Gaza, Francesca Albanese: ''La Flotilla può risvegliare le coscienze''
La relatrice ONU denuncia torture e occupazione: “Meno immagini da Gaza significano meno pressione sulle nostre coscienze”

“L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode”. A dirlo ad alta voce, ai microfoni del Fatto Quotidiano, è Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, che ha insistito su una questione in particolare: il problema non sarebbe soltanto la figura di ministri estremisti come Itamar Ben-Gvir, ma l’intero impianto politico e giuridico israeliano nei territori palestinesi. A cui si aggiunge l’inettitudine dei governi occidentali, pienamente implicati dal punto di vista economico, militare e politico con Israele.
Una logica, quella occidentale, che con il passare del tempo ha generato una vera e propria normalizzazione degli eventi più drammatici. Come il “controllo securitario delle frontiere, la sorveglianza permanente, la criminalizzazione della solidarietà e l’impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti”, attuate da Israele e approvate da quell’Occidente che “da anni lascia morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso - ha sottolineato Albanese - che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems”.
C’è poi la questione del diritto internazionale, altro grande assente di questo dramma, anche per quanto riguarda l’abbordaggio israeliano della Flotilla. “Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente”.
La crudeltà messa in atto da Israele è visibile anche all’interno delle sue carceri. È così che Francesca Albanese ha citato dati e inchieste ONU. Come quella sulla “prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dall’Onu, e 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni - come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti - si conoscono persino i dettagli”.
La tragedia palestinese ha mostrato l’incapacità dell’Occidente di riconoscere davvero uguale valore a tutte le vite umane; un contesto in cui i palestinesi sono stati progressivamente disumanizzati nel dibattito pubblico internazionale, nel tentativo di condizionare la percezione delle persone rispetto a quello che sta avvenendo a Gaza.
Tuttavia, una speranza rimane ancora accesa. E questa speranza passa proprio dalla Flotilla. L’esito positivo potrebbe verificarsi nel caso in cui questa vicenda dovesse servire a “riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi”. Per il momento, il “cosiddetto cessate il fuoco” avrebbe tranquillizzato le opinioni pubbliche occidentali senza migliorare realmente la situazione sul terreno. Infatti, a Gaza stanno ancora continuando le occupazioni, le restrizioni e le uccisioni di civili, ma con molta meno copertura giornalistica rispetto al passato.
“Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini - ha precisato Albanese - significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotilla ci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina”.
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