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Albanese: “Il genocidio in Palestina è frutto del necrocapitalismo, tutti ne siamo vittime”

A Catania la Relatrice speciale ONU presenta il suo nuovo libro “La luce del risveglio” (ed. Rizzoli) assieme a Roy Paci

Jamil El Sadi

Il sistema che oggi intrappola, imprigiona non solo i palestinesi ma anche gli israeliani stessi, anche quelli che non se ne rendono conto, è un sistema che non può essere chiamato in nessun altro modo che necrocapitalismo”. A parlare è Francesca Albanese intervenuta ieri sera al Cinema King di Catania per presentare il suo nuovo libro La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo (ed. Rizzoli), in dialogo con Roy Paci

Davanti a una sala gremita, Albanese ha intrecciato riflessioni politiche, personali e filosofiche sulla Palestina che ha definito, senza firi di parole, la “bussola morale del nostro tempo”. Ma il centro del suo intervento è stato soprattutto il legame tra guerra, capitalismo globale, industria bellica e distruzione della vita.

Non è soltanto il capitalismo vecchio stile che fa profitto sfruttando risorse, sfruttando anche la risorsa del lavoro - ha spiegato la relatrice ONU -. Siamo in una fase peggiore”. L'autrice ha citato un recente rapporto dell’economista Thomas Piketty: “60.000 persone al mondo detengono tre volte la ricchezza detenuta dalla metà della popolazione mondiale”. Secondo Albanese, queste élite controllano quattro grandi settori strategici: “le risorse estrattive, le armi, i grandi capitali e la Big Tech”.  


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Questo è il sistema di complicità che non permette la liberazione della Palestina e rende tutte e tutti schiavi - ha aggiunto -. Il sistema di morte che sta intrappolando i palestinesi riguarda pure noi”. Un ragionamento che Albanese ha collegato direttamente alle “terre sacrificabili” italiane: Taranto, la Terra dei Fuochi, le aree militarizzate della Sicilia. “Quello non è un modo per produrre e condividere ricchezza, quello è un modo per programmare e continuare a coltivare morte”. 

La Palestina, per la Relatrice ONU, rappresenta oggi uno spartiacque storico e morale. “La Palestina è una ferita ed è uno spartiacque tra il prima e il dopo - ha aggiunto -. Non si può essere uguali prima e dopo un genocidio”. La giurista ha ricordato come la tragedia palestinese non inizi il 7 ottobre 2023 né nel 1967 o nel 1948, ma affondi le sue radici nella colonizzazione britannica e in oltre un secolo di violenza coloniale. 

Durante l’incontro, Roy Paci ha letto uno dei passaggi simbolo del libro: “La Palestina è una ferita, un portale sospeso, una porta che si vede, non si può più non vedere. È qui che inizia il costo dell’emancipazione, la fine dell’indifferenza. Dobbiamo svegliarci e saltare fuori dal letto prima che la casa vada in fiamme”. 

Il musicista ha definito La luce del risveglio una partitura musicale” capace di alternare complessità e semplicità, chiedendo all’autrice quale urgenza l’avesse spinta a scrivere così rapidamente un nuovo libro dopo Quando il mondo dorme (ed. Rizzoli). Rispondendo alle domande del pubblico, Francesca Albanese ha anche raccontato la reintroduzione - dopo una sospensione momentanea - delle sanzioni Usa: “Non ero pronta fisicamente a scrivere questo libro perché ero molto affaticata. Sono anni che ogni giorno mi nutro di morte, di dolore, di sofferenza”.  


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Ma proprio questa fatica, ha spiegato, ha reso necessario trasformare il “risveglio” in azione concreta. “Il risveglio da solo non basta, bisogna agire”. E il libro nasce proprio per offrire strumenti di comprensione e direzione a un movimento globale che, secondo Albanese, esiste già: “C’è un movimento di lavoratori, di studenti, di intellettuali che si sono sentiti chiamati a parlare”. “A due anni e mezzo dall’inizio del genocidio conclamato, Israele continua a godere di privilegi e di supporto soprattutto in Europa e soprattutto da parte dell’Italia”, ha denunciato. “Questo ci rende complici dei crimini di Israele”, ha continuato.

Albanese ha inoltre insistito sul ruolo della disumanizzazione narrativa e mediatica nei confronti dei palestinesi, definendola una forma di “violenza epistemica”. “Il mai più non è uno slogan tribale - ha affermato -. Mai più significa mai più a nessuno”. “O riusciamo ad agire come famiglia umana, a vedere l’altro come parte di noi, oppure siamo destinati a fallire - ha concluso -. Quel tipo di modus operandi prima o poi colpirà noi. E di fragili e precari in questo sistema ce ne sono già troppi”. 

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Foto © Emanuele Di Stefano