Migranti, milioni di euro e appena 101 rimpatri: tutti i numeri del “modello Albania”
Fiumi di denaro spesi per le strutture in Albania, ma il centro di Gjadër resta lontano dagli obiettivi iniziali
Il “modello Albania” continua a mostrare numeri sempre più distanti da quelli indicati nelle previsioni iniziali. Uno dei progetti simbolo del governo Meloni continua a essere al centro del dibattito anche per le discrepanze nei numeri forniti: in alcuni casi, sono gli stessi dati comunicati dal ministero dell’Interno a non coincidere.
Al 14 luglio 2026 erano stati trasferiti nel centro italiano di Gjadër, in Albania, 685 cittadini stranieri. Soltanto 101 risultavano rimpatriati: meno del 15% del totale. Se si confrontano questi numeri con i costi sostenuti dallo Stato, il risultato è significativo. Nel solo 2025, secondo quanto dichiarato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, la gestione delle strutture albanesi è costata circa 50 milioni di euro. Rapportando questa cifra ai 101 rimpatri effettuati, si arriva a circa 495mila euro per ogni persona rimpatriata.
Un dato impressionante, ma che va comunque preso con le dovute cautele. I circa 495mila euro, infatti, non rappresentano il costo della singola procedura di rimpatrio, ma il rapporto tra la spesa complessiva sostenuta per il progetto nel 2025 e il numero di rimpatri ottenuti. Va inoltre considerato che questo calcolo non comprende i costi di gestione sostenuti nel 2024 e nel 2026.
A questi - come ha spiegato “Il Fatto Quotidiano” - vanno aggiunti i 61,3 milioni di euro già fatturati per la costruzione delle strutture, secondo i dati della Difesa. Includendo anche questa somma, il rapporto tra investimenti considerati e rimpatri supera il milione di euro per ciascuno dei 101 casi.
A rendere ancora più difficile ricostruire ciò che accade a Gjadër sono le incongruenze presenti nei documenti dello stesso ministero dell’Interno.
Anche sul numero delle persone presenti nel centro i dati del Viminale non coincidono. Il 22 luglio, rispondendo all’eurodeputata Cecilia Strada, il ministero ha spiegato che “alla data del 29 giugno 2026 le persone presenti nel centro […] di Gjadër risultano essere 26”. Sei giorni dopo, però, un’altra comunicazione dello stesso ministero ne indica 83.
Un dato, invece, coincide: “Al 14 luglio 2026 sono stati trasferiti a Gjadër n. 685 cittadini stranieri, di cui n. 101 rimpatriati”. In pratica, soltanto il 14,7% delle persone trasferite in Albania è stato poi rimpatriato.
Come se non bastasse, le difficoltà non sembrano riguardare solamente i numeri. Il 29 giugno Cecilia Strada si è recata nel Cpr insieme a un’altra europarlamentare per un’ispezione. Ma, a differenza delle visite precedenti, alle due parlamentari sarebbe stato impedito di entrare negli spazi in cui si trovavano i migranti.
“Noi abbiamo chiesto di accedere ai moduli, cosa che avevamo sempre fatto in tutte le nostre visite, ma ce l’hanno negato”, ha raccontato Strada. Le persone trattenute hanno provato a comunicare con le eurodeputate gridando dalle finestre sbarrate. Alla richiesta di chiarimenti sul motivo per cui non fosse possibile comunicare direttamente con i migranti, sarebbe stato risposto che vi era il rischio di possibili agitazioni tra le persone trattenute. “Sono venti giorni che sono tutti tranquilli e adesso diventano tutti nervosi, proprio quando devo entrare io nel giro di cinque minuti?”, ha osservato l’eurodeputata.
Resta il fatto che, a distanza di circa un mese, secondo quanto riferito, non sarebbe ancora arrivata una motivazione scritta del divieto.
Strada sottolinea inoltre il numero di agenti necessario anche per semplici spostamenti all’interno della struttura. Per accompagnare un trattenuto dal modulo alla sala avvocati, distante circa venti metri, sarebbero impiegati quattro poliziotti. “Quattro per uno, in un posto chiuso da cui anche se ti metti a correre non scappi da nessuna parte”.
Una delle risposte del ministero permette anche di ricostruire, almeno in parte, l’esito dei trasferimenti effettuati verso Gjadër. Secondo i dati del ministero, 379 persone sono state liberate dopo che il tribunale non ha convalidato il trattenimento. Altre 101 sono state rimpatriate, 42 sono uscite per motivi sanitari e 30 dopo la mancata proroga del trattenimento da parte del giudice di pace. Al momento della comunicazione, 82 erano ancora nel centro, mentre altre persone erano state arrestate o trasferite in Cpr italiani.
In totale, oltre il 60% delle uscite è avvenuto in seguito alla decisione di un giudice.
Ma anche qui i conti non tornano: sommando i numeri forniti dal ministero si arriva a 660 persone, non 685. Ne mancano quindi 25.
Se si confrontano questi numeri con gli obiettivi iniziali, il quadro generale appare ancora più evidente. Il protocollo sottoscritto tra Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama prevedeva una capacità teorica di 36mila trasferimenti all’anno. Nei primi quindici mesi, invece, attraverso Gjadër sono transitate complessivamente 685 persone.
Piantedosi ha difeso la strategia del governo sostenendo: “Preferiamo investire sul contrasto dell’immigrazione irregolare”. Ma per Cecilia Strada si tratta di “una truffa verso i propri elettori: non solo si violano diritti fondamentali, si buttano pure i soldi”.
Restano, infine, diverse informazioni che il ministero sostiene di non poter fornire facilmente. Per esempio, non è possibile ricostruire attraverso una semplice consultazione dei sistemi da quale Cpr italiano provenisse ciascuna persona trasferita in Albania e quando vi fosse entrata. Anche le autorità albanesi avrebbero poche informazioni su ciò che accade nel centro. “Sono totalmente estranei alla gestione, in entrata e in uscita”, ha spiegato Agron Shehaj, deputato dell’opposizione albanese.
Il quadro resta incompleto anche in Parlamento: l’ultima relazione disponibile sull’accoglienza risale al 2023, mentre quella relativa al 2025 era attesa per giugno.
Tra milioni di euro spesi, pochi rimpatri, decisioni giudiziarie che hanno portato alla liberazione di centinaia di trattenuti e dati ufficiali che non sempre coincidono, il centro di Gjadër resta quindi molto lontano dagli obiettivi iniziali del protocollo Italia-Albania.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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