rimesse dei lavoratori emigrati, elementi centrali per l’equilibrio macroeconomico del paese. Il Patto di Difesa Mutua con Riad, siglato nel 2025, ha formalizzato una postura di deterrenza congiunta, vincolando i due paesi a considerare un attacco contro l’uno come un’aggressione contro entrambi, e alimentando le speculazioni su un possibile ombrello nucleare pakistano a tutela del regno saudita. Ma, nel mentre, gli Emirati Arabi Uniti, storicamente tra i partner più stretti del Pakistan, hanno firmato un accordo strategico con l’India nel gennaio di quest’anno, spostando ulteriormente il baricentro del Golfo verso Nuova Delhi. In questo scenario, ogni passo che consolida la convergenza India–Israele – soprattutto in settori chiave come energia, porti, sicurezza marittima e tecnologia militare – rischia di tradursi in un indebolimento relativo della posizione pakistana nei centri decisionali del Golfo. 

Foto © Imagoeconomica 

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