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Iran, perché Teheran non cede a Trump? L'analisi di Alessandro Orsini

AMDuemila

Dal nucleare alle sanzioni: le otto ragioni della fermezza iraniana dopo i bombardamenti 

“L’Iran ha respinto le richieste di Trump perché deve trarre profitto dai danni subiti nei bombardamenti. Trump chiede i 440 kg di uranio arricchito, con cui Teheran potrebbe costruire la bomba atomica in un anno. Trump chiede anche che l’Iran distrugga il programma nucleare che Israele e gli Stati Uniti non sono riusciti a distruggere in due guerre”. Eppure, gli iraniani continuano sulla propria strada, senza piegarsi alle richieste degli Stati Uniti. E questo perché Teheran ha compreso che l'intervento militare di Netanyahu e di Trump si è dimostrato un chiaro fallimento.

Lo ha spiegato Alessandro Orsini sul Fatto Quotidiano, precisando che “nonostante Israele abbia riversato la massima potenza convenzionale sull’Iran, gli iraniani conservano il 75% dei loro lanciatori mobili e oltre il 70% dei missili che avevano prima della guerra”. Questo mentre il “programma nucleare è fondamentalmente intatto”, gli ingressi alle enormi aree sotterranee dove vengono prodotti i missili sono stati liberati e resi accessibili e, guardando ai bombardamenti di Trump, si chiedono: “Tutto qui?”.

Da questo punto di vista, la diplomazia viene vista come una prosecuzione della guerra con altri mezzi. “Ogni Stato può chiedere alla controparte ciò che potrebbe ottenere con la guerra”, ha spiegato Orsini. Se Washington non è riuscita a impossessarsi dell’uranio con i bombardamenti, allora non avrebbe il potere di pretenderlo al tavolo negoziale.

Un altro aspetto riguarderebbe, invece, la sfiducia iraniana verso il sistema delle sanzioni occidentali. L’Iran ritiene infatti che gli Stati Uniti possano revocare o reintrodurre le sanzioni in qualsiasi momento, indipendentemente dagli accordi firmati. Motivo per il quale gli accordi rimangono una soluzione inconcludente, almeno per gli iraniani: “Consegniamo l’uranio mercoledì e Trump reintroduce le sanzioni giovedì”.

“La terza ragione della fermezza dell’Iran risiede nella struttura del sistema politico americano. I presidenti statunitensi si succedono, alternando la linea dura e quella morbida”. Per questo stesso motivo, all’Iran conviene temporeggiare e mantenere l’uranio. La quarta ragione, ha proseguito l’esperto di terrorismo internazionale, riguarda gli obiettivi preferiti da Israele e Stati Uniti: i Paesi più deboli. “Se l’Iran si indebolisse consegnando l’uranio, accrescerebbe le probabilità di subire un nuovo attacco”. E ancora: “La quinta ragione della fermezza di Teheran è il sostegno di Cina e Russia. La sesta è che l’Europa ha isolato Trump. La settima è che l’Iran deve tirarla per le lunghe per comprimere Trump tra la recessione mondiale e la trattativa. L’Iran deve attendere che la crisi economica faccia male all’Occidente”.

Infine c’è l’ottavo elemento: il calo di consenso di Donald Trump. Se la leadership americana appare più fragile sul piano interno, l’Iran potrebbe sentirsi incoraggiato a resistere, aspettando che le difficoltà politiche riducano la capacità della Casa Bianca di mantenere una linea aggressiva. E anche in questo quadro, Teheran considera la consegna dell’uranio non come una garanzia di pace, ma come “la garanzia di una nuova guerra”.  

Foto © Imagoeconomica 

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