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Arabia Saudita, Turchia e Pakistan: nuova alleanza militare, cambieranno gli equilibri?

La partita potrebbe andare oltre la difesa, con il ruolo della Siria e dell’Iraq e la questione dello Stretto di Hormuz

Giuseppe Cirillo

L'Arabia Saudita mette soprattutto risorse economiche e peso politico; la Turchia capacità militare e industria della difesa; il Pakistan forze armate e status di potenza nucleare. Tutte e tre sono unite per creare una deterrenza regionale sufficientemente forte da rendere molto più costoso e, soprattutto, rischioso attaccare uno dei tre Paesi.

In sostanza, è questo il punto centrale del nuovo accordo militare tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, che prevede, appunto, un principio di sicurezza reciproca. Alla base dell’accordo c’è un principio che ricorda quello della NATO: se uno dei tre Paesi viene attaccato, gli altri rispondono all’unisono. Dunque, il messaggio rivolto a un eventuale aggressore è semplice: se attacchi uno di noi, rischi di dover affrontare anche gli altri due.

Quasi certamente, a giocare un ruolo centrale sono gli effetti presenti e futuri degli eventi che si sono innescati a partire dall’attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023.

Da quella data, infatti, il Medio Oriente è entrato in una fase di maggiore instabilità, probabilmente non del tutto visibile, ma che nei fatti c’è e ha generato preoccupazione, con guerre, scontri indiretti e un progressivo allargamento delle tensioni regionali.

Senza dimenticare il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, che ha messo sotto pressione anche i Paesi che hanno provato a restarne fuori, ma con scarsi risultati.

Ecco che, all’interno di uno scenario come questo, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan potrebbero trovarsi a condividere le stesse preoccupazioni, soprattutto riguardo alla questione iraniana e le possibili conseguenze relative allo Stretto di Hormuz.

Tuttavia, l’accordo trilaterale resta un accordo che unisce Paesi con caratteristiche e risorse molto diverse.

L'Arabia Saudita porta con sé la potenza economica. Ha enormi risorse finanziarie, un ruolo centrale nel mercato petrolifero e una grande capacità di acquistare armamenti.

La Turchia porta invece una vera potenza militare. Erdogan, infatti, dispone di un esercito dalle dimensioni decisamente importanti. Senza dimenticare che Ankara possiede una significativa industria della difesa, produce droni, missili e sistemi militari e dispone di una marina che può avere un ruolo strategico nel Mar Rosso e nelle acque vicine allo Yemen.

Il Pakistan, invece, detiene armi nucleari. Dunque, una presenza, quella pachistana, che inevitabilmente conferisce all’accordo un peso strategico che va molto oltre le sue capacità convenzionali.

C’è poi un’altra questione. Come già accennato, la nascita della “trilaterale sunnita” potrebbe essere letta anche nel quadro di una trasformazione più ampia degli equilibri regionali.

Il confronto con l'Iran ha infatti riportato al centro dell’attenzione il problema della vulnerabilità delle rotte energetiche del Golfo e, in particolare, dello Stretto di Hormuz. Ovviamente, questo ha acceso un faro anche sull’importanza dei corridoi energetici che dalla regione viaggiano in direzione dell’Europa.

Ed è all’interno di questo scenario che la Siria di Ahmed al-Sharaa potrebbe, forse, giocare un ruolo strategico.

Nonostante la fragilità economica e politica del Paese, la sua posizione geografica ne fa un possibile territorio di collegamento tra Golfo, Iraq, Turchia e Mediterraneo orientale.

Stiamo parlando di una centralità territoriale che potrebbe spiegare anche la crescente, ma soprattutto veloce, apertura diplomatica ed economica verso Damasco da parte delle potenze regionali, iniziata subito dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. I soggetti coinvolti in questa apertura, guarda caso, sono proprio Arabia Saudita, Turchia, Stati Uniti ed Europa.

Nel febbraio 2025, Ahmad al-Sharaa, l’ex membro dell’Isis che nel gennaio 2025 si è autoproclamato presidente della Siria, ha scelto proprio l'Arabia Saudita per la sua prima visita ufficiale all'estero da presidente siriano. Non è un dettaglio da poco. Significa che l’Arabia Saudita ha riconosciuto di fatto al nuovo governo di Damasco un'interlocuzione politica di alto livello.

Subito dopo Riad, il 4 febbraio 2025, al-Sharaa si è recato in Turchia per incontrare Erdogan. Qui, secondo Reuters, si sarebbe parlato di addestramento del nuovo esercito siriano e del possibile utilizzo di basi aeree siriane da parte della Turchia.

Ma l’apertura diplomatica forse più eclatante è avvenuta con gli Stati Uniti. Il 14 maggio 2025, durante una visita in Arabia Saudita, Donald Trump incontrò il neopresidente siriano al-Sharaa a Riad. Il mese dopo, nel giugno 2025, Trump firmò l'ordine esecutivo per la revoca delle principali sanzioni statunitensi contro la Siria.

Parallelamente si è mossa anche l'Europa. Già il 3 gennaio 2025, pochissime settimane dopo la caduta di Assad, i ministri degli Esteri di Francia e Germania si sono recati a Damasco per incontrare la nuova leadership siriana. Una settimana dopo, è stato il turno dell’Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che si è recato personalmente in Siria.

Il 20 maggio 2025 l'UE ha deciso di rimuovere le sanzioni economiche contro la Siria e il 28 maggio ha adottato formalmente gli atti necessari, mantenendo però alcune restrizioni legate alla sicurezza.

Un altro passo importante è arrivato nel maggio di quest’anno, con il primo dialogo politico ad alto livello tra Unione Europea e Siria. Un incontro che ha determinato un ulteriore avvicinamento tra Bruxelles e Damasco, con l’obiettivo di normalizzare gradualmente i rapporti e sostenere la stabilizzazione e la ripresa economica del Paese.

“L'UE - si legge sul sito del Consiglio europeo - è pronta a collaborare con il governo di transizione sia a livello regionale che multilaterale, e esorta tutti gli attori esterni, senza eccezione, a rispettare pienamente l'unità, l'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale della Siria”.

Si tratta di una trasformazione tutt’altro che marginale, e per un motivo molto semplice: una Siria isolata economicamente dall'Europa difficilmente potrebbe trasformarsi in un territorio di transito tra il Golfo e il mercato europeo. Con una Siria progressivamente reintegrata, invece, il quadro cambia, e di parecchio.

Va inoltre precisato che i due Paesi che hanno maggiormente contribuito alla riabilitazione della Siria di al-Sharaa sono stati proprio Arabia Saudita e Turchia, cioè due dei tre firmatari del nuovo patto militare con il Pakistan.

Infine, bisognerà attendere per capire il ruolo che giocherà un altro Paese rilevante che, come la Siria, non fa parte della nuova trilaterale formata da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan: l’Iraq. In questo caso, stiamo parlando di uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di petrolio, che dispone già di infrastrutture che puntano verso il Mediterraneo, ma anche di uno dei Paesi che mantiene fortissimi legami economici, politici ed energetici con l'Iran.

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