Dopo 23 anni, gli Stati Uniti si ritirano completamente dall’Iraq
Gli ultimi reparti hanno lasciato la base di Erbil. Alle loro spalle lasciano un Paese distrutto e centinaia di migliaia di vittime civili innocenti
Dopo 23 anni, gli ultimi reparti militari statunitensi hanno lasciato l’Iraq. Con l’abbandono della base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, si chiude definitivamente una presenza iniziata con l’invasione del marzo 2003, interrotta dal ritiro del 2011 e ripresa tre anni più tardi con l’operazione Inherent Resolve contro lo Stato islamico.
"Gli Stati uniti e i nostri partner di coalizione hanno formalmente concluso l'Operazine Inherent Resolve in Iraq, in linea con la dichiarazione congiunta Usa-Iraq di settembre 2024 e gli interessi nazionali statunitensi", ha comunicato il portavoce capo del Pentagono Sean Parnell. Già a luglio Donald Trump, ricevendo alla Casa Bianca il primo ministro iracheno Ali al Zaidi, aveva affermato: "Non pensiamo di avere più bisogno dei militari lì".
Alle spalle, però, rimane il bilancio di oltre due decenni di guerra, occupazione, terrorismo e instabilità. Una delle operazioni militari più sanguinarie della storia recente, iniziata dall’amministrazione di George W. Bushanche sulla base dell’accusa che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa. Una fake news detta in mondovisione all’ONU dall’allora segretario di Stato USA Colin Powell.
Quella che venne presentata anche attraverso la retorica dell’“esportazione della democrazia” lascia dietro di sé un Paese devastato e una regione profondamente destabilizzata. Il progetto Costs of War della Brown University stima che tra marzo 2003 e marzo 2023 siano morti direttamente nelle violenze della guerra di invasione in Iraq tra 186.694 e 210.038 civili. Sommando militari e poliziotti iracheni, combattenti, giornalisti, operatori umanitari e altre categorie, il numero delle morti dirette supera ampiamente le 280 mila. E il conteggio non comprende tutte le morti indirette provocate dalla distruzione delle infrastrutture, del sistema sanitario, dell’economia e dell’ambiente.
Un prezzo umano che rende ancora più pesante il bilancio di quella narrazione politica utilizzata dagli USA & Co. per legittimare l’intervento. Dietro la promessa di liberare l’Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein si è sviluppata una guerra che ha disarticolato lo Stato iracheno, alimentato violenze settarie e contribuito a creare le condizioni nelle quali, anni dopo, l’Isis avrebbe conquistato Mosul e vaste porzioni dell’Iraq e della Siria (senza dimenticarsi dei forti legami tra gli USA e il califfato islamico). Più che “esportazione della democrazia”, il risultato appare come il fallimento di un modello di intervento militare che ha preteso di sovrapporre guerra e democratizzazione, trasformando quest’ultima in una forma di warwashing politico dell’invasione.
A raccontare il lato più oscuro di quella guerra furono anche Julian Assange e WikiLeaks. Nel 2010 l’organizzazione pubblicò centinaia di migliaia di documenti militari e diplomatici riservati statunitensi sull’Iraq e sull’Afghanistan, contribuendo a portare all’attenzione mondiale condotte rimaste fino ad allora lontane dall’opinione pubblica.
Tra le immagini divenute simbolo della guerra c’è il video intitolato da WikiLeaks “Collateral Murder”. La registrazione, proveniente da un elicottero Apache statunitense, documentava un attacco avvenuto a Baghdad il 12 luglio 2007 nel quale furono uccisi civili, tra cui due dipendenti dell’agenzia Reuters, Namir Noor-Eldeene Saeed Chmagh. Il filmato mostrava anche l'attacco contro un furgone sopraggiunto successivamente. La pubblicazione di quelle immagini divenne uno dei casi più noti delle rivelazioni di WikiLeaks sulla condotta USA durante la guerra.
Proprio quelle pubblicazioni contribuirono alla lunga persecuzione giudiziaria di Assange, che gli Stati Uniti tentarono per anni di ottenere in estradizione contestandogli reati legati all’acquisizione e alla diffusione dei documenti classificati. Il procedimento giudiziario rappresentava invece un pericoloso precedente contro chi pubblica informazioni di interesse pubblico sulle attività degli Stati. La vicenda giudiziaria si è conclusa soltanto nel 2024 con un accordo con la giustizia statunitense che ha consentito ad Assange di tornare libero in Australia dichiarandosi “colpevole” di giornalismo.
E Collateral Murder è soltanto uno dei simboli di una guerra segnata anche dalle torture e dagli abusi sui prigionieri nel carcere di Abu Ghraib, dalle sanguinose battaglie di Fallujah e da un impatto che continua ben oltre la fine formale delle operazioni o dal ritiro delle truppe. Il progetto Costs of War ricorda, per esempio, gli effetti sanitari e ambientali di lungo periodo registrati a Fallujah dopo i bombardamenti, con aumenti delle anomalie congenite e dei tumori rilevati dagli studi citati dal progetto.
Enorme anche il prezzo economico. Secondo le stime della Brown University, considerando la guerra in Iraq e le successive operazioni in Iraq e Siria, gli Stati Uniti avevano già speso circa 1.790 miliardi di dollari entro il 2023. Includendo gli impegni futuri per l’assistenza sanitaria e le disabilità dei veterani, il costo complessivo è destinato a raggiungere circa 2.890 miliardi di dollari entro il 2050.
Ora Washington ritiene che le forze di sicurezza irachene, compresi i peshmerga curdi, siano in grado di gestire autonomamente le operazioni contro ciò che rimane dell’Isis. Gli ultimi militari saranno in gran parte dislocati in Giordania e in altri Paesi della regione, dai quali gli Stati Uniti – fanno sapere – manterranno capacità di intelligence, sorveglianza e intervento. Marines continueranno inoltre a proteggere le rappresentanze diplomatiche e "contractor" statunitensi assisteranno Baghdad nella manutenzione degli F-16 e di altri sistemi militari.
Per l’Iraq, invece, il 30 settembre assume il significato della riconquista della piena sovranità militare. Il portavoce del comandante in capo delle Forze armate Sabah al Numan ha assicurato che "non resterà un solo soldato straniero" sul territorio iracheno. Oggi, inoltre, Baghdad celebra il passaggio con un "congresso della sovranità".
Gli Stati Uniti se ne vanno dunque da quella che un tempo era la Mesopotamia, lasciandosi alle spalle un bilancio che, al di là delle formule con cui fu giustificato l’intervento nel 2003, rimane una delle eredità più drammatiche della cosiddetta “guerra al terrore”. O, per meglio dire, “esportazione della democrazia”.














