Roger Waters, Peter Gabriel e altri mille artisti chiedono il boicottaggio di Israele dall'Eurovision 2026

Alla vigilia del 70° Eurovision Song Contest 2026, previsto a maggio a Vienna, una vasta mobilitazione di artisti e operatori culturali internazionali scuote il mondo della musica e dello spettacolo. Al centro della protesta, la partecipazione di Israele alla competizione, che – secondo i firmatari – rappresenterebbe una grave contraddizione rispetto all’esclusione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
“A maggio, milioni di persone assisteranno al 70° Eurovision Song Contest. Per il terzo anno consecutivo, Israele sarà celebrato sul palco, nonostante il genocidio in corso a Gaza, mentre la Russia rimane al bando per la sua invasione illegale dell’Ucraina. Come musicisti e operatori culturali che vivono e lavorano nell’ambito d’azione dell’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU), rifiutiamo che l’Eurovision venga utilizzato per insabbiare e normalizzare il genocidio, l’assedio e la brutale occupazione militare di Israele contro i palestinesi”.
A dare voce a questa presa di posizione è una lettera aperta promossa dalla campagna No Music for Genocide e firmata da circa mille artisti, tra cui Roger Waters, Massive Attack, Idles, Kneecap, Peter Gabriel, Brian Eno e Macklemore. L’iniziativa chiede esplicitamente il boicottaggio della manifestazione fino a un’eventuale esclusione di Israele.
“Siamo solidali con le richieste palestinesi alle emittenti pubbliche, agli artisti, agli organizzatori di proiezioni, alle troupe e ai fan di boicottare l’Eurovision fino a quando l’EBU non metterà al bando l’emittente israeliana complice KAN. Applaudiamo il ritiro, basato su solidi principi, delle emittenti spagnole, irlandesi, islandesi, slovene e olandesi, e i numerosi finalisti delle selezioni nazionali che si sono impegnati a rifiutare di partecipare all’Eurovision. Proprio come gli artisti si sono uniti per opporsi all’oppressione in Sudafrica, noi siamo uniti ora. Il presidente dell’Israele dell’apartheid, Isaac Herzog – citato nella denuncia presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia per istigazione al genocidio – ha svolto un ruolo di primo piano nel fare pressione sulle emittenti radiotelevisive affinché non escludessero Israele dal concorso, l’evento musicale dal vivo più seguito al mondo”. 
Peter Gabriel
Uno dei punti più controversi sollevati nel documento riguarda il diverso trattamento riservato ai due conflitti. La lettera denuncia apertamente quella che viene definita una doppia morale da parte dell’Unione Europea di Radiodiffusione, accusata di incoerenza nelle proprie decisioni.
“Le risposte ipocrite dell’EBU ai crimini di Russia e Israele hanno cancellato ogni illusione sulla presunta neutralità di Eurovision. Nel 2022, l’EBU ha affermato che la presenza della Russia avrebbe “screditato la competizione”. Eppure, oltre 30 mesi di genocidio a Gaza – insieme alla pulizia etnica e al furto di terre nella Cisgiordania assediata – non sono considerati sufficienti per applicare la stessa politica a Israele”.
La protesta assume anche un tono etico e personale, interrogando direttamente artisti e pubblico sulla legittimità della partecipazione a un evento di tale portata in un contesto di crisi internazionale.
“Come può un artista o un fan dell’Eurovision, in buona coscienza, partecipare alla prossima edizione del concorso in Austria, nel mezzo dei piani israelo-americani per campi di concentramento iper-sorvegliati nella “Nuova Gaza”? Ci sono momenti in cui il silenzio passivo non è un’opzione. Ci rifiutiamo di tacere quando la violenza genocida di Israele fa da colonna sonora e riduce al silenzio le vite dei palestinesi. Quando i bambini nelle carceri israeliane subiscono percosse solo per aver canticchiato una melodia. Quando di quasi ogni palco, studio, libreria e università di Gaza restano cumuli di macerie, sotto i quali corpi massacrati attendono ancora il recupero e una degna sepoltura”.
La lettera si chiude con un appello collettivo che richiama il ruolo politico e sociale della cultura e dell’arte, invitando a una presa di posizione netta e condivisa
“Come artisti, riconosciamo la nostra capacità di agire collettivamente ed il potere del rifiuto. Ci rifiutiamo di tacere. Ci rifiutiamo di essere complici. Invitiamo gli altri nel nostro settore a unirsi a noi. E siamo solidali con tutti gli sforzi di principio per porre fine alla complicità in ogni settore. Nessun palcoscenico al Genocidio. #BoycottEurovision”.
Tra i numerosi firmatari figurano anche Erika de Casier, Nadine Shah, Hot Chip, Ólafur Arnalds e Young Fathers, a conferma di una mobilitazione trasversale che coinvolge generazioni e generi musicali diversi.
Foto © Imagoeconomica
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