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La fame, la disoccupazione e i tagli di bilancio: Milei strangola gli argentini

Le politiche di austerity del presidente stanno portando al lastrico il paese: studenti, lavoratori e pensionati in rivolta

Jean Georges Almendras

Sappiamo davvero, con la mano sul cuore, cosa si prova fisicamente quando si soffre la fame? Credo che la grande maggioranza di noi non lo sappia, fatta eccezione per coloro che vivono realmente sulla propria pelle questa terribile condizione, biologica e sociale; fatta eccezione per chi, giorno dopo giorno, vede con gli occhi sbarrati che il denaro di cui dispone non basta nemmeno a garantire alla propria famiglia un pasto modesto; e fatta eccezione per chi vive in condizioni di estrema marginalità, il cui destino quotidiano consiste inevitabilmente nel raccogliere cibo dai cassonetti dei rifiuti o, in alternativa, nell’attendere, con ansia, la buona volontà dei vicini o di gruppi di attivisti, laici o religiosi, che porteranno loro qualcosa da mangiare per sopravvivere alla giornata. Domani sarà un altro giorno. 

Questo è il devastante stato delle cose che, oggi, caratterizza i settori più vulnerabili, e non solo, della società argentina. Un’Argentina che si sta sgretolando a ritmo accelerato; una velocità che testimonia fedelmente come l’attuale governante, Javier Milei, insieme alla sua squadra di governo, non soltanto dimostri scarso interesse per questa molteplicità di realtà, ma contribuisca ogni giorno ad aggravarle drammaticamente, imponendo misure economiche ispirate a un neoliberismo dissanguante e perverso, di chiara matrice statunitense. 

Un contesto di esplosione sociale, in cui la fame e i bisogni umani si danno la mano dando vita a un micromondo della disperazione; una disperazione che si estende in tutto il Paese, dove la popolazione oscilla come un pendolo nel mezzo di una delle più gravi catastrofi sociali registrate nella storia argentina, almeno negli ultimi venticinque anni. Prima di questa, vi fu infatti la crisi dell’inizio degli anni Duemila, durante il governo di Fernando de la Rúa, accompagnata da repressioni poliziesche, proprio come accade nell’attuale amministrazione, nella quale la violenza statale sembra essere una delle opzioni preferite del potere.  

Tuttavia, le forme di resistenza, quasi proporzionalmente a questi abusi, autoritarismi e manifestazioni di insensibilità, fortunatamente non sono assenti. Tra gli argentini vi sono coloro che, oltre a sopportare stoicamente questi eccessi, quasi criminali, del capitale finanziario internazionale che orienta l’azione governativa, hanno scelto la lotta, fortunatamente in ambiti diversi: quello sindacale, quello studentesco, l’ampio mondo dei sacerdoti che operano in favore dei poveri e gli attivisti e le organizzazioni per i diritti umani più esposti mediaticamente, che vivono il proprio impegno con un livello di coscienza ammirevole.  

Uno di questi esempi, che non possiamo ignorare, è quello recentemente offerto dall’argentino premio Nobel per la pace, Adolfo Pérez Esquivel, oggi novantaquattrenne, che ha intrapreso uno sciopero della fame della durata di una settimana contro la fame del popolo. L’iniziativa era stata annunciata nella storica e simbolica Plaza de Mayo, nella Città Autonoma di Buenos Aires, luogo che in numerose occasioni è stato teatro di mobilitazioni popolari di grande rilevanza politica e di lotte sociali di primo piano, come quella portata avanti, nei primi mesi della dittatura militare, imprenditoriale ed ecclesiastica, dalle coraggiose madri dei tanti desaparecidos, conosciute in tutto il mondo come le Madres de Plaza de Mayo e le Abuelas de Plaza de Mayo. 

Cinquant’anni dopo quella resistenza, e a pochi mesi dal 24 marzo scorso, giorno in cui il popolo argentino ha espresso, senza silenzi compiacenti né ortodossie accomodanti, il proprio indignato rifiuto del negazionismo statale riguardo ai desaparecidos, rendendo loro il dovuto omaggio e ricordo, il Paese vive una nuova offensiva del potere e, ancora una volta, una ferma resistenza; coraggiosa e tenace, fedele al proprio patrimonio storico e identitario di popolo combattivo, quale è sempre stato in ogni fase della sua storia. 

Adolfo Pérez Esquivel, che negli anni Settanta subì il carcere, la tortura e rischiò di diventare una delle tante vittime gettate dagli aerei nelle acque del Río de la Plata, in occasione del suo sciopero della fame ha esortato i propri concittadini con parole incisive: 

“Questi sono giorni per risvegliare le coscienze; tutto questo cambierà quando il popolo si alzerà in piedi e dirà basta”. 

“Il popolo vive in uno stato di totale indifesa; l’unico modo per invertire questa situazione è unirci, non attraverso la violenza, ma attraverso una ribellione delle coscienze, affinché iniziamo a pensare e ad agire”.

E, come se non bastasse, nella parte finale del suo intervento ha definito il presidente libertario Milei “un servitore dell’impero nordamericano che non può parlare a nome del popolo argentino né dei popoli dell’America Latina”.

Se il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, microfono alla mano, in Plaza de Mayo, è stato più che eloquente, accompagnato dai membri della Mesa Ecuménica, un movimento che si batte per la democrazia, la vita e il bene comune, i sacerdoti impegnati nell’opzione preferenziale per i poveri hanno ulteriormente rafforzato questa resistenza, al punto che uno dei loro principali esponenti, Paco Olveira, ha dichiarato senza riserve: “Stiamo normalizzando un genocidio a gocce”.

Lo ha affermato in occasione del digiuno promosso anch’esso dalla Mesa Ecuménica, sempre in Plaza de Mayo.

L’emergenza sociale, la violenza statale e la perversità, ormai ricorrente e abituale dall’arrivo di Javier Milei alla Casa Rosada, dei tagli di bilancio imposti dall’Esecutivo in settori come la sanità, l’istruzione e l’assistenza sociale, conferiscono alla convivenza tra gli argentini una tonalità drammatica e oscena, quando una vasta classe media impoverita si trova a condividere strade e piazze con coloro che dispongono di solide risorse economiche e godono di un elevato tenore di vita, spesso accompagnato da ostentazione e, in alcuni casi, da atteggiamenti di discriminazione, razzismo e aperto disprezzo nei confronti di chi vive per strada cercando semplicemente di sopravvivere giorno dopo giorno.

Ma l’esplosione sociale cui si faceva riferimento all’inizio continua a manifestare tutta la sua tensione drammatica; le resistenze si moltiplicano e le valutazioni dei sacerdoti della Mesa Ecuménica non si attenuano, bensì diventano ancora più incisive.

Per esempio, il sacerdote Rodolfo Viano, che come il collega Olveira è stato colpito dai gas lacrimogeni e represso dalla Polizia della Città, ha affermato:

“Milei ha paura del popolo”.

In un altro scenario della capitale, vale a dire presso la Università di Morón, un’altra voce si è aggiunta alla resistenza, rivendicando il diritto di difendere i più vulnerabili. Si tratta del giudice federale Alejandro Slokar, le cui parole hanno risuonato in una delle aule dell’ateneo in occasione del conferimento del titolo di dottore honoris causa.

La stampa argentina ha riportato le sue dichiarazioni durante una conferenza stampa: “Senza giustizia sociale, qualsiasi progetto di Paese è destinato al fallimento”.

Slokar è inoltre membro della Camera Federale di Cassazione, uno dei più alti tribunali penali dell’Argentina, e professore ordinario presso la Università di Buenos Aires.

“La giustizia sociale costituisce la dimensione più elevata della giustizia ed è una condizione irrinunciabile per la costruzione democratica di un’Argentina moderna, integrata e minimamente sostenibile”.

Ha inoltre aggiunto: “La civiltà non ha scelto il “si salvi chi può” della barbarie”, sottolineando, ad esempio, che “quando le risorse necessarie alla sopravvivenza sono scarse, la tutela prioritaria deve essere garantita ai più vulnerabili”.

E ancora: “Se l’economia regola la limitatezza di risorse, il diritto amministra la dignità. La giustizia sociale costituisce il presupposto di legittimità del sistema politico-istituzionale e tale legittimità viene garantita soprattutto quando il potere giudiziario esercita con decisione il proprio dovere di intervento”.

Un titolo giornalistico dedicato all’insicurezza alimentare dice: “Nella Provincia di Buenos Aires, quattro famiglie su dieci devono mangiare meno per pagare i propri debiti”.

Si evidenzia inoltre che l’86% delle famiglie vive una situazione di stress economico mensile a causa del drastico calo dei redditi, riflesso di una grave crisi occupazionale. Ciò comporta, come viene denunciato ormai da mesi, che la mancanza o la riduzione delle entrate renda il peso sociale sempre più insostenibile.

I capifamiglia, uomini e donne, vivono ore, giorni e settimane di un dramma che, dalla nostra redazione, risulta difficile perfino descrivere. Le loro situazioni sono infatti estreme e richiedono soluzioni urgenti.

La radiografia sociale elaborata dagli organismi specializzati nello studio delle problematiche sociali, incaricati di misurare tali fenomeni e di orientare eventuali processi di dialogo con il governo, dialoghi che di fatto sembrano inesistenti, continua a segnalare ai mezzi di comunicazione che avere un impiego regolare non rappresenta più una garanzia.

La realtà sociale nei quartieri della provincia governata da Axel Kicillof ha raggiunto una soglia critica: la recessione è molto elevata e il crollo del potere d’acquisto è brutale. Di conseguenza, da studi condotti famiglia per famiglia, è stato osservato che la maggioranza delle famiglie della Provincia di Buenos Aires vive in una condizione di vulnerabilità crescente e incontrollata.

Esistono rapporti in possesso degli organi di stampa che indicano come, per arrivare alla fine del mese, una famiglia debba letteralmente indebitarsi, riducendo le spese considerate non essenziali.

Ed è qui che emerge un dato sconvolgente, che evidenzia il livello predominante di vulnerabilità: soltanto il 2% circa della popolazione vive in condizioni di reale agiatezza e, soprattutto, dispone della possibilità di accumulare risparmi significativi.

Nella sfera commerciale si è ormai normalizzato il ricorso al credito bancario, ma anche agli acquisti a debito, vale a dire alla possibilità di prendere gli alimenti con la promessa di pagarli successivamente, più precisamente alla fine del mese, purché si disponga almeno di un lavoro regolare.

Le carte di credito sono diffuse ovunque e coloro che non le possiedono, o dispongono di pochissimo denaro contante, non hanno altra scelta che rivolgersi alle mense comunitarie, ai centri di distribuzione di alimenti o chiedere aiuto a parenti e conoscenti. Tutto questo per riuscire semplicemente a procurarsi del cibo; in altre parole, per non soffrire la fame.

Una fame che stringe e fa tremare lo stomaco; un tremore che si diffonde a tutto il corpo, lacera le emozioni e scatena tempeste nella mente, erodendo i legami sociali, mentre la fragilità si manifesta in tutta la sua evidenza e l’ansia compromette profondamente la qualità della vita.

Vi sono persone che saltano i pasti quotidiani: invece di quattro consumano tre pasti, oppure soltanto due; e se vi sono bambini, naturalmente saranno loro la priorità.

Tuttavia, negli stessi quartieri o nel centro di Buenos Aires, ristoranti, steakhouse, pizzerie e caffetterie continuano a servire una numerosa clientela, composta soprattutto da turisti occasionali, come se nulla stesse accadendo. Eppure proprietari e camerieri sanno bene che la realtà vissuta dalla maggioranza della popolazione è un’altra; una realtà che riguarda spesso anche il personale stesso del settore. Un settore che assiste quotidianamente alla coesistenza tra chi può permettersi di consumare e chi invece non può.

Il termometro sociale dell’Argentina di oggi segnala un solo parametro, evidenziato in rosso: esiste una grave insicurezza alimentare, perché tutto, in quel Paese, è diventato insicuro; tutto. 

Per descrivere ciò che accade oggi in Argentina ci vorrebbero fiumi d’inchiostro e interminabili ore di trasmissioni televisive e radiofoniche. E ciò senza considerare che alcuni mezzi di comunicazione, per ragioni congiunturali di carattere imprenditoriale e per la loro vicinanza all’ufficialismo, operano anch’essi selezioni e riduzioni informative che impediscono che la realtà,  e soprattutto i drammatici fatti sociali, siano adeguatamente visibili sia agli stessi argentini sia al resto del mondo.

Sebbene il governo di Milei proceda con tagli indiscriminati, orientando la propria politica economica al pagamento del debito e attenendosi a linee guida di matrice statunitense, riducendo drasticamente le risorse destinate all’istruzione, alla sanità, alle pensioni e alle politiche sociali, dalla sede del governo della Provincia di Buenos Aires il governatore Axel Kicillof continua a permettere che, sul piano occupazionale, proseguano quasi quotidianamente licenziamenti, sospensioni dal lavoro, chiusure di imprese e misure di contenimento che colpiscono anche il personale docente, attraverso la riduzione degli aiuti alle scuole pubbliche.

Alla miseria, alla fame, alla disoccupazione e all’instabilità sociale si aggiunge inoltre un altro elemento che incide profondamente sulla possibilità di conoscere la realtà dei fatti: l’intimidazione e l’attacco nei confronti del giornalismo, con il solo scopo di impedire che venga resa pubblica l’informazione sugli espropri e sulle privazioni che, secondo questa lettura, vengono attuati dal ‘mileismo’. 

Su questo punto, la giornalista Inés Hayes, collaboratrice del quotidiano Página/12 e di altri mezzi di comunicazione, si esprime con estrema chiarezza, concentrandosi sull’aspetto che ritiene essenziale: “Non vogliono che raccontiamo il saccheggio che stanno compiendo ai danni del Paese”. 

Hayes sottolinea inoltre che i lavoratori della stampa sono anch’essi vittime di un mileismo soffocante: repressione e riduzioni salariali conducono alla conclusione che anche il giornalismo e la libertà di espressione si trovano sotto la pressione dello Stato. 

Ciò significa che l’arte, la letteratura e il giornalismo militante dovranno rafforzare ulteriormente la propria coesione e la propria capacità di mobilitazione.

Ma uniti davvero; non si tratta di una metafora. Milei e il suo piano d’azione, secondo questa interpretazione, non rappresentano una figura simbolica, bensì una realtà concreta: lo smantellamento sistematico di un intero popolo appartenente a un immenso Paese che, secondo questa visione, si starebbe perdendo secondo dopo secondo, al prezzo della sofferenza dei cittadini; perdendo o, forse, estinguendosi. 

L’impronta lasciata da Milei sarà profonda e del suo lascito, forse, è meglio non parlare. Sarà un peso estremamente difficile da sopportare e da rovesciare. Oppure sarà possibile riuscire a rovesciarlo? 

Il primo passo sarà prendere coscienza, restare uniti e vivere una ribellione delle coscienze, come sosteneva Adolfo Pérez Esquivel

Foto © Imagoeconomica