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L'unione della resistenza in Bolivia come ai tempi di Pedro Domingo Murillo

L'avvocato di Charcas lasciò accesa una fiammella di speranza ancora impossibile da spegnere

Jean Georges Almendras

I boliviani sono scesi, con determinazione nella loro militanza, nelle strade e nelle piazze della loro terra natale. Coerenti con la loro autentica identità, da sempre rivoluzionari quando il potere attenta contro la libertà, i diritti e l'economia popolare — si sono mobilitati (e continuano a farlo) per esprimere (non con le braccia conserte, silenzio o diplomazia) che nel loro Paese il neoliberismo di matrice statunitense, nella persona del burattino di turno, Rodrigo Paz, sta provocando devastazioni ovunque e che, di fronte a questa situazione, la resistenza è più viva che mai.

Le risposte del popolo a tanto dispotismo, autoritarismo e ingerenza straniera non si sono fatte attendere, non solo all'interno dei settori contadini, minerari e sindacali boliviani, ma anche nell'intera regione.

Da anni, infatti, gli interessi del Paese del Nord sono puntati sulle risorse naturali e sulle comunità, nel tentativo di imporre politiche economiche e sociali proprie di un regime fascista, alimentato da ideologie e strutture che ordinano di reprimere, attraverso le forze dell'ordine e i militari, le migliaia di persone mobilitate contro il rozzo assoggettamento delle classi lavoratrici, dei cittadini liberi e dei settori popolari impegnati quotidianamente nella resistenza.

Una resistenza quotidiana che rappresenta un tratto distintivo del popolo boliviano e che richiama alla memoria Pedro Domingo Murillo, avvocato di Charcas, rivoluzionario paceño, martire e leader del movimento libertario impegnato nella lotta per l'indipendenza nazionale.

Murillo fu condannato a morte per impiccagione nella piazza pubblica (che oggi porta il suo nome), e il 29 gennaio 1810, prima di morire si rivolse al popolo pronunciando parole profetiche: “Compatrioti, io muoio, ma la fiaccola che lascio accesa nessuno la potrà spegnere. Viva la libertà!”

E quella fiaccola è rimasta accesa ancora oggi. Altri uomini e donne si sono impegnati affinché ciò fosse possibile: centinaia e centinaia di esseri umani, completamente anonimi, hanno dato vita alle rivolte in Bolivia nel corso degli ultimi anni, incarnando una resistenza popolare inconfondibile.

Una resistenza non soltanto inconfondibile, ma anche multiforme nella sua essenza e nelle sue modalità, come è accaduto a metà dello scorso mese di giugno, quando in territorio boliviano sono giunti rappresentanti dell'attivismo femminista, difensori dei diritti umani, unendosi alla grande mobilitazione contro le misure imposte dal governo di Rodrigo Paz. Misure perfettamente allineate ai desideri e agli obiettivi degli Stati Uniti, ben presenti nell'azione governativa. Poiché i tentativi di dialogo non hanno prodotto risultati, il governo ha scelto di proclamare lo stato d'assedio, al prezzo di arresti, feriti e morti e, naturalmente, di continue violazioni dei diritti umani.

La giornalista e attivista femminista Claudia Korol (figura di indiscusso riferimento nell'Abya Yala), ha riassunto la propria recente permanenza in Bolivia, in un Paese sconvolto e segnato da fortissime tensioni, come componente di una delegazione femminista e di giornalisti popolari, con l'obiettivo di rompere il blocco informativo imposto dal governo di Rodrigo Paz in qualità di capo del potere esecutivo.

Korol, in un articolo scritto appositamente per Página 12, ha descritto il territorio nel quale si trovava insieme ai suoi compagni di delegazione, un territorio nel quale, secondo le sue stesse parole, “il razzismo, la violenza sessuale e la sospensione delle garanzie costituzionali cercano di disciplinare i corpi delle donne e l'organizzazione comunitaria, che continua a resistere nelle strade e nei blocchi stradali”.

Nelle città di Santa Cruz e San Julián, la delegazione di cui faceva parte Claudia Korol aveva come principale obiettivo documentare la situazione delle donne, delle dissidenze sessuali, delle comunità indigene e dei movimenti popolari, constatando direttamente l'aumento della violenza razzista e patriarcale, la proliferazione dei discorsi d'odio e, in particolare, una feroce persecuzione delle dissidenze sessuali, la violazione dei diritti fondamentali dei popoli e delle garanzie giuridiche durante le operazioni repressive messe in atto dal governo di Rodrigo Paz, sia attraverso attori politici, militari e giudiziari quanto, come se non bastasse, mediante gruppi parapolizieschi operanti secondo inquietanti criteri di complicità e di impunità, tanto cinica quanto sfacciata.

La presenza in Bolivia della delegazione femminista e dei giornalisti popolari, internazionali, si è svolta in parallelo alle grandi manifestazioni di resistenza registrate nei punti di blocco, lungo le principali arterie stradali, non soltanto a Santa Cruz, ma anche nella città di La Paz.

Nel suo resoconto, Claudia Korol ha fatto riferimento alla presenza, durante quelle imponenti proteste, di gruppi parapolizieschi armati che, senza la minima intenzione di nascondere le proprie intenzioni, hanno messo in atto azioni di intimidazione e minaccia. Tutti loro sostenuti e protetti da organizzazioni funzionali al potere, come il Comitato Civico, e agivano chiaramente con l'obiettivo di neutralizzare la resistenza popolare, frammentarla e imporre la paura e il terrore.

L'impiego di gas lacrimogeni, machete, bastoni e armi da fuoco in quelle incursioni irregolari, di evidente matrice fascista, era divenuto pratica abituale; una costante in ogni luogo del territorio boliviano dove contadini e minatori, talvolta insieme alle loro intere famiglie, manifestavano con forza il proprio tenace rifiuto delle violenze scatenate. Violenze con il segno della codardia e dell'impunità, finalizzate soprattutto a disarticolare tutti i legami di unità e di forza costruiti dai movimenti popolari, che continuavano a portare nelle proprie mani quella fiaccola accesa lasciata da Pedro Domingo Murillo pochi minuti prima di essere impiccato e successivamente decapitato per ordine delle autorità coloniali spagnole, agli inizi del XIX secolo.

Oggi, in Bolivia, il potere ha un altro volto: quello di un governante arroccato nel Palacio Quemado di Plaza Murillo, ispirato non certo agli ideali dell'avvocato che lasciò accesa la fiaccola, bensì a quelli del suo carnefice; un carnefice che, come un maledetto camaleonte, ha cambiato colore nel corso del tempo, ingannando i popoli, prima per servirsene e poi per sottometterli e reprimerli: fucilandoli, perquisendo le loro sedi sindacali e le loro abitazioni, incarcerandoli sempre nel nome di una falsa pacificazione, di un dialogo ipocrita, demagogico e subdolo.

Nel suo rapporto per Página 12, Claudia Korol riporta dati precisi; dati sconvolgenti che la stessa delegazione ha potuto verificare direttamente nella propria veste di osservatrice.

In particolare:

“1) Sono stati uccisi durante la repressione di polizia mediante l'uso di gas lacrimogeni Alberto Cruz Chinche, di 71 anni, a El Alto il 16 maggio; Martha Villca Sosa, di 51 anni, della provincia di Camacho, a El Alto il 21 maggio; e Víctor Quispe Cruz, di 24 anni, a Vilaque, Calamarca, colpito da un proiettile al cranio durante la repressione di un posto di blocco. Di queste tre vittime, soltanto l'ultima è riconosciuta ufficialmente dallo Stato. Ci viene inoltre riferito che vi sarebbe almeno un'altra persona deceduta a causa della repressione e numerose altre morte per non aver ricevuto assistenza negli ospedali pubblici, i quali, invece di tutelare la salute e la vita delle persone, segnalavano alle autorità i feriti. 2) Abbiamo constatato la detenzione di 365 persone tra La Paz ed El Alto. Di queste, 323 sono sottoposte a procedimento giudiziario e 22 si trovano in carcere. Duecentotrentasette provengono da La Paz, 63 da El Alto e 45 da Oruro. A San Julián e Santa Cruz vi sono stati cinque arresti, dei quali tre persone sono state rilasciate con misure alternative alla detenzione e due poste in custodia cautelare. Diversi giovani sono stati arrestati e successivamente liberati dopo che erano stati loro sottratti i documenti d'identità e i portafogli, mai restituiti al momento del rilascio. A Cochabamba, nel corso del mese di giugno, abbiamo verificato che durante i blocchi stradali sono state arrestate 11 persone a Pirque Parotani, 11 a Itapaya, 15 a Cruce Tarata, 33 a Río Kjora-Vinto, delle quali 22 sono state rilasciate e 11 poste in custodia cautelare per tre mesi presso il carcere San Pablo di Quillacollo. Al chilometro 9 di Uspha Uspha sono state arrestate 18 persone: nove sono state liberate, tre poste agli arresti domiciliari e sei sottoposte a custodia cautelare per tre mesi presso il carcere San Sebastián. Il numero complessivo delle persone detenute o sottoposte a procedimento giudiziario è di 92.  3) Durante le visite ai centri sanitari, dialogando con operatori e persone che usufruiscono dei servizi, abbiamo riscontrato gravi carenze di materiali, medicinali e personale medico. 4) In diverse regioni, in particolare nel Chapare, per diverse ore sono state interrotte l'energia elettrica e le comunicazioni.”

Dalla redazione di Antimafia Dos Mil di Montevideo avevamo già pubblicato, a suo tempo, una cronaca nella quale illustravamo le principali rivendicazioni delle persone che hanno manifestato per oltre cinquanta giorni, chiedendo di fatto le dimissioni del presidente Rodrigo Paz.

Il profondo deterioramento dell'economia boliviana, la distribuzione di carburante di scarsa qualità con conseguenti danni ai mezzi del trasporto pubblico, l'aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità e un contesto generale di crescente malcontento e di crisi sociale sono stati, in definitiva, i fattori determinanti che hanno provocato il dilagare della repressione contro le masse popolari. A questa offensiva ha fatto immediatamente seguito una resistenza ferrea che, a sua volta, ha spinto il potere a scatenarsi senza controllo, nel sangue e nel fuoco, diffondendo terrore e una violenza fuori da ogni limite.

La cronaca di Korol riporta testimonianze di episodi dei quali, in molte occasioni, sia lei sia le persone che la accompagnavano, sono state testimoni dirette, assistendo a violenze verbali, volgari e misogine rivolte contro donne indigene, con il solo scopo di umiliarle e sottoporle al pubblico ludibrio.

È apparso più che evidente, al mondo, alla regione e agli stessi boliviani, entro i confini del loro Paese, che i neoliberismi di ieri e di oggi sono strettamente intrecciati; ma lo sono anche le resistenze, che giorno dopo giorno si intrecciano sempre di più.

L'avidità degli Stati Uniti, abbracciata da Rodrigo Paz e dal suo seguito di servitori del potere, mira a erodere la sovranità di un Paese il cui popolo non ha mai smesso di resistere, con le armi o pacificamente; un popolo che ha sempre saputo risvegliare le coscienze per porre fine ai carnefici che condannarono Pedro Domingo Murillo, a coloro che eseguirono servilmente la sua sentenza e a quanti si resero complici del suo assassinio. Un assassinio che continua a ripetersi e che, rivoluzione dopo rivoluzione, è stato vendicato e denunciato, generazione dopo generazione.

Come se tutto ciò non bastasse, si è verificato un ulteriore episodio: la stessa delegazione di attiviste e comunicatori popolari della quale faceva parte Claudia Korol è stata individuata dalle autorità. È accaduto nei pressi della località di Montero. La delegazione è stata condotta, in un clima di forte tensione, dapprima in una stazione di polizia e successivamente presso un ufficio dell'Immigrazione a Santa Cruz, dove i suoi componenti sono stati minacciati di possibili ritorsioni qualora avessero svolto attività di carattere politico. Solo dopo molte ore di incertezza, e per di più senza le garanzie giurisdizionali e giudiziarie che sarebbero spettate loro, sono stati rimessi in libertà, come se nulla fosse accaduto.

Come se davvero non fosse successo nulla. Come se, in quel Paese, in quella terra dove sono nato settant'anni fa, ai piedi del monte Illimani, a La Paz, a quasi cinquemila metri di altitudine, le resistenze appartenessero soltanto al passato. Ma non è così, perché io stesso le ho viste con i miei occhi durante la mia infanzia, prima di trasferirmi con la mia famiglia in Uruguay.

Il popolo boliviano, che ha il sangue nelle vene, continua a resistere; continua a farlo con dignità.

E, come Pedro Domingo Murillo, continua a lasciare accese migliaia e migliaia di fiaccole, che ormai sono diventate milioni e che nessuno riuscirà mai a spegnere.