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| Crisi

Francia in rivolta, gli studenti non si fermano: oltre 1.700 fermi. Il 6 ottobre il ''terzo atto''

La protesta dilaga dai licei alle università tra scontri, incendi e repressione. Gli studenti chiedono più risorse e personale per la scuola: “Vogliamo i diritti di tutti”

AMDuemila

La Francia continua a bruciare sotto la protesta degli studenti. Roghi, scontri con le forze dell’ordine, gas lacrimogeni, scuole danneggiate e oltre 1.700 fermi hanno segnato la seconda giornata di mobilitazione, mentre per martedì 6 ottobre è già stato annunciato il “terzo atto” di una contestazione che, a sette mesi dalle elezioni presidenziali, dalle periferie si è ormai estesa alle grandi città e comincia a coinvolgere anche le università.
La mobilitazione era iniziata il 7 settembre dal liceo Théodore-Monod di Le Rheu, nella periferia di Rennes, dove gli studenti contestavano classi sovraffollate, carenze organizzative e una rentrée scolastica caotica. Come ricostruisce Luana De Micco su Il Fatto Quotidiano, nel giro di poche settimane la protesta si è propagata, anche attraverso TikTok e Snapchat, prima ad altri istituti e poi alle periferie popolari e multietniche di Parigi, fino a raggiungere città come Strasburgo, Nizza, Marsiglia e Nantes.
Al centro della mobilitazione c’è il diritto allo studio. Gli studenti denunciano la mancanza cronica di insegnanti, il sovraffollamento delle classi e le condizioni degli edifici, chiedendo più personale, infermieri, assistenti sociali, materiale didattico e strutture adeguate. Nelle periferie parigine emerge soprattutto la denuncia delle disuguaglianze rispetto agli istituti del centro. “Non chiediamo privilegi, vogliamo solo gli stessi diritti di tutti. I valori della Francia sono libertà, uguaglianza e fratellanza. Ma dove sta l’uguaglianza?”, avevano denunciato alcuni studenti di Créteil in un video diventato virale.
Tra le richieste c’è anche l’abolizione di Parcoursup, il sistema di accesso all’università accusato dai manifestanti di affidare a un algoritmo il futuro dei giovani. Alla protesta dei liceali si è affiancata quella degli insegnanti contro i tagli previsti dal progetto di Bilancio per il 2027, alimentando quella “convergenza delle lotte” rivendicata da una parte del movimento studentesco.
Con l’allargamento della mobilitazione, però, sono aumentati anche gli episodi di violenza. Scontri tra giovani e forze dell’ordine si sono verificati a Parigi, Lione, Marsiglia, Strasburgo e in altre città. A Belfort un agente di polizia è stato aggredito, mentre nella capitale il lancio di un razzo ha incendiato l’ingresso del Lycée Roger Verlomme. Roghi hanno interessato anche il Lycée Léonard de Vinci e un istituto tecnico professionale.
A Nantes, il Lycée Nelson Mandela resterà chiuso fino ai primi giorni di novembre dopo che il suo ingresso è stato completamente distrutto da un incendio. Secondo il ministro dell’Istruzione Edouard Géffray, dall’inizio della settimana più di cento scuole hanno riportato danni gravi e 65 dipendenti del personale scolastico sono rimasti feriti, tra cui una quarantina di presidi. Nella sola seconda giornata sarebbero stati 735 gli istituti interessati da incidenti e oltre 1.700 le persone fermate.
La tensione ha coinvolto direttamente anche il personale scolastico. A Marsiglia un quindicenne è stato arrestato con l’accusa di aver minacciato di morte un suo ex insegnante di spagnolo. Nella regione dell’Île-de-France, la governatrice Valérie Pécresse ha quantificato in circa sette milioni di euro i danni provocati dalle proteste.
Il governo prova ora a fermare l’escalation. “I genitori devono mobilitarsi e dire ai loro figli di non andare a manifestare”, ha dichiarato Géffray in televisione, sostenendo che “ora ciò che conta è fare in modo che i figli non siano più in strada perché sono in pericolo”.
L’appello, però, non ha convinto le organizzazioni studentesche. Dopo l’incontro con il ministro dell’Istruzione, i rappresentanti dei liceali si sono detti “delusi” dall’assenza di “misure concrete”. “L'Union syndicale lycéenne (Usl) esorta a proseguire la mobilitazione, a continuare le manifestazioni”, ha annunciato il presidente Ryad Rani.
Al fianco degli studenti si stanno schierando anche diverse organizzazioni sindacali: CGT, FO, CFDT, Unsa, Sud e Solidaires hanno confermato la partecipazione alla mobilitazione del 6 ottobre, senza escludere il ricorso allo sciopero.
La protesta ha assunto inevitabilmente anche una dimensione politica. La France insoumise si è schierata apertamente dalla parte degli studenti e Jean-Luc Mélenchon ha denunciato la “repressione” del governo, mentre destra ed estrema destra lo accusano di alimentare la mobilitazione. Emmanuel Macron, da parte sua, ha affermato che la rabbia dei giovani deve essere ascoltata, sottolineando però che “nessuna motivazione” può giustificare la violenza.
Ma la trattativa con il governo, almeno per ora, non ha spento la protesta. Il prossimo appuntamento è fissato per il 6 ottobre. Quello che era cominciato davanti a pochi licei di provincia si è trasformato nel giro di settimane in una mobilitazione nazionale che unisce studenti e lavoratori della scuola e che ora guarda anche alle università. Il “terzo atto” dirà se la rivolta riuscirà ad allargarsi ulteriormente o se la spirale di violenze e arresti finirà per cambiarne definitivamente il volto.

Foto © Imagoeconomica