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| Crisi

''Solo le bombe capiscono'': Trump, l'Iran e la notte in cui il Golfo può esplodere

Francesco Ciotti

Teheran blinda giuridicamente lo Stretto, Washington prepara una no‑fly zone, Israele incalza per l’attacco e il Brent vola oltre i 100 dollari

Sono ore di conto alla rovescia dove alla Casa Bianca dovrà essere presa una decisione che in ogni caso sarà fatale per l’amministrazione Trump.
Il CENTCOM segnala che le forze statunitensi restano pienamente operative e pronte in Medio Oriente sulla scia dell’intensificazione del traffico logistico dei mezzi militari. Nelle ultime 24 ore è aumentato in modo marcato il ponte aereo di cargo militari dagli Stati Uniti verso basi negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar e in Giordania, un flusso che appare più come un pre-posizionamento di uomini e mezzi che una semplice rotazione logistica.

Parallelamente, in Israele sono arrivati numerosi aerocisterne KC‑135 e KC‑46, segnale di preparativi per operazioni aeree prolungate. Sul piano navale, nel Mar Arabico settentrionale si sta concentrando un gruppo d’attacco guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln e affiancato dalla nave anfibia USS Tripoli con la 31st Marine Expeditionary Unit a bordo, nonostante un precedente attacco missilistico rivendicato dall’Iran.

Il tycoon è disperato, ma come da copione nel suo solito intento depistante, pro “euforia da insider trader”, ha rivendicato su Truth Social che l’Iran avrebbe informato Washington di trovarsi in uno “stato di collasso” e di voler “aprire lo Stretto di Hormuz il prima possibile”, presentando la crisi come una questione di leadership americana e una vittoria personale imminente.
Pungono come dardi avvelenati, in questo senso, le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz che ieri ha sbugiardato pubblicamente Trump, dichiarando che “un’intera nazione viene umiliata dalla leadership iraniana”.

Effettivamente, è proprio Teheran a fare richieste che Washington considera massimaliste. Secondo il New York Times, Trump ha confidato ai suoi consiglieri che difficilmente accetterà l’ultima proposta iraniana su Hormuz e sulla fine della guerra, proprio perché rinvia il nodo del programma nucleare.  Il piano discusso prevede la cessazione del blocco marittimo, ma lascia fuori dal perimetro immediato la questione nucleare, spostandola a una fase successiva: per una parte dell’amministrazione ciò si traduce in una “non-vittoria”, inaccettabile per un presidente che ha legato la sua immagine al disarmo iraniano.

Un funzionario americano, citato dal quotidiano, evidenzia come accettare l’intesa significherebbe essere accusati di essersi privati della “vittoria” promessa da Trump, mentre respingerla espone gli Stati Uniti al rischio di una lunga fase di stallo con costi economici crescenti e crescente frustrazione interna.  In privato, il presidente avrebbe ripetuto a un consigliere: “Tutto ciò che [i leader iraniani] capiscono sono le bombe”, oscillando tra la tentazione dell’escalation militare e quella di una pressione economica estrema per riportare Teheran al tavolo negoziale alle sue condizioni.
 

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Teheran: “La situazione è ancora di guerra”

Se Trump parla di collasso iraniano, da Teheran arriva un messaggio diametralmente opposto. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) ha annunciato che “la situazione è ancora di guerra e vi è un monitoraggio e una sorveglianza continui”.  La stessa fonte, citata dall’agenzia Fars, afferma che “se il nemico intraprende una nuova azione, si troverà di fronte a nuovi strumenti, metodi e scenari”, segnalando che l’Iran non intende considerare chiusa la fase più acuta del confronto e si prepara a modulare la propria risposta su una gamma più ampia di strumenti, militari e non.


La dinamica negoziale ha contribuito a logorare ulteriormente la fiducia: dopo aver presentato una nuova proposta, Teheran si era trovata di fronte una delegazione USA guidata da Witkoff e Kushner, percepiti più come emissari allineati con Israele che come mediatori autonomi.  La richiesta iraniana di coinvolgere il vicepresidente Vance, anch’egli però costantemente in contatto con Trump e Netanyahu, ha riconfermato a Teheran l’impressione di una controparte eterodiretta, fino alla decisione finale della Casa Bianca di far saltare quanto di concreto era stato abbozzato con la mediazione pakistana, a seguito della successione di telefonate fatte da Vance con Bibi a Islamabad.
Il risultato è una “perdita quasi totale di fiducia iraniana nel negoziato”, che investe anche in parte la stessa mediazione di Islamabad, sostenuta da Pechino per riaprire il dialogo e ridurre la tensione sullo Stretto di Hormuz. 

L’intelligence iraniana ritiene ora che gli Stati Uniti stiano seriamente valutando l’opzione di imporre una no-fly zone sull’Iran, oltre al blocco navale già in corso, rafforzando la percezione di una strategia americana costruita più sulla coercizione che sulla ricerca di un compromesso stabile.
 

Lo Stretto di Hormuz come fatto compiuto giuridico

In questo contesto i recenti viaggi del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, segnano un importante cambio di passo: Teheran non punta più a un grande negoziato comprensivo con Washington, ma a restringerne drasticamente i termini, escludendo per ora il dossier nucleare e chiarendo che, “se gli Stati Uniti non accettano una base di partenza più limitata, semplicemente non ci sarà alcun accordo”.  Parallelamente, l’Iran lavora con l’Oman per definire un assetto giuridico condiviso dello Stretto di Hormuz, separandolo dal tavolo con gli USA e trasformandolo in una questione di sovranità regionale più che di governance globale delle rotte energetiche.
Poiché il Paese non ha ratificato la Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), sostiene di non essere vincolata al regime di “transit passage” e rivendica un margine più ampio nel dettare le regole del passaggio in uno stretto che, nel punto più stretto, ricade interamente nelle acque territoriali iraniane e omanite.  La strategia è chiara: “blindare giuridicamente” il proprio controllo su Hormuz, facendone un fatto compiuto mentre la comunità internazionale è concentrata sull’emergenza energetica.


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Nel suo viaggio a Mosca, Aragchi, incontrando Vladimir Putin e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha ottenuto un alleato garante dei suoi interessi fondamentali, evidenzia un’ulteriore saldatura delle posizioni di Teheran ai suoi principi non negoziabili.

Il sostegno russo a questa linea è esplicito: l’ambasciatore di Mosca all’ONU, Vassily Nebenzya, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza che “durante la guerra, un paese costiero sotto attacco può, per motivi di sicurezza, limitare la navigazione nelle sue acque territoriali”, respingendo il tentativo occidentale di attribuire “tutta la responsabilità all’Iran, come se fosse stato l’Iran ad attaccare i suoi vicini e a bloccare intenzionalmente la rotta marittima nello Stretto di Hormuz”. L’incontro di con Putin e Lavrov serviva proprio a consolidare un fronte politico in cui la Russia appare sempre più diffidente verso la volontà negoziale statunitense, mentre la Cina resta interessata a una soluzione che garantisca sicurezza alle rotte energetiche ma spinga Teheran a maggiore moderazione.
 

Israele incalza per la guerra imminente e l’America teme lo stallo dei prezzi

Nel frattempo, sul versante israeliano, il presidente della Commissione Esteri e Difesa della Knesset, Boaz Bismuth, ha avvertito che “il regime iraniano sta per pagare un prezzo molto alto”, invitando la popolazione a “continuare con la propria routine, avere pazienza e rimanere vigili” al termine di un briefing di alto livello sulla sicurezza. Un tetro presagio per il prossimo futuro.

Ma non è solo la pressione israeliana ad incalzare Trump. Negli Stati Uniti cresce intanto il timore di un “conflitto congelato”: funzionari citati da Axios parlano del rischio di “una situazione di stallo prolungato senza guerra e senza accordo”, che imporrebbe una presenza militare estesa nella regione per mesi.  A sei mesi dalle elezioni di metà mandato, una fonte vicina a Trump definisce questo scenario “la cosa peggiore che possa accadere a Trump dal punto di vista politico ed economico”, perché combina prezzi energetici elevati e percezione di impotenza strategica.
Il presidente si muove quindi tra due percorsi che lui stesso delinea: da un lato l’“escalation con nuovi attacchi”, dall’altro la “massima pressione” tramite sanzioni per costringere l’Iran a tornare al tavolo in posizione di debolezza.  Un consigliere alla Casa Bianca lo descrive come “deluso, ma realistico”, sottolineando che “non vuole usare la forza. Ma non si ritira”, in una formula che fotografa bene la strategia di logoramento senza sbocchi immediati.

Mentre Donald Trump annuncia nuovamente un «collasso» in Iran, oggi il prezzo del petrolio Brent in borsa ha superato la soglia dei 104 dollari al barile.

Al contempo, gli indicatori interni statunitensi a mostrare crepe profonde: secondo Gallup, oltre la metà degli americani (55%) ritiene che la propria situazione finanziaria sia peggiorata, il dato più alto degli ultimi 25 anni.
L’EIA stima che, per la sola saturazione degli stoccaggi nei paesi esportatori, le nazioni del Golfo abbiano chiuso 7,5 milioni di barili al giorno di produzione in marzo e circa 9,1 milioni in aprile: la combinazione di danni bellici e strozzature logistiche ha trasformato semplici “interruzioni di flusso” in una perdita strutturale di offerta. Il mercato, che aveva chiuso il 2025 con un surplus di 2,3 milioni di barili al giorno, si è ritrovato nel giro di poche settimane con un deficit superiore ai 10 milioni di barili al giorno, alimentando una corsa al rialzo dei prezzi.

Goldman Sachs avverte che, se il conflitto dovesse protrarsi, il Brent potrebbe avvicinarsi ai 120 dollari al barile, con scenari estremi di 135 dollari se i flussi restassero compressi per sei mesi o più. Già ora i futures sul petrolio a Londra viaggiano intorno ai 111 dollari al barile, mentre oltre 60 superpetroliere vuote sono dirette verso la costa del Golfo degli Stati Uniti, un numero record triplo rispetto alla norma, segno dell’impennata della domanda di greggio americano verso l’Europa e l’Asia.
 

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La crisi “invisibile” dell’elio

La guerra ha messo in luce una vulnerabilità sistemica spesso ignorata: la dipendenza globale dall’elio prodotto in gran parte come byproduct delle catene del gas naturale. Il Qatar, responsabile di circa il 30–33% della produzione mondiale secondo l’USGS, ha interrotto le attività il 2 marzo 2026 dopo che il complesso industriale di Ras Laffan è stato colpito e QatarEnergy ha dichiarato force majeure.
In termini assoluti, la produzione qatariana — circa 63 milioni di metri cubi l’anno, oltre 5 milioni al mese su una stima globale di 190 milioni — è stata rimossa di colpo dal mercato, senza sostituti immediati.  La peculiarità dell’elio aggrava il quadro: i contenitori criogenici (circa 200 unità bloccate nello Stretto) possono mantenere il gas liquido per soli 35–48 giorni, dopo di che la pressione impone il rilascio del gas e la perdita del carico.
A differenza del petrolio, non esistono riserve strategiche globali di elio in grado di assorbire uno shock di questa portata, con effetti immediati su semiconduttori, risonanze magnetiche, fibra ottica e ricerca scientifica.

Una parte della filiera dei microchip — già sotto pressione per la domanda legata all’intelligenza artificiale — si trova dunque a fronteggiare un doppio shock: quello dei prezzi energetici e quello del gas criogenico essenziale per diversi passaggi di produzione avanzata.
 

La frattura nel Golfo: gli Emirati escono dall’OPEC

In questo caos, il conflitto ha rotto le vecchie alleanze e i rapporti di potere che garantivano stabilità nella regione. Emblematica la notizia, annunciata come un fulmine a ciel sereno, dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti da OPEC e OPEC+. La decisione colpisce direttamente l’architettura del cartello petrolifero, minando l’autorità dell’Arabia Saudita e aprendo una fase di competizione interna tra produttori del Golfo proprio mentre il mercato è già sotto stress per le interruzioni nello Stretto.

Abu Dhabi ha giustificato la scelta come una mossa strategica legata agli interessi nazionali e alla necessità di rispondere con maggiore flessibilità alla volatilità geopolitica. Secondo l’agenzia statale WAM, la decisione è “in linea con la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti” e mira a “rafforzare il ruolo del Paese come produttore responsabile e affidabile che anticipa il futuro dei mercati energetici globali”. Nella stessa comunicazione, si sottolinea come la scelta sia “guidata anche dagli interessi nazionali” e dalla necessità di rispondere alle “urgenti esigenze del mercato” in un contesto segnato da “interruzioni nel Golfo Arabico e nello Stretto di Hormuz”.

Il messaggio politico, tuttavia, è altrettanto rilevante. Gli Emirati segnalano insoddisfazione per la gestione regionale della sicurezza, accusando implicitamente gli altri Stati arabi di non aver garantito protezione sufficiente contro gli attacchi iraniani. La rottura è stata consumata senza consultazioni preventive con Riyadh: il ministro dell’Energia emiratino ha precisato che la decisione è stata presa “indipendentemente” e “senza consultazioni dirette con altri Paesi, inclusa l’Arabia Saudita”. La reazione saudita non si è fatta attendere: media vicini a Riyadh hanno definito la scelta “irresponsabile” e avvertito che porterà il Regno a “rivedere la propria politica petrolifera”.
Sul piano energetico, l’uscita libera gli Emirati dai vincoli delle quote produttive, consentendo teoricamente un aumento significativo dell’offerta. Come riportato da diverse fonti mediatiche, Abu Dhabi non è più vincolata e può «produrre ed esportare petrolio a quanto vuole», con l’obiettivo dichiarato di “soddisfare la domanda globale”. Con una capacità stimata da ADNOC intorno ai 4,85 milioni di barili al giorno — e un target di 5 milioni — gli Emirati si collocano tra i pochi attori con margini di espansione. Questo elemento diventa centrale nel contesto attuale: un aumento della produzione potrebbe contribuire a raffreddare i prezzi, allineandosi anche alla necessità statunitense di contenere il costo dell’energia.

Tuttavia, nel breve periodo, l’impatto resta limitato. Le tensioni militari nel Golfo continuano a ostacolare le esportazioni e a comprimere la capacità effettiva di aumento produttivo per tutti i principali attori regionali. In questo scenario, la mossa di Abu Dhabi assume più il valore di una scommessa strategica sul medio termine che di una risposta immediata alla crisi.

Parallelamente, la decisione emiratina si inserisce in un contesto di crescente frammentazione politica nel Golfo. Le tensioni con Riyadh si riflettono anche su dossier esterni, come il Pakistan, colpito dalla richiesta di rimborso immediato di un prestito da 3,5 miliardi di dollari, una mossa che rischia di mettere sotto pressione fino al “20% delle riserve” della banca centrale pakistana. Un segnale che evidenzia come la competizione tra alleati storici stia ormai travalicando il piano energetico per estendersi alla sfera geopolitica e finanziaria.


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Il crollo del petrodollaro e la minaccia degli EAU di passare allo yuan

Ma è anche nei rapporti con Washington che questa guerra sta scardinando le vecchie alleanze con l’impero e lo stesso totem del petrodollaro.

Secondo indiscrezioni riportate da Wall Street Journal e New York Times, gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto l’apertura di linee di swap in dollari alla Federal Reserve per coprire squilibri di bilancio aggravati dal conflitto israelo‑statunitense contro l’Iran.

La minaccia di Abu Dhabi di regolare il petrolio in yuan indica una possibile frattura del sistema del petrodollaro, basato sul reinvestimento dei proventi petroliferi in asset USA.
La risposta della Fed — nuove linee di swap — crea però un paradosso: invece di abbassare i tassi, può farli salire. Gli swap sono prestiti a breve legati a OIS più spread; se la domanda globale di dollari aumenta, cresce anche il “prezzo” della liquidità. Più paesi cercano dollari, più il dollaro diventa caro.

Inoltre, l’espansione degli swap segnala rischio e scarsità, spingendo banche e investitori a trattenere dollari invece di prestarli, riducendo la liquidità interbancaria e alzando ulteriormente i tassi a breve. Dinamiche simili si sono viste nel 2008 e nel marzo 2020.

Sul fronte dei capitali, i paesi del Golfo — con meno entrate petrolifere — reinvestono meno negli Stati Uniti, mentre Europa e Asia, colpite da alti costi energetici, potrebbero vendere asset in dollari (anche Treasury) per finanziare sussidi. Risultato: cala la domanda strutturale di debito USA mentre aumenta l’offerta di dollari tramite swap, spingendo in alto i rendimenti.
Il sistema del petrodollaro mostra quindi segni di logoramento: cresce la dipendenza da interventi della Fed, mentre aumentano le alternative (la Cina ha oltre 30 accordi di swap contro pochi statunitensi). Non è un crollo, ma una transizione in cui ogni nuova iniezione di liquidità rischia di rendere il sistema più fragile e costoso.

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