La crisi energetica frena la corsa al riarmo. Governo al palo per la guerra di Trump
Bruxelles gela la richiesta di Meloni sulla flessibilità di bilancio mentre lo scontro Crosetto-Giorgetti paralizza l'esecutivo
Corre un nervosismo crescente a Palazzo Chigi di fronte allo tsunami inflattivo prossimo ad abbattersi nel nostro Paese e che rischia di vanificare la propaganda di un riarmo felice, a prova di sacrifici lacrime e sangue che invece si stanno apprestando.
La scintilla che ha reso il problema esplosivo è stata la lettera inviata domenica 18 maggio da Giorgia Meloni alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in cui la premier ha chiesto di estendere la National Escape Clause — la deroga al Patto di stabilità prevista per le spese militari — anche agli investimenti per fronteggiare la crisi energetica.
La risposta di Bruxelles è stata glaciale. Un portavoce della Commissione europea ha dichiarato che l'attenzione è rivolta a “sfruttare appieno i finanziamenti Ue già disponibili”, citando circa 95 miliardi già a disposizione per gli investimenti energetici nei pacchetti europei esistenti. Il margine per nuovi strumenti di flessibilità sembra stretto, anche perché i Paesi cosiddetti "frugali", Germania in testa, sono contrari a qualsiasi allentamento dei vincoli fiscali che vada oltre quanto già concordato.
Di fatto il governo si è messo in un guaio tanto insidioso quanto l’avventura di Trump in Medio Oriente, da cui non sembra esserci via d’uscita.
Dall'inizio della XIX legislatura, il Ministero della Difesa guidato da Guido Crosetto ha trasmesso al Parlamento oltre 80 programmi di acquisto di armamenti — portando il totale degli impegni attivati a oltre 60 miliardi di euro, di cui 25 già impegnati finanziariamente. Solo nel dicembre 2025, in poche settimane, sono stati aggiunti 14 nuovi programmi per un valore complessivo di 5,3 miliardi.
Per il 2026, i fondi destinati ai programmi di acquisto di armamenti raggiungono un record storico di oltre 13,1 miliardi di euro, in crescita di circa il 60% rispetto al 2022. Il bilancio complessivo del Ministero della Difesa si attesta a 32,4 miliardi di euro, con una crescita netta di 1,1 miliardi (+3,52%) rispetto al 2025. Se si include l'intera spesa militare stimata secondo la metodologia dell'Osservatorio Mil€x, si arriva a circa 33,9 miliardi di euro, un ulteriore record storico che segna un aumento di oltre il 45% rispetto al 2017.
Se le cifre attuali non fossero già mastodontiche, ricordiamo che al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025, l'Italia — insieme agli altri 32 alleati — ha sottoscritto l'impegno a raggiungere il 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% in spesa militare in senso stretto e l'1,5% in sicurezza, infrastrutture critiche e base industriale della difesa. Per l'Italia, questo significherebbe arrivare a circa 80 miliardi di euro entro il 2035, rispetto ai 45 attuali. Un decimale che vale un anno di manovra.
Ora la spaccatura è palpabile anche all’interno del governo e lo scontro è aperto tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti.
Il 14 maggio Crosetto si è pubblicamente lamentato del collega leghista: “Entro fine maggio bisognerebbe decidere se accedere al Safe oppure no» e «firmare i contratti”, aggiungendo che “sarà una decisione che non spetta alla Difesa ma al Mef”. Crosetto non concepisce passi indietro sul riarmo e ritiene il programma SAFE una necessità strategica imprescindibile.
Giorgetti, invece, tiene stretti i cordoni della borsa. Il ministro dell'Economia ha ricordato in Parlamento che SAFE “è un sistema di finanziamento non certo a costo zero” e che, pur avendo “il vantaggio di consentire una dilazione in avanti nel tempo e tassi vantaggiosi”, implica comunque “l'obbligo della restituzione”. La preoccupazione del titolare del Tesoro è che aggiungere debito per la difesa, in un contesto di crisi energetica e di procedura di infrazione europea ancora non archiviata, sia un rischio finanziario che l'Italia non può permettersi.
La Crisi Energetica come Catalizzatore
A complicare tutto ci ha pensato l'operazione militare di Stati Uniti e Israele contro l'Iran che ha provocato il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Le conseguenze per l'Italia sono state immediate e severe: le quotazioni del gas europeo sono raddoppiate, arrivando a oltre 60 euro al megawattora dai circa 30 di inizio anno; il prezzo del Brent ha toccato un massimo di 118,35 dollari al barile.
L'Italia è tra i Paesi europei più esposti alla crisi, essendo il primo Stato dell'UE per dipendenza dal gas, che copre il 35,1% del fabbisogno energetico totale. Secondo le stime di Oxford Economics, l'Italia rischia un'inflazione aggiuntiva dell'+1,1% nel 2026, contro una media europea dello 0,6%. La Cgia di Mestre ha calcolato che l'impatto sulle bollette potrebbe costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro in più.
È in questo contesto che la lettera di Meloni a Von der Leyen acquista il suo pieno significato politico: il governo ha bisogno di poter presentare ai cittadini misure concrete di sostegno alle famiglie, ma i vincoli del Patto di stabilità lo impediscono. Chiedere a Bruxelles la stessa flessibilità concessa per la difesa — e usarla per l'energia — è un tentativo di sbloccare risorse senza violare formalmente le regole europee.
Le Opposizioni all'Attacco
Sul fronte delle opposizioni, il Movimento 5 Stelle, attraverso i parlamentari delle commissioni Difesa, ha denunciato come Meloni abbia “squarciato il velo di ipocrisia della narrazione del governo secondo cui le spese in armi non sono in contrapposizione con altre spese”, ricordando le parole dello stesso Crosetto che aveva definito “la cosa più schifosa che si potesse fare” mettere in concorrenza difesa e welfare.
Il PD di Elly Schlein ha puntato invece sulla responsabilità politica: “È facile dare la colpa all'Europa del fallimento totale della politica economica di tre anni”, sottolineando come gli impegni sul riarmo siano stati scelti autonomamente dal governo, non imposti da Bruxelles. La posizione del PD sul riarmo è articolata: nel settembre 2025 aveva presentato una mozione chiedendo di non aderire al target del 5% e di seguire il modello spagnolo di dialogo all'interno dell'Alleanza.
Il M5S, invece, mantiene una posizione di opposizione frontale: fin dal marzo 2025 il presidente Conte aveva definito il piano ReArm Europe un rischio concreto di trascinare l'Europa in guerra e un regalo alle lobby delle armi, chiedendo una difesa comune europea piuttosto che il riarmo dei singoli Stati.
Foto © Imagoeconomica
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